La settimana scorsa il New York Times ha scritto che “Hamas ha smesso di lanciare missili e ha cambiato politica, cercando di avere il sostegno della popolazione e di promuovere nuove iniziative culturali e relazioni pubbliche”. “Abbiamo messo nuova enfasi sulla resistenza culturale”, ha detto un leader di Hamas. “I combattenti hanno bisogno di un break ed anche la popolazione ne ha bisogno”.
Toni soft che piacciono alle cancellerie internazionali. Per il ministro degli esteri inglese Miliband bisogna dialogare con la leadership moderata di Hamas. Durante la sua visita al Cairo, l’inviato speciale americano Mitchell ha parlato con Mubarak della possibile riconciliazione tra Hamas e Fatah. Anche Sarkozy spinge in questa direzione. L’Italia ha stanziato 4 milioni di euro per il piano di ricostruzione di Gaza. Secondo Xavier Solana: “Hamas avrà un ruolo nella soluzione del conflitto israelo-palestinese, che vi piaccia o no”.
La Ue nei giorni scorsi si è detta “seriamente preoccupata” per l’espulsione di 2 famiglie palestinesi dalla zona Est di Gerusalemme: “Le azioni intraprese dal governo israeliano – si legge nel comunicato – contrastato con le ripetute richieste della comunità internazionale di astenersi da qualsiasi azione di provocazione”. Non sappiamo di note di biasimo rivolte da Bruxelles al congresso di Fatah, che ieri si è riunito senza rinunciare alla lotta armata contro “l'entità sionista”.
Davanti a questa impostazione diplomatica, giustamente il ministro degli esteri israeliano Lieberman ha commentato “L’Europa non può imporci un accordo”. Americani, inglesi ed europei ormai sembrano preoccuparsi solo di quello che dice e fa Israele. Quando Barak ha detto al suo omologo americano Gates: “Sappiamo di avere gli occhi del mondo puntati addosso, ma non rinunciamo a nessuna opzione”, dai titoloni dei giornali sembrava di essere sull'orlo della terza guerra mondiale.
In realtà lo stato ebraico sta facendo degli sforzi seri e concreti verso la pace. Il piano economico previsto dal premier Netanyahu per risollevare la depressa economia palestinese inizia a dare i suoi frutti. Martedì scorso il capo del governo israeliano ha visitato l’Allenby Bridge, che unisce la West Bank al Giordano, per assicurarsi di persona sulla applicazione delle procedure per i palestinesi che attraversano i valichi. All’inizio di luglio, le ore di aperture dei varchi sono state estese per aumentare il volume delle attività commerciali in Cisgiordiania.
Nel corso degli ultimi mesi il governo israeliano ha realizzato numerose misure per favorire il commercio e lo sviluppo della imprenditorialità palestinese nella West Bank. Il risultato di queste (e di precedenti) politiche è stato che l’economia della Cisgiordania è cresciuta in modo significativo nell’ultimo anno e mezzo. Nel 2008, il Pil è aumentato del 5 per cento e le stime parlano di un 7 per cento entro la fine del 2009. I commerci tra israeliani e palestinesi sono cresciuti, con un +66 per cento di esportazioni palestinese nello stato ebraico.
Notizie del genere hanno scarso rilievo in Occidente. Verso Israele e i palestinesi viene usato un doppio standard, fortissimamente critico quando si parla del primo e assai poco critico con i secondi. E’ un dato assodato da ormai molti, molti anni.

