Non sono un esperto di questioni iraniane e neppure dispongo di fonti riservate o particolarmente informate. Però grazie ad alcuni giorni di permanenza negli Usa, la lettura di giornali e blog e qualche utile conversazione, mi sono parse sufficientemente chiare non tanto le risposte su quello che accadrà, quanto le domande cruciali che può essere utile porsi.
Prima di arrivarci vorrei tentare una prima analisi degli avvenimenti più recenti. Intanto mi sono abbastanza convinto che la protesta contro il regime di Ahmadinejad e della Guida Suprema Ali Khamenei è qualcosa destinato a durare e rafforzarsi. Non si tratta di fenomeni episodici ma di qualcosa in grado di minacciare il cuore stesso della Repubblica Islamica dell'Iran.
L’evoluzione del movimento di protesta e la reazione del regime mi sembra lo dimostrino molto chiaramente. Le manifestazioni di piazza hanno rapidamente attraversato vari stadi: la protesta contro il risultato elettorale nella primissima fase e dunque un attacco alla legittimità politica del vincitore; il richiamo ai valori fondanti della rivoluzione khomeinista nella fase subito successiva, quindi una delegittimazione sul piano religioso verso il presidente e la guida suprema intesi come traditori di quei valori. Vedere l’immagine grande ayatollah Khamenei calpestata dalla folla (insulto supremo per gli iraniani) era diventato piuttosto frequente. Mentre i leader della protesta vantavano il fatto che il figlio di Khomeini fosse al loro fianco e organizzavano manifestazioni davanti alla sua casa per rievocare la purezza religiosa dei loro intenti.
Per arrivare infine allo stadio attuale che mette in campo una critica radicale all’intero sistema di potere degli ayatollah e dove nelle manifestazioni di piazza cominciano ad affiorare slogan anti-khomeinisti a significare la convinzione sempre più forte che l’Iran non possa essere rifondato come una dittatura teocratica quale è oggi. Un buon indicatore di questo cambio di passo lo si ottiene guardando alla cosiddetta “protesta delle banconote” il sistema con cui l’opposizione diffonde le sue parole d’ordine timbrandole sui biglietti di banca. E anche qui, da qualche tempo si trovano violenti slogan contro lo il potere religioso degli ayatollah e contro lostesso Khomeini. Fino all’episodio più recente quando una foto del padre della rivoluzione islamica è stata data alle fiamme in pubblico.
Il regime ha seguito in modo quasi speculare l’evoluzione della protesta nello sforzo disperato di neutralizzarla. All’inizio hanno preso per buono lo spunto elettorale con un misto di repressione poliziesca e di tentativi di compromesso politico, ammettendo qualche parvenza di riconteggio qui e là. Per Ahmadinejad e i suoi infondo c’era in gioco non più che una questione di credibilità internazionale. Qualcosa di cui il regime di Teheran può facilmente disinteressarsi, tanto più che la comunità internazionale si è mostrata abbastanza sorda verso le proteste dell’opposizione, a cominciare dall’America di Barack Obama.
I secondo passaggio è stato certamente più critico per il regime. La sfida sul piano religioso è qualcosa che una teocrazia non può tollerare. Il regime degli ayatollah si considera direttamente in contatto con Dio e postulare un suo errore sul piano religioso equivale ad accusarlo di usurpazione. Nessuna “eresia” può essere perdonata o soggetta a compromesso. Bisognerebbe a questo proposito ricordare le parole di Ruhollah Khomeini quando nel 1979 nominò il primo capo del governo rivoluzionario, Mehdi Barzagan: “Io l’ho nominato e dunque deve essere obbedito. Questo è il governo di Dio e ogni disobbedienza equivale a una rivolta contro Dio”. Tutto questo spiega la violenza con cui Ali Khamenei ha minacciato l’opposizione in questa seconda fase, evocando scenari di repressione sanguinosa e senza pietà e senza perdono.
La dura reazione del regime ha però comportato un prezzo alto che ha messo in mostra i primi segnali di debolezza e di paura all’interno della casta di potere. Il governo di Teheran è infatti dovuto intervenire con inconsueti divieti rispetto a manifestazioni di carattere religioso. Come è stato il caso della cancellazione dei funerali pubblici del Grande Ayatollah Montazeri, o delle celebrazioni per l’anniversario della nascita di Khomeini o infine la chiusura alla preghiera di alcune moschee ritenute centrali della protesta.
Un governo teocratico che vieti momenti di coesione religiosa per paura che questa possa catalizzare forze anti-regime sa che tutto questo ha un costo perché mostra una crepa nella sua legittimità anche agli occhi di chi è estraneo alla protesta, e estende il dubbio e il malcontento al di fuori delle elite intellettuali cittadine che ne sono il naturale bacino di coltura.
Nella terza fase, quella in cui ci troviamo attualmente, governo e opposizione paiono aver ormai valicato il punto di non ritorno. La prospettiva che alla fine ci sia un vincitore e un vinto e non un riflusso o un accomodamento diviene di giorno in giorno più concreta. Mentre è ormai chiaro che la protesta agisce a tutto campo - democratizzazione, riforme, rottura dell’isolamento internazionale, modernizzazione, critica alle regole religiose e ai loro custodi, smantellamento del sistema repressivo e di potere degli ayatollah - il regime non può che aggrapparsi disperatamente allo status quo.
In questo quadro l’arma politica del programma nucleare diventa cruciale. Lo dimostrano le dichiarazioni di Ahmadinejad di questi ultimi giorni, quando si è spinto a dettare lui un ultimatum all’occidente per giungere ad accordi definitivi e soddisfacenti pena l’accelerazione e il potenziamento dei sistemi di arricchimento dell’uranio. Come spesso accade nella storia dei regimi in bilico, anche Teheran sembra tentata dal ricorso al “nemico esterno”.
E’ probabile che il regime intenda premere sull’acceleratore del progetto nucleare per indurre una maggiore pressione internazionale sul paese con sanzioni sempre più pesanti e di conseguenza chiamare il popolo a unirsi nella causa comune della difesa contro lo straniero che strangola l’economia nazionale e contrasta le legittime aspirazioni della santa repubblica iraniana.
Si tratta di un gioco molto pericoloso. L’impressione è che oggi in Iran siano in funzione due bombe ad orologeria: una segna il tempo che manca al regime per ottenere l’arma atomica, l’altra indica il tempo necessario all’opposizione per ribaltare il governo di Ahmandinejad. La prima domanda che conta dunque è: chi arriverà prima?
Purtroppo la risposta a questa domanda non è univoca ma dipende dal punto di osservazione. Per Israele molto probabilmente la lancetta atomica è quella che corre più rapidamente: Tel Aviv ha comprensibilmente l’atteggiamento più pessimistico a questo riguardo essendo il primo paese che pagherebbe le conseguenze di un Iran nucleare. Già se ci si sposta negli Stati Uniti la percezione è più sfumata, la stessa amministrazione è divisa tra chi crede imminente la realizzazione della bomba e chi prevede tempi più lunghi. Il livello di allarme cala sensibilmente in Europa e si annulla quasi del tutto in Russia o in Cina.
Questi diversi punti di vista racchiudono una seconda domanda cruciale che è la seguente: se davvero il regime iraniano, messo alle strette, deciderà di affidare la sua salvezza all’accelerazione del programma nucleare cosa deve fare la comunità internazionale? Mettere in conto l’opzione militare con il rischio di stroncare sul nascere le speranze della più forte e diffusa opposizione democratica che sia apparsa sulla scena iraniana da decenni a questa parte? O aspettare che questa maturi e dia i suoi frutti in termini di “regime change” con il rischio però che Teheran guadagni il tempo necessario per divenire una minaccia nucleare per tutti?
Anche qui però le risposte hanno molte possibili sfaccettature. Tra gli analisti c’è chi ritiene che un attacco militare deciso ed efficace, tale da cancellare per sempre la possibilità per l’Iran di dotarsi dell’arma atomica possa compensare il rischio di vedere la protesta in corso sopraffatta e cancellata – almeno nel medio periodo – dal sentimento nazionalista e patriottico che pure è molto radicato negli iraniani di ogni orientamento politico. Si tratta di un calcolo per certi versi cinico ma legittimo sul piano geo-strategico. Sull’altro versante c’è chi vuole dare tempo all’opposizione di organizzarsi e di crescere, preferirebbe investire nel sostegno militare ed economico delle forze anti-regime, contare su una reazione interna anche a costo di regalare tempo prezioso all’avventura nucleare di Teheran.
Il guaio è che la comunità internazionale – e in particolare l’America obamiana che dovrebbe esserne il traino - si trova paralizzata in questo dilemma con il risultato di lasciare gli eventi al loro corso e senza la capacità di guidarli.
Il rischio è che le cose precipitino e che il paese più esposto, cioè Israele, si senta costretto a prendere una solitaria decisione a tutela della sua sicurezza. Un attacco militare israeliano potrebbe comportare però il più indesiderabile degli esiti: un risultato non decisivo sul piano militare, con il mancato raggiungimento dei siti nucleari più protetti e nascosti e, allo stesso tempo, una risaldatura in chiave anti occidentale tra gli iraniani e il regime nel clima di guerra che seguirebbe.
Si tratta certamente del peggiore scenario possibile ma non per questo del più irrealistico.


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