Caro direttore,
l’ha scritto il Wall Street Journal: ieri il mondo non è finito, anche se di tanto in tanto sembrava ci stessimo andando vicino.
Fabrizio Goria ha dato sull’Occidentale una ricostruzione interessante e a sangue freddo di quanto avvenuto in un “lunedì nero” che ha visto due antichi bastioni di Wall Street, Lehman e la Merrill Lynch acquisita da Bank of America, uscire dal listino.
Abbiamo davanti fenomeni complessi, nei quali riverberano errori di gestione della politica monetaria, e pertanto di alterazione dei segnali di mercato, che risalgono all’era di Alan Greenspan. Persino dare una valutazione delle ultime decisioni dei regolatori non è impresa facile. Ai salvataggi di Fannie e Freddie, e prima di Bear Sterns, ora segue il tracollo di Lehman.
Henry Paulson ha tracciato una linea di confine, e dimostra di aver meditato attentamente sui problemi di azzardo morale che crea uno Stato che si getta a salvare istituzioni finanziarie barcollanti. Il “no” di Washington a nuove “reti di sicurezza” per le banche d’affari potrebbe persino lasciare intravedere le prime avvisaglie di conclusione di questa lunga e dolorosa crisi. Potrebbe. E’ troppo presto per dare un qualsiasi tentativo di valutazione degli effetti a catena del tonfo di Lehman. Se sarà effetto domino, o catartica esplosione di un bubbone, lo vedremo solo fra qualche giorno.
Un articolo molto interessante di Andrew Sullivan suggerisce che il chapter eleven per Lehman sia stato l’esito migliore possibile - mettendo un freno ad altri, possibili casi di azzardo morale, e fornendo un appiglio di buon senso di mercato, in questa lunga e travagliata crisi. Sullivan sottolinea come molti giganti (banche private più liquide, fondi sovrani, fondi di private equity come Blackstone...) abbiano scelto di non impegnarsi in un arrocco su Lehman: se essi stimavano il rischio di un “Armageddon finanziario” più attraente che l’acquisto della banca d’affari, potendo ben stimare gli effetti collaterali del suo fallimento, vuol dire che i mercati sono più solidi di quanto non appaia.
Questo non necessariamente significa che la bufera sia passata - come mette in chiaro Avinash Persaud, sull’FT, pur definendo quella di lasciare fallire la banca d’investimento una “decisione coraggiosa”.
I media di casa nostra hanno dato uno spettacolo un po’ diverso. Lo spauracchio della crisi del Ventinove, che da mesi si suggerisce come pietra di paragone per quanto sta avvenendo, ha portato a non risparmiare iperboli. Su alcuni quotidiani abbiamo letto di manager che “fino a ieri guadagnavo milioni, oggi non ho nulla”. E’ un ben strano sentimento di solidarietà ed empatia quello cui siamo sollecitati. Sentirci vicini a persone evidentemente di grande capacità, e quindi molto apprezzate sul mercato del lavoro, che a fronte di redditi stratosferici hanno scelto di non risparmiare, “autoassicurandosi” contro un possibile rovescio della fortuna. Si suppone che vendendo la terza macchina sportiva o il quarto appartamento negli Hamptons possano tirare avanti per un po’.
Se i nostri giornali tradiscono più paura di quelli americani, che pure stanno in prossimità dell’epicentro della crisi, forse è per la diversa attitudine rispetto al rischio che riveliamo anche in momenti drammatici come questo. In un Paese nel quale il capitalismo ha dato tanto come gli Stati Uniti, e la cosa più preziosa che ha dato è probabilmente il senso di avere a portata di mano una possibilità di autorealizzazione, di raggiungimento del massimo delle proprie potenzialità d’individuo, un fallimento anche terribile e drammatico richiede analisi e consapevolezza - ma non è un’opzione che a priori non sia prevista.
Da noi si arriva a simpatizzare con un gruppo di persone oggettivamente privilegiate, in termini di salari e condizioni di lavoro, come non il personale di Alitalia ma la categoria specifica dei piloti della compagnia di bandiera, perché viviamo in una società che ama immaginarsi “assicurata” a prescindere dal rischio della disoccupazione.
La violenza delle notizie che arrivano dagli Usa magari ci rassicura persino, circa i pregi di questo “modello sociale”. Ma forse non è sull’onda della paura, che si può aprire la contabilità dei suoi benefici e costi.

