Venerdì 10 Febbraio 2012
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale
Turchia contro Turchia

Due anime in lotta: vincerà Erdogan
o Ataturk?

15 Luglio 2008
Turchia.jpg
Manifestanti pro-Ataturk protestano contro la politica del premier Erdogan.

L’arresto di due generali turchi in pensione lo scorso fine settimana ha esasperato le tensioni tra il governo di Ankara e i suoi critici. I generali sono due delle ventuno persone che la polizia ha tenuto in stato di arresto la scorsa settimana, tra cui un anziano industriale e un noto giornalista, con l’accusa di progettare un colpo di stato ai danni del governo in carica, guidato dall’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo). L’aspetto curioso della vicenda è che gli interrogatori hanno avuto luogo proprio mentre il procuratore generale della repubblica compariva davanti alla corte costituzionale per domandare che l’AKP venisse sciolto, con l’accusa di avere violato la laicità dello stato, ufficialmente sancita dalla costituzione.

Un braccio di ferro che ha immediatamente riportato a galla il luogo comune sui “veri Turchi” dell’AKP impegnati a rintuzzare le “élite laiche”, ma qui non si tratta di masse popolari devote in lotta contro una intelligencija miscredente. Entrambe le Turchie coinvolte in questa lotta per il potere sono religiose, entrambe sono ricche ed entrambe possono contare su mezzi di comunicazione influenti e capitali ingenti. E tuttavia il risultato della lotta avrà effetti profondi sul futuro governo del Paese. 

L’AKP è stato in costante ascesa dopo aver ottenuto il 47% dei voti alle elezioni del luglio 2007. Il risultato mostrava un deciso miglioramento rispetto all’ultima prova alle urne, e molti l’hanno letto come una dimostrazione della forza del partito del premier Erdogan e del presidente Gul. Se lo si guarda da un altro punto di vista, del resto, bisogna osservare che il 53% dell’elettorato turco non ha votato per quel partito. I turchi laici hanno dalla loro giornalisti compiacenti e schiere di ricchi uomini d’affari, ma lo stesso si può dire dell’AKP: i milionari che parteggiano per l’AKP abbondano a Istanbul, e tutti insieme posseggono all’incirca il 50% dei canali di comunicazione del paese. Anche i turchi che hanno votato per partiti laici, per di più, sono religiosi: i sondaggi mostrano che oltre il 90% della popolazione, a prescindere dalla loro collocazione rispetto allo spartiacque politico, sono musulmani praticanti. Cittadini in contatto con informatori eccellenti, inoltre, lasciano intendere che se i turchi laici possono contare sui servizi segreti militari, i gruppi pro-AKP controllano quelli legati alla polizia. 

La posta in gioco è l’anima turca: si tratta di decidere quale visione debba uscire vincitrice dall’annoso dibattito tra religione e politica. I turchi laici vogliono mantenere una netta separazione tra religione da un lato e politica, istruzione e governo dall’altro, mentre l’AKP è dell’avviso che non ci sia nulla di male a introdurre la religione in questi ambiti. 

Negli ultimi tempi l’AKP è risultato vincitore. L’esercito, considerato a lungo una roccaforte della politica turca, è in preda alla disorganizzazione. Nell’ultimo incidente in ordine di tempo un generale turco è stato filmato a sua insaputa mentre si intratteneva su dettagli personali relativi alla salute di un altro generale, e il video è stato pubblicato su Youtube. La circostanza è tanto più imbarazzante se si considera che il generale ritratto nel video è il responsabile dello spionaggio elettronico, e di recente ha lavorato per contenere imbarazzanti fughe di informazioni riguardanti le alte sfere militari, tra cui alcuni documenti bollati top secret resi di pubblico dominio da mezzi di informazione vicini all’AKP. Anche la potente comunità degli uomini di affari di ispirazione laica comincia a risentire di sei anni di governo di un solo partito. È vero, peraltro, che gli uomini di affari turchi di tutte le opinioni hanno tratto benefici dalla crescita economica prodottasi sotto l’AKP. In una certa fase, addirittura, una lobby di uomini d’affari di orientamento laico, la Tusiad, ha intrattenuto rapporti cordiali con l’AKP: in cambio del suo sostegno avrebbe potuto tenere a freno il suo potere.

Oggi le cose sembrano andare diversamente. Incoraggiato dalla vittoria elettorale, l’AKP sta ostinatamente ignorando la Turchia laica. La prima misura del governo all’indomani delle elezioni è stato fare pressioni sui media di proprietà di membri della Tusiad per indurli a licenziare noti giornalisti come Emin Colasan e Asli Aydintasbas, rei di non avere sostenuto il partito durante la campagna. 

L’AKP ha anche sfruttato alcune falle nella legislatura per trasferire grandi società di telecomunicazioni, come la Sabah-ATV, il secondo gruppo mediatico della Turchia, nelle mani di imprenditori vicini al partito. Il governo ha dapprima accusato i proprietari della Sabah-ATV di illecito in affari, poi ha trasferito il controllo della società a un commissario nazionale. Il commissario, a sua volta, ha posto in vendita il gruppo in un’asta che aveva un solo possibile acquirente: un sostenitore dell’AKP che ha nominato il genero del primo ministro Recep Tayyip Erdogan nuovo direttore generale del gruppo. 

Le compagnie di telecomunicazioni non sono il solo ramo di affari minacciato da un AKP che ha cominciato a mostrare i muscoli. I direttori generali di molte delle principali banche turche e di altre società mi hanno riferito che gli uffici di un’impresa che metta in discussione l’operato del governo sono destinati a ricevere ben presto la visita dalla guardia di finanza, che troverà nei libri contabili un problema potenzialmente devastante. Nel mondo bizantino della burocrazia turca è un’impresa tutt’altro che ardua. 

L’atteggiamento sprezzante dell’AKP nei confronti della Turchia laica è venuto in luce anche nel dibattito sul rinnovamento della costituzione. La Turchia ha bisogno di una nuova costituzione liberale. All’indomani della vittoria del 2007, l’AKP ha cominciato a studiare una nuova carta costituzionale, ma ha rifiutato con decisione qualunque contributo proveniente da altre parti, arrivando a ingiungere agli ex sostenitori della Tusiad di “stare alla larga”. La nuova costituzione non è ancora stata ultimata e si è già trasformata in un progetto di parte. 

Poi, nel febbraio del 2008, l’AKP ha varato una legge che consentiva di indossare il velo islamico nei campus universitari. Il velo islamico è la questione sociale più controversa in Turchia, e spacca il paese in due esattamente come il problema dell’aborto ha diviso la società americana. Eppure l’AKP ha modificato il quadro legislativo sul problema del velo in sole tre settimane, rifiutando per l’ennesima volta ogni pubblico dibattito. 

Una simile deriva ha innescato reazioni violente da parte della Turchia laica. La corte costituzionale ha bocciato il disegno di legge sul velo islamico promosso dall’AKP, e il procuratore generale della repubblica ha richiesto in sede legale la soppressione del partito per violazione della costituzione, secondo la quale la natura laica della Turchia è inviolabile. La corte deciderà del destino dell’AKP nel corso dell’estate. 

È in questo contesto che vanno analizzati gli arresti delle scorse settimane, e tutti quelli che si sono verificati dall’inizio dell’anno. Senza dubbio il governo ha colpito dei criminali autentici, alcuni veri e propri mafiosi, altri cospiratori che forse progettavano un colpo di stato. La polizia, però, ha posto in stato di arresto anche onesti critici dell’AKP, per esempio alcuni giornalisti. Anche se più tardi sono stati rilasciati senza alcuna accusa, agli occhi dell’opinione pubblica i reporter potrebbero ancora apparire colpevoli per semplice associazione di idee. 

Uno degli oppositori presi di mira dall’AKP è il più antico quotidiano della Turchia, il “Cumhuriyet”, intransigente e spesso isolato nella sua critica all’AKP da quando il partito è salito al potere nel novembre del 2002. Tra gli arrestati della scorsa settimana c’era il redattore capo della sede di Ankara. Il 21 marzo era stato arrestato l’ottantatreenne editore del giornale, Ilhan Selçuk, portato via alle 4:30 del mattino dal suo appartamento di Istanbul. 

Selçuk è stato rilasciato dopo un interrogatorio durato due giorni nel quale è stato chiamato a rispondere di conversazioni telefoniche private, tra cui discussioni informali con alcuni dei corrispondenti del giornale, intercettate dalla polizia. A quattro mesi di distanza le autorità non hanno ancora precisato il capo di accusa. Si tratta di una vicenda emblematica: alcuni giornalisti turchi mi hanno riferito in privato che il governo dell’AKP avrebbe intercettato più di un milione e mezzo di telefonate e di e-mail scambiate da membri dell’opposizione laica. Ai giornalisti non resta ora che domandarsi chi sarà il prossimo a venire arrestato. 

È chiaro, insomma, che né la Turchia laica né l’AKP getteranno la spugna senza lottare. Si tratta di vincere una battaglia la cui posta è l’anima turca. Gli esiti possibili sono due. Nel 2001, quando la corte costituzionale ha sciolto il predecessore dell’AKP, il Partito del Benessere, gli islamisti hanno ammesso la sconfitta. All’epoca non potevano contare né su un supporto massiccio da parte dell’elettorato, né su benefattori milionari, né sul supporto dei mezzi di comunicazione. Un simile scenario, però, è diventato improbabile, perché oggi la situazione è radicalmente mutata. L’arsenale dell’AKP non ha niente da invidiare a quello della Turchia laica. È pertanto molto più probabile che il partito scelga di portare avanti la battaglia, invece di ammettere la sconfitta, mettendo alle corde l’esercito e sfruttando la carta dello spionaggio, l’arresto e l’intimidazione degli oppositori e la guardia di finanza per creare una società più malleabile. In caso di necessità l’AKP reagirà al dissenso con le maniere forti, e spingerà gli uomini d’affari all’acquiescenza a colpi di lusinghe. 

Se l’AKP risulterà vincitore la Turchia non diventerà uno stato sottomesso alla sharia; il fondamentalismo islamico è estraneo al carattere turco. Diventerà però un paese in cui sarà difficile esprimere il dissenso, e una società pervasa da un nuovo, più intimo rapporto tra religione e stato. L’Islam dominerà la politica e l’istruzione, e determinerà le misure amministrativo del governo, per esempio riducendo il lavoro femminile e l’emissione di licenze per la vendita di alcolici. In altre parole, assomiglierà di meno all’Italia, laica e liberal-democratica, e di più alla Giordania, di stampo semi-secolare. Non c’è che dire, è una lotta che ha per posta due Turchie molto diverse.

© Wall Street Journal Europe

Traduzione Francesco Peri

l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2011 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl