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Nel Pd si ricomincia a dire tutto e il suo contrario. Altro che riforme condivise

29 Dicembre 2009

Ancora non si vede il primo tornante, ma la salita per le riforme istituzionali si presenta subito aspra. Dopo i proclami e le buone intenzioni della prima ora, da qualche giorno nella sinistra regna di nuovo la confusione del campo di Agramante. Il segretario del Pd non si tira indietro rispetto al confronto con la maggioranza e Massimo D'Alema, meno periferico di un tempo negli equilibri del partito, prova a placare gli spiriti bollenti di quell'ampio settore del Pd che alla parola "riforme" scalcia e sbuffa come un toro davanti al drappo rosso.

Il ventaglio delle posizioni fin qui emerse fra i democratici è molto ampio. Il massimo dell'apertura è di D'Alema: parliamo delle riforme e sulle leggi, che anche D'Alema si uniforma a chiamare "ad personam", la maggioranza proceda se ha i numeri, ma non conti sul nostro sostegno. Spiegata così durante la presentazione di un libro, la posizione dell'ex premier ha provocato un fuoco di sbarramento incredibile dentro il Pd. Da parte dei veltroniani, apparsi per l'occasione meno rassegnati di quanto qualcuno potesse immaginare. Il capogruppo alla Camera Dario Franceschini ha messo il macigno più grosso: nessun dialogo in Parlamento se prima il centrodestra non ritira i provvedimenti ad personam.

Toni duri e ultimativi, appena appena limati dalla presidente del partito Rosy Bindi: prima le riforme utili al Paese e, dopo, si vedrà che le leggi ad personam non servono più.

Le contorsioni dentro il Pd non finiscono qui. Perché, se non bastasse, il problema sollevato da Arturo Parisi sul tipo di opposizione alle leggi ad personam è di quelli da far venire i brividi. Argomenta Parisi che non basta opporsi ai provvedimenti nel rispetto dei regolamenti parlamentari, ma è necessario fare fiamme e fuoco in Parlamento per impedire in tutti i modi che vedano mai la luce provvedimenti come quello sulla ragionevole durata del processo, o il Lodo Alfano costituzionalizzato o quello sul "legittimo impedimento".

Insomma, il Pd non deve assistere passivamente alla partita giocata dalla maggioranza ma farsi protagonista attivo, fare gioco di interdizione e di contrasto. Alla base di questo come di altri ragionamenti simili c'è una preoccupazione che accomuna le diverse anime del Pd: la concorrenza elettorale dell'Italia dei Valori. L'ex pm entra nei sonni dei dirigenti del Pd come l'ombra di Banqo. Ma lo fa con una scaltrezza nuova. Di Pietro ha capito infatti che deve alternare la potenza dei decibel contro il premier ad argomentazioni più pacate e riflessive su altre questioni come la crisi economica o le difficoltà sociali se non vuole ridursi a un ruolo di testimonianza combattiva ma politicamente sterile.

L'aggiustamento di mira di Antonio Di Pietro non è casuale e sembra destinato ad amplificare le tensioni interne ai Democratici. Costretti, da un lato, a posizioni meno accomodanti in tema di riforme, e della giustizia in particolare, e, dall'altro lato, a rispolverare parole di battaglia sul fronte delle politiche sociali e di bilancio del governo. Il tutto per sventare le insidie elettorali dell'Italia dei Valori, già dalle prossime regionali.

Per questa ragione, e non solo per questa, è difficile immaginare una qualsiasi intesa del Pd con la maggioranza, anche solo sul piano delle procedure parlamentari, prima del voto di primavera. Nell'attesa, però, Bersani è chiamato a diradare la nebbia che da qui ad allora potrebbe addensarsi sulla strategia del partito, e non solo in materia di riforme. In un precedente articolo si era detto di un "riformismo d'emergenza" messo in piedi da Bersani per avviare un percorso di sganciamento dal dipietrismo. Contro questa manovra, come ha denunciato D'Alema nell'intervista natalizia su "l'Unità", si è mosso un certo mondo editorial-politico, quegli stessi ambienti che hanno supportato l'ascesa del  veltronismo prima e, poi, la sua deriva dipietrista. Una denuncia diversa forse nei toni, ma in tutto simile a quella che il presidente del Consiglio ripete almeno dal mese di aprile.

Bersani è chiamato a fare sintesi fra le diverse anime. Traguardo già arduo di suo, ma impossibile da raggiungere se oltre alle anime del partito deve far di conto con le ombre e i fantasmi che puntano a condizionarlo.
 

Commenti
vanni
29/12/09 11:57
In realtà massima unità d'intenti
L'unico obiettivo strategico, non soltanto della sinistra ma pure di tutta la balda e nutrita conventicola politica dei retrivi, è di togliersi di torno quell'ultrasettantenne per loro troppo vivido e giovane di mente. Costui si è messo di traverso alla loro entusiasmante traiettoria politica, che era così ben orientata verso il futuro, così tesa avventurosa lungimirante... neanche il più scattante Brezhnev. La differenza sta solo nel modo da usare. L'obiettivo rimane quello così compostamente e comunistamente esposto anni fa, quando pareva che i cinghialoni si potessero ormai stendere inesorabilmente: veder Berlusconi chiedere l'elemosina. Obiettivo non a caso additato da D'alema (ora “dialogante”, quel D'alema considerato il più brillante “statista” all'interno del suo schieramento) e da subito o via via nel tempo recepito dai grandi prim'attori – ci sarà posto per tutti? - della politica italiana: i Franceschini, i Veltroni, i Dipietro, le Bindi, i Casini, i Bersani... (di Parisi e di Follini mancano informazioni inequivocabili, mentre Fini deve recuperare da sovraeposizione e forse riposizionarsi). Insomma: per il futuro dell'Italia e degli Italiani il giusto progetto condiviso, una “vision” nella sua massima, più sagace ed esaustiva estrinsecazione.
daniele
29/12/09 18:11
Gli italiani non si devono
Gli italiani non si devono meritare granché se,per quasi 50 anni, si sono tenuti un pci ed una dc.L'opposizione di oggi fa un certo disgusto.Ma non è casa mia.A me interessa vedere un pdl che ha i suoi Miccichè,i suoi Galan,i suoi Fini.E neppure questo è un gran bello spettacolo.
vanni
29/12/09 18:42
Non è poi poco
Egregio Daniele, Lei ha ragione. E mi auguro Berlusconi ancòra per tanto.
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