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Un mese dopo Obama

Nel suo lungo viaggio in Africa, la Clinton promette aiuti e cerca alleati

10 Agosto 2009
Hillary Clinton e il presidente sudafricano Zuma

A meno di un mese dalla visita in Ghana del presidente americano Barack Obama, il Segretario di Stato USA Hillary Clinton ha intrapreso il 4 agosto un viaggio di 11 giorni in Africa durante il quale toccherà sette capitali.

Prima tappa della visita ufficiale della Clinton è stata il Kenya dove la scorsa settimana si è svolto nella capitale Nairobi l’VIII Forum AGOA (African Growth and Opportunity Act), un piano di collaborazione e assistenza economica e commerciale ai paesi dell’Africa subsahariana varato dal Congresso americano nel 2000 e confermato nel 2004 con la proroga della sua scadenza dal 2008 al 2015. L’iniziativa, che finora ha consentito la creazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro nei 39 stati coinvolti, si propone di facilitare con la riduzione dei dazi o con il loro azzeramento l’esportazione negli Stati Uniti di prodotti africani che spaziano dal settore dell’abbigliamento a quello dei fiori recisi. Per entrare nel programma di sviluppo i governi africani devono fornire garanzie quali il rispetto dei diritti dei lavoratori e l’applicazione delle regole del libero mercato, oltre naturalmente a impegnarsi concretamente in favore della democrazia e del buon governo.

È quanto ha ribadito Hillary Clinton a Nairobi solo per sentirsi rispondere dal primo ministro kenyano Raila Odinga, tra gli applausi scroscianti dei partecipanti al Forum: “smettetela di darci lezioni su come governare il paese, non ne abbiamo bisogno. Apriteci invece le strade del commercio bilaterale”.

Le parole di Odinga rappresentano una replica più ancora che alla Clinton, al suo presidente, Obama, che nel memorabile discorso pronunciato ad Accra l’11 luglio aveva osato puntare l’indice contro i governi africani: “l’Occidente non ha colpa della bancarotta dello Zimbabwe, delle guerre in cui si fanno combattere i bambini e delle altre piaghe che oggi affliggono l’Africa – aveva detto – nessun paese può creare ricchezza se i suoi leader sfruttano l’economia per arricchirsi. Nessun imprenditore vuole investire in un paese il cui governo fa su tutto una cresta del 20%. Nessuno ha voglia di vivere in un paese in cui regnano ferocia e corruzione. Questa non è democrazia, ma tirannia anche se qualche volta si va a votare. E tutto questo deve finire”.

Il peggio è che Obama aveva portato come esempio proprio il Kenya, la patria di suo padre, ricordando che nell’anno della propria nascita, il 1961, quando ancora era colonia britannica, il paese vantava un PIL pro capite maggiore della Corea del Sud, mentre adesso quello del Kenya, al 148esimo posto nell’Indice dello sviluppo umano, è di 1.240 dollari, e quello della Corea del Sud, al 26esimo posto, è salito a 22.029 dollari.

A Nairobi Hillary Clinton era attesa anche dal presidente della Somalia, Sheikh Sharif Ahmed, al quale il Segretario di Stato USA ha portato la conferma del pieno sostegno americano al suo governo e la buona notizia del raddoppio del quantitativo di armi americane su cui la Somalia potrà contare per resistere all’avanzata delle milizie antigovernative legate al terrorismo islamico internazionale che, dopo la partenza a gennaio delle truppe etiopi, controllano di nuovo vaste porzioni di territorio, numerose città importanti, inclusi i porti di Merca e di Kismayo, e persino una parte della capitale Mogadiscio.

Solo il tempo dirà se, superando le perplessità USA e seguendo l’orientamento suggerito tra gli altri dall’inviato speciale del governo italiano Mario Raffaelli, è stata una buona mossa da parte della comunità internazionale aver sostenuto l’ingresso in parlamento e al governo dei leader dei gruppi antigovernativi ritenuti moderati e la nomina alla presidenza del loro capo Sheikh Sharif Ahmed. È in gioco non solo il futuro della Somalia, ma anche l’esito della lotta dell’Occidente contro al Qaeda e i suoi alleati, insediatisi nell’ex colonia italiana come in passato hanno fatto in Sudan e in Afghanistan.

Di non minore impegno sono gli altri appuntamenti di Hillary Clinton che, lasciata Nairobi, in Sudafrica ha discusso con il presidente Zuma del Comando militare americano per l’Africa (Africom), operativo da quasi un anno, ma che ancora manca di una base nel continente, e della crisi economica e politica del vicino Zimbabwe, da cui un quarto della popolazione è emigrato in Sudafrica per sottrarsi alla fame e alla violenza.

La attendono poi Angola, Repubblica Democratica del Congo e Nigeria: tre stati di estrema importanza per le materie prime di cui dispongono. Di Congo e Nigeria sono noti i problemi politici e sociali tuttora irrisolti che si traducono in tassi di povertà elevatissimi, malgrado le immense risorse naturali. Quanto all’Angola, divenuto nel 2008 il primo produttore di petrolio dell’Africa subsahariana, se anche per questo paese la ricchezza sarà una maledizione lo deciderà il presidente José Eduardo Dos Santos: molto dipende dal fatto che accetti finalmente il confronto elettorale promesso, ma non ancora affrontato, da quando nel 2002 l’uccisione del leader dell’Unita Jonas Savimbi ha messo fino a decenni di guerra civile.

Penultima tappa del viaggio è la Liberia, un paese che, anche grazie all’intervento USA, ha concluso nel 2003 una delle più cruente guerre civili della storia recente del continente, ma ne è uscito letteralmente in macerie: lo guida dal 2005 l’energica economista Ellen Johnson-Sirleaf, prima donna africana eletta capo di stato. Infine Hillary Clinton sosterà a Capo Verde, l’arcipelago di mezzo milione di abitanti che deve la sua posizione tra i paesi mediamente sviluppati alle rimesse di alcune centinaia di migliaia di emigranti, in gran parte residenti negli Stati Uniti.
 

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