Venerdì 10 Febbraio 2012
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Nel Loft è l'ora della resa dei conti

29 Aprile 2008

Ieri, nel tripudio di voci e di battute che nel giorno della vittoria di Gianni Alemanno coloravano Piazza del Campidoglio, uno striscione recitava una sorta di epigrafe sarcastica sulla parabola del leader del Pd:  «Veltroni: con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le elezioni politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma. Walter santo subito!».

L’immagine è nitida: il Pdl che esulta, mentre il Pd si lecca le ferite, osservando la fotografia dello «tsunami» elettorale che ha determinato il passaggio del Campidoglio, per la prima volta da quindici anni, a un esponente del centrodestra. Una vittoria, quella di Gianni Alemanno ai danni di Francesco Rutelli, che rappresenta molto più di un semplice cambio di casacca. E’ la caduta di una roccaforte, l’esproprio democratico di una sorta di proprietà privata del centrosinistra. Il tutto condito dalla clamorosa sconfessione del “modello Roma”, un prodotto da esportazione crollato e rifiutato dalla madrepatria stessa. E uno schiaffo a mano aperta inflitto a Walter Veltroni che infatti, commentando i risultati, ammette che «quella di Roma è una sconfitta grave, molto pesante, che io non posso non sentire con particolare acutezza e amarezza personale e politica».

Per Veltroni, la situazione richiede una «riflessione seria e approfondita». Anche se, per il momento, il clima che si respira al loft non è quello da “caccia al leader” né da processo fratricida. Antonio Di Pietro invoca sì una “opposizione dura e pura”. Ma le critiche più dure a Veltroni vengono dai partiti esterni al Pd, dalla sinistra, i cui elettori in gran parte hanno negato il voto a Rutelli. Tra i partiti dell’ex Arcobaleno la tesi è che Rutelli abbia pagato «la strategia dissennata del Pd», come osserva la capogruppo uscente del Pdci Manuela Palermi. E lui, Francesco Rutelli, sfogandosi riservatamente con i suoi collaboratori più fidati dice: "Mi hanno mandato a sbattere in una città devastata, ridotta allo stremo. Il degrado, la sicurezza... Ho pagato la domanda molto forte di discontinuità con la gestione precedente, un'onda che ci ha travolto tutti".

La verità è che Rutelli non è riuscito ad attrarre voti nuovi, presumibilmente nemmeno quelli dell’Udc a cui puntavano i democratici in uno spirito di collaborazione tra le opposizioni. Può essere che, come dice Massimo Cacciari, la sua campagna elettorale sia apparsa viziata da un certo continuismo con il passato, dalla sua veste di ministro del governo Prodi, mentre invece il candidato alla provincia, Nicola Zingaretti, sia apparso una proposta innovativa. Ma ciò non toglie nulla alla gravità del rovescio elettorale.

Nei ragionamenti dei leader del Pd continua ad essere sbandierata, come una sorta di alibi scaccia-accuse, l’onda lunga del malcontento anti-prodiano.

Ma è chiaro che la sconfitta di Roma a questo punto rischia di riflettersi sugli equilibri interni del partito. Non a caso Veltroni si è mosso tempestivamente con la proposta di confermare i due capigruppo uscenti (Antonello Soro e Anna Finocchiaro) che dovrebbero essere approvati con una consultazione della nuova base parlamentare. Il segretario conta sul fatto che, in un momento di generale sbandamento, nessuno voglia davvero mettere in discussione la strategia lanciata prima del voto. La risposta, insomma, è una sola: resistere alle intemperie, sedimentare il nuovo modello di partito e lavorare in profondità sui nuovi valori. Ma a questo punto Veltroni deve indicare anche il ruolo dei gruppi parlamentari nel rapporto con gli alleati radicali e dell’Italia dei Valori e decidere se riaprire il dialogo con la sinistra radicale o viceversa cercare una sponda nell’Udc di Casini.

In ogni caso una cosa è certa: la stagione delle scelte per lo più solitarie di Walter Veltroni è già finita. Il potere assoluto, figlio delle primarie, è stato logorato da due mazzate in sequenza.

E bisogna capire ora dove si orienteranno, ad esempio, le pressioni esercitate da Massimo D’Alema nelle scorse settimane per sollecitare l’arrivo alla guida del gruppo di Montecitorio di una figura pesante come Pierluigi Bersani, uomo del Nord e già voce critica verso alcune scelte del segretario.

O anche quanto la parola collegialità riprenderà a risuonare nelle riunioni del loft. Non è escluso poi che si torni a parlare di congresso e di una riscrittura delle gerarchie interne, ma di certo si esigerà una diversa gestione del partito, in cui sono ancora da definire dei veri e propri organismi dirigenti, finora scelti personalmente da Veltroni perchè provvisori. Un malumore fotografato da una frase norbidamente tagliente pronunciata dal senatore di area dalemiana, Nicola Latorre. «Non mi piacciono i caminetti, nè il partito liquido».  Una frase che in questa fase non può che suonare come un messaggio o un avvertimento.

Commenti
29/04/08 23:17
Pasqua di Roma
nessuno se lo aspettava. che ne dicano. ecco perché ora siamo tanto euforici. se sono rose...Alemanno!
30/04/08 18:53
L'onda lunga del 68 e'
L'onda lunga del 68 e' definitivamente conclusa. Si devono ristabilire capisaldi quali valore, merito, responsabilita' e tradizione. La sinistra in quest'ultimo periodo ha perso le sue connotazioni, diventando salottiera, imborghesita dedita a raduni di piazza fintamente liberal e radical chic. Piazza a sua volta occupata dai fenomeni deliranti di un grillismo sterile e fine a se stesso. La gente molto piu' inteligente di quanto si possa pensare, ha capito queste inutilita' dialettiche ed ha appoggiato partiti e gruppi politici che fanno della concretezza la loro forza, vedi AN e LEGA
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