Venerdì 10 Febbraio 2012
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Dopo l'attentato a Milano

Mantovano: "Censire le moschee per capire chi vi opera e chi le finanzia"

Intervista ad Alfredo Mantovano di

Lucia Bigozzi

13 Ottobre 2009
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Il lupo solitario aveva dei complici. E l’attentato contro la caserma dell’Esercito a Milano sarebbe stato in qualche modo pianificato. Ne sono convinti gli inquirenti che hanno fermato un egiziano e un libico sospettati di aver aiutato Mohamed Game, libico pure lui in Italia da sei anni, a confezionare l’ordigno poi esploso all’ingresso della cittadella militare di piazzale Perrucchetti provocando il ferimento di un militare e dello stesso attentatore che nella deflagrazione ha perso una mano e probabilmente la vista. L’uomo frequentava la moschea di viale Jenner e ed avrebbe messo in pratica il suo disegno per protestare contro l'impegno dei militari italiani in Afghanistan.

Quaranta chili di nitrato di ammonio  e sostanze chimiche che se combinate insieme – è la tesi degli inquirenti – possono essere usate per fabbricare ordigni apparentemente simili a quello esploso a Milano, sono stati trovati in un’abitazione nella disponibilità di Game e del suo presunto complice egiziano. Un appartamento nello stesso palazzo dove abita l’altro libico fermato dalla polizia. Secondo gli investigatori  entrambi, una settimana fa, avrebbero accompagnato Game ad acquistare il materiale per confezionare l’ordigno. Un fatto “grave e preoccupante” lo definisce il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano , da non sottovalutare né da enfatizzare, ma che segnala un dato oggettivo: “Nelle società occidentali e quindi anche in Italia esiste  una certa quantità di soggetti singoli o riuniti in cellule più o meno grandi che ci considera obiettivi sulla base di input che arrivano da moschee compiacenti o attraverso internet”.  Proprio sulle moschee Mantovano annuncia l’avvio di una mappatura capillare per “avere un quadro dettagliato di chi vi opera e di chi le sostiene dal punto di vista finanziario”.

Sottosegretario Mantovano, chi è Mohamed Game? Un lupo solitario, un folle che ha agito in preda a un raptus oppure dietro l’attentato alla caserma di Milano c’è di più?

A poche ore dal fatto credo non sia serio tirare conclusioni. Aspettiamo di conoscere cosa diranno le indagini, le perizie e tutti gli accertamenti disposti. Sicuramente ciò che qualcuno ieri un po’ avventatamente ha affermato sottolineando che si tratta del gesto isolato di un folle, è già stato smentito dai fatti perché sono stati sottoposti a fermo due presunti complici: uno aveva materiale per confezionare un ordigno esplosivo in un’abitazione nella sua disponibilità, l’altro avrebbe in qualche modo aiutato Game. Ora, da qui a dire che esiste una cellula di terroristi operativa su Milano ce ne corre, ma è indubbio che episodi simili sono già accaduti nel recente passato.

A cosa si riferisce?

Non è la prima volta che soggetti non inseriti in realtà organizzate mettono in pratica azioni con un potenziale dannoso elevatissimo. Ricordo che nel maggio 2004 – era una domenica pomeriggio - a Brescia un cittadino marocchino Mustafà Choaouki parcheggiò la sua auto nei pressi di un Mc Donald’s frequentato in quel momento da tantissimi giovani. L’uomo tentò di far esplodere quattro bombole di gas che aveva a bordo della vettura. La macchina si incendiò, l’uomo morì nel rogo ma fortunatamente quelle bombole di gas non esplosero perché altrimenti sarebbe stata una strage di proporzioni inimmaginabili.

Come è possibile prevenire o far fronte a gesti di singole persone non direttamente inquadrate in un contesto o in una strategia terroristica ma che in ogni caso possono essere ovunque e mostrarsi assolutamente normali?

Su questo versante la prevenzione è difficilissima perché ci si trova di fronte a soggetti che non hanno un progetto definito nei dettagli bensì ricevono input da parte di siti internet o di imam che predicano l’odio e la violenza all’ombra di qualche moschea, dopodiché la traduzione in pratica di queste indicazioni spetta all’iniziativa individuale.  Devo dire che il nostro ordinamento, grazie alle norme introdotte specie con il decreto Pisanu, permette di arrivare prima con una risposta efficace, anche sulla base di elementi raccolti in conversazioni telefoniche tra sospetti, come peraltro è accaduto a Milano il 2 dicembre scorso quando  due marocchini furono arrestati per associazione con finalità di terrorismo.

Il fatto che l’attentatore libico frequentasse la moschea di viale Jenner è un elemento che inevitabilmente riaccende il dibattito sul ruolo e le attività dei centri di culto islamici. Qual è la sua opinione?

C’è una pubblicistica molto vasta che attinge anche a verbali giudiziari dei pochi collaboratori di giustizia che provengono dall’area del terrorismo islamico i quali testimoniano il fatto che arrivati in Italia e in città dove ci sono moschee significative, si riceve una forma di indottrinamento che poi diventa addestramento e quindi reclutamento per determinati atti, anche qui non necessariamente pianificati nel dettaglio. Questo ovviamente non riguarda tutte le moschee e tutte le città, ma qualcosa del genere accade e dire questo non significa aggredire l’Islam.

Pensate  di intensificare i controlli nelle moschee anche alla luce dell’attentato a Milano?

La questione va affrontata nel modo più equilibrato e oggettivo possibile, disegnando una mappa delle moschee in Italia e confidando sul fatto che non ne nascano di nuove, magari con qualche generoso contributo di una banca a caso o tramite l’affidamento di un terreno da parte di qualche amministrazione comunale.  E’ inevitabile che si debba arrivare a un censimento non solo dei luoghi ma anche di chi all’interno delle moschee opera, di chi e da dove arrivano i finanziamenti per realizzarle. Tutto questo partendo dal presupposto che la moschea non è solo un luogo di culto ma ha connotazioni culturali in senso lato, comprese quelle politiche e che in qualche caso sono caratteristiche di reclutamento e di attività illecita.  

Si può pensare a una nuova strategia del terrore che accanto a reti più organizzate operi e si diffonda anche attraverso le iniziative di singole persone?

No, da sempre il terrorismo  di matrice islamica non è una struttura unitaria come erano le Br trent’anni fa, bensì una galassia di cellule piccolissime o più grandi che ricevono indicazioni intermedie su quello che viene considerato il nemico. E il nemico, ad esempio, diventa chi oggi è impegnato in Afghanistan, per cui la caserma da dove i militari partono per Kabul può essere individuata come obiettivo simbolico. Ma il nemico può essere anche chi tende a omogeneizzare certi costumi, dal modo di mangiare e via dicendo. Il tutto senza una strategia pianificata a tavolino ma secondo un’indicazione generica. Anche per questo forme di predicazione violenta che qualche idiota continua a considerare manifestazioni di libertà religiosa o di libertà di opinione, possono tradursi in qualcosa che su soggetti che la prendono alla lettera e che magari vivono un disagio personale dipendente da varie cause, scatenano conseguenze.

 

Commenti
Erasmo
14/10/09 08:50
Le moschee non sono come le chiese cristiane
Le moschee non sono, come pensano certi multiculturalisti dabbene, solo edifici religiosi, come le chiese cristiane. Esse sono anche, per la natura onnipervasiva dell’Islam (che pretende di regolare la totalità della vita politica, sociale e privata degli individui) anche delle questure e dei tribunali (destinati a controllare in primo luogo i comportamenti dei fedeli musulmani) e, spesso, anche centrali di terrorismo islamico. Censirle è necessario come primo passo, ma non sufficiente. Occorre anche controllarle, controllando le prediche degli imam e quello che avviene dietro la facciata delle moschee, proprio come avviene nella gran parte dei paesi musulmani, i cui Stati e governi, conoscono bene la potenziale pericolosità civile e politica degli imam. In Turchia, per esempio, è una struttura governativa, il Diyanet, che controlla preventivamente le moschee e , in particolare, le prediche degli imam e ne orienta i contenuti. La libertà di religione e di culto, come si è affermata nell’Occidente cristiano, non deve poter essere l’alibi dietro il quale si nasconde e si protegge chi non rispetta le libertà costituzionali ed anzi le viola, ingerendosi nella vita privata, sociale e politica altrui, limitandola e coartandola: oggi in quella dei musulmani e delle musulmane e, domani, nella vita di tutti noi, nel nome di Dio. Bisogna convincersi che l’islam, come sanno bene i laici dei paesi musulmani, non è solo una religione, come è ormai, dopo una serie di mutamenti, il cristianesimo, ma anche, se non controllata, una dottrina ed una pratica civile e politica, che da 1400 anni, immutabilmente, tende a regolare tutto e, quindi a limitare e distruggere le libertà ed i diritti di tutti.
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