Venerdì 10 Febbraio 2012
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E' tempo di paura o di speranza?

Nell'economia italiana ha vinto Tremonti, non la rivoluzione liberale

22 Gennaio 2010
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La riduzione fiscale non è solo un obiettivo economico. Si tratta soprattutto di un traguardo di libertà. Questa è la grande forza del messaggio che Silvio Berlusconi ha lanciato a partire dagli anni Novanta: il grande tycoon della politica italiana ha lanciato una cultura rivoluzionaria, che associava il concetto della riduzione fiscale a quello dell'allargamento degli spazi di libertà. Se non si parte da questo presupposto, non si intende quale sia stato il vero ruolo culturale - si potrebbe dire spirituale - della posizione berlusconiana sul fisco.

Ma Silvio Berlusconi non ha vinto le elezioni del 2008 su una piattaforma liberista. Chiunque abbia compreso il senso de La paura e la speranza - il libro con cui Giulio Tremonti ha dato il tema di fondo della campagna elettorale del PDL - sa perfettamente che è su temi diversi che il centrodestra italiano ha conquistato la fiducia del paese. I grandi temi intorno ai quali si è condensato il consenso sono stati quelli della tenuta sociale, della riscoperta delle comunità e un senso di solidarietà declinato in chiave identitaria.

Per questa ragione Giulio Tremonti ha bloccato fino ad oggi tutti i tentativi di operare delle riforme radicali in termini economici e sociali. Il riformismo del centrodestra - compresi i tanto criticati provvedimenti di Brunetta o della Gelmini - si è manifestato davvero un riformismo a spizzico, che ha allargato degli spazi prima serrati, ma che ha mantenuto sostanzialmente invariati molti rapporti di forza tradizionali nella società italiana. Al di là di alcuni tentativi di volata, la politica del governo Berlusconi è ispirata da profonda prudenza.

Il centro intorno al quale si è mossa la politica governativa nel 2008 e nel 2009 è stato quello del ritorno dello Stato. L'immondizia napoletana, la lotta al crimine, l'efficientismo in Abruzzo: sono i tre assi lungo i quali il governo ha voluto marcare non solo la sua capacità di intervento, ma soprattutto la capacità di intervento dello Stato. Anche i Tremonti-bond e lo scudo fiscale, insieme ai provvedimenti sugli ammortizzatori sociali, possono essere letti in questo senso: la potenza dello Stato torna ad affermare il proprio primato.

Non credo che questa forma di ritorno allo Stato si possa considerare anti-liberale. Al contrario, se c'è un presupposto che ogni liberale dovrebbe accettare è quello che nessuna forma di mercato potrebbe essere garantita senza una potenza statuale capace di intervenire nei momenti di eccezione. Chiunque getti uno sguardo sincero sulle esperienze liberali e liberiste della fine del XX secolo - penso a Regan e Thatcher - sa che l'allargamento dello spazio di libertà è stato condotto contemporaneamente alla ricostruzione dell'autorevolezza dello Stato.

Su questo punto si è concentrata la politica del governo di centrodestra nel suo primo periodo. La disgregazione dell'autorevolezza dello Stato nel corso degli ultimi decenni era un problema capace di minare alla base qualsiasi progetto riformista. Nel tempo della paura, come giustamente lo ha chiamato Giulio Tremonti, la prima condizione è quella di ristabilire le condizioni di una vitalità ordinata e serena. Affrettare i tempi delle riforme, in una condizione di fragilità economica, sociale e politica, può voler dire il massacro elettorale e storico di un progetto politico.

Per questa ragione occorre avere pazienza sulla riforma fiscale. Le accelerazioni improvvise e i cambiamenti repentini di ritmo nel lavoro del governo rischiano di non assecondare i bisogni profondi della società italiana. Dal 2001 al 2006 la stabilità del governo Berlusconi - che era anche una capacità di dare una progettualità di ampio respiro alla società italiana - è stata minata dalla incertezza della maggioranza. Il ciclo iniziato nel 2008 non deve essere turbato da inquietudini improvvise e ansie repentine.

La speranza che il governo Berlusconi ha promesso al Paese è innanzitutto quella di proteggerlo dalle instabilità che sta colpendo l'Occidente. Abbandonare questa linea maestra potrebbe significare lasciare da parte l'arma vincente che ha messo in sintonia il centrodestra con l'Italia. Non si tratta di una semplice questione elettorale: la pazienza di un riformismo lento e senza strappi è la via di un liberalismo conservatore e moderato.

Commenti
Anonimo
22/01/10 11:28
Riformismo lento e senza strappi o mancanza di progettualità?
Molto più semplicemente B. e Tremonti non sanno che pesci prendere. Allora perchè B. torna dal "restauro natalizio" annunciando la riduzione delle tasse? Il vero tema di fondo è che prima il liberismo ora la crisi, B. è solo alla ricerca continua di consenso (come se poi non lo avesse già!) e non sta lavorando per gli italiani.
domenico
22/01/10 14:18
è assolutamente da
è assolutamente da apprezzare la moderazione di tremonti nella gestione dell'economia pubblica italiana. non ci possiamo permettere riforme a costi altissimi ben sapendo che ci sono paesi in europa (grecia, spagna, irlanda) che sono sull'orlo di crisi finanziarie ed economiche che mettono a rischio la tenuta stessa dell'euro.
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