Se l’appello di poeti, scrittori, universitari e premi Nobel inglesi sarà accolto, le ceneri di Ted Hughes, uno dei grandi poeti inglesi del ‘900, saranno presto in Westminster Abbey, nell’angolo dei poeti, insieme a quelle di Geoffrey Chaucer e di Robert Browning. Ted Hughes era Poet Laureate, poeta nominato dalla regina, una istituzione secolare iniziata con Carlo II: un dettaglio eloquente per comprendere quanto contano poesia e letteratura in Gran Bretagna. Pur essendo Poet Laureat, Hughes, morto nel 1998, fu tutt’altro che un cortigiano o un damerino dell’establishment.
Fisicamente era un gigante con la faccia squadrata, quasi scolpita nel legno, la bocca larga e sottile e gli occhi chiari con una luce speciale. Amava il mare, i figli Frieda e Nicholas, andare a pescare, raccontare storie agli amici, bere vodka, viaggiare, era affascinato dalla natura, dalle culture primitive, dagli animali. Cavalli, lupi, corvi, falchi, rondini, cavallette, mosche, ragni, serpenti, viole, narcisi, ciclamini, querce, insieme al vento, al sole, al mare, alla terra sono i soggetti della sua poesia. Non è un romantico e non guarda alla natura come una difesa dalla metropoli avvelenata dal capitalismo. Era nato e cresciuto contento in campagna, nel Yorkshire occidentale degli anni Trenta, dove andare a caccia era una grande avventura per un bambino.
Hughes non è un tormentato, né un pessimista cupo, usa l’infinità varietà delle specie animali per descrivere gli esseri umani. È uno sguardo lucido sulla violenza come in Relic (Reliquia), la famosa poesia sull’osso di mandibola di pescecane ritrovato sulla spiaggia. “Gli abissi sono freddi; in quella tenebra il cameratismo non tiene: il contatto diventa presa, indigestione.[…] Nel mare il tempo si mangia la coda, prospera, sputa queste cose indigeribili, i pennoni delle intenzioni perdute sotto la superficie. Questo osso di mascella ricurvo non rise, ma abbrancò e morse e adesso è un cenotafio”. Insieme al corvo e al gufo, c’è anche la danza dei moscerini con le loro faccine barbute, il gioco dell’acqua, la cavallina pazza, la zanna del lupo divenuta amuleto, la viola finita fragile e sbiadita, essiccata, tra le pagine di un libro. Hughes è anche il poeta di Fiori e insetti, delle libellule appena schiuse, umide e lievi, che ballano come fanciulle, dei lampadari di giunchiglie, pieghevoli e flessuose finite sul tavolo di un falegname, dei ciclamini prigionieri in un vaso, della cavalletta malata d’amore, dei ragni che fanno l’amore fino a divorarsi.
Amato dagli inglesi, Ted Hughes è stato a lungo all’estero soltanto il marito di Sylvia Plath, la poetessa americana suicida a Londra nel 1963, accusato per anni dalle femministe di essere il suo carnefice. Nessun poeta inglese, dopo Byron, ha avuto una vita privata tanto chiacchierata quanto lui, scrisse il Times. L’amore con Sylvia Plath, una poetessa di Boston, che sposò dopo pochi mesi dall’incontro a un party letterario a Cambridge, nel 1956, condiziona tutta la sua vita. Ne ha parlato per la prima volta solo in Birthday Letters ( Lettere di compleanno), nel 1998, l’anno in cui è morto. Un grande amore, lui di Cambridge, lei dell’esclusivo Smith College, entrambi pieni di speranze, con pochi di soldi, la passione per la poesia e la letteratura, ma anche voglia di bambini, di viaggi, di conoscere il mondo. Lei ha alle spalle un tentativo di suicidio, la depressione, il ricovero in clinica, la psicoanalisi. Lui ha un’infanzia felice nella campagna inglese, è pieno di vita, lei è figlia di immigrati tedeschi in America, odia il padre e ha un rapporto simbiotico con la madre.
Come ha raccontato in Birthday Letters, Ted la vide per la prima volta in una foto pubblicata da un giornale londinese, che annunciava l’arrivo dei borsisti Fullbright. “Notai subito i tuoi capelli lunghi, le onde morbide – la ciocca alla Veronica Lake. Non quello che nascondeva. Sembravano biondi. E il tuo sorriso. Il tuo esagerato sorriso americano per i fotografi, i giudici, gli sconosciuti, gli intimidatori. Poi ti dimenticai”. I due si ritrovarono poco dopo a Cambridge, dove Ted presentò la sua rivista. Fu subito amore, per lei sarà Colossus, il gigante da cui desidera essere protetta per tutta la vita. Per lui passione che scorre come un brandy nelle vene. “Tu eri sottile, flessuosa e liscia come un pesce. Eri un mondo nuovo. Il mio nuovo mondo. Questa è dunque l’America, mi dissi incantato. Bella, bellissima America!”. Ted amerà l’America, i deserti, i canyon, le rocce, le tracce delle antiche civiltà precolombiane. Sylvia lo inciterà a scrivere e nel 1957 vincerà un concorso di poesia a New York, che gli darà il successo. I due si trasferiscono a Boston. Una bella coppia, giovane e piena di talento, ma il matrimonio è già in crisi, dopo la nascita del primo figlio.
Sylvia e Ted sono due mondi diversi: lui è vitale, proiettato all’esterno, affascinato della natura, lei scrive solo di se stessa, del suo vissuto, del suo malessere, i suoi incubi, l’insoddisfazione di sé, la paura continua del fallimento letterario. Ted s’innamorerà di una vicina di casa, Assia Weivil, un’ebrea russo-tedesca che aveva vissuto in Israele e Canada. Una bruna bellissima, raffinata ed esotica. “Vidi che la sognatrice che era in lei si era innamorata di me senza saperlo. In quell’istante il sognatore che era in me si innamorò di lei, e io lo sapevo”. Per Sylvia è il crollo di tutto e chiede la separazione. Torna a Londra, pubblica il romanzo La campana di vetro e, a un mese dalla pubblicazione, sigilla la porta e la finestra della cucina e apre il gas. Si suicida in un giorno più cupo degli altri, come disse sua madre. Da quel momento comincia il tormento di Assia Wevil, considerata responsabile della morte di Sylvia dai genitori di Ted. Assia perderà il bambino di Ted alla notizia della morte di Sylvia, col tempo comincerà addirittura a credere che Ted l’avrebbe lasciata, nonostante avesse avuto con lei una bimba, Shura. Nel ’69, Assia aprirà il gas e si suiciderà esattamente come Sylvia, portando con sé anche la piccola Shura. Per Ted sarà una nuova tragedia, i media inglesi lo proteggeranno non dando la notizia del suicidio.
Saranno la poesia, i bambini, gli amici a confortare Ted Hughes, grande poeta amato dagli inglesi e detestato da mezzo mondo come il fascista che ha ucciso Sylvia Plath. Nel 1984 fu nominato Poet Laureat dalla regina, un ruolo che ricoprì fino alla morte nel 1998. La figlia Frieda nel 2004 scrisse al Times per protestare contro le femministe che continuavano ad accusarlo della morte di Sylvia, senza conoscere niente della loro storia. Sylvia Plath temeva il vuoto, cercava disperatamente la simbiosi con Ted, non poteva vivere senza lui. Dalle Lettere alla madre viene fuori una giovane donna concentrata solo su stessa, innamorata di sé, tormentata dall’ansia dell’insuccesso. Si capisce anche che, nonostante volesse la separazione legale, sperava di riconquistare Ted, che andava ogni settimana a vedere i bambini. Scrive alla madre di un nuovo taglio di capelli, Ted non l’ha neppure riconosciuta, gli uomini le fischiano dietro per strada, il libro appena pubblicato sarà un successo. Inevitabilmente – si capisce – Ted tornerà da lei. Il suicidio improvviso può essere nato dalla notizia che Assia attendeva un bambino. A quella notizia Sylvia, invece di prendere una pistola e uccidere Ted e Assia, uccise sé stessa.
Ted non avrebbe mai immaginato che il figlio tanto amato, Nicholas, amante del mare come lui, vissuto quasi in simbiosi con lui, non sarebbe riuscito a sopravvivere senza lui, come Sylvia. Nicholas era un biologo specializzato in pesci, un universitario stimato per le sue ricerche in Alaska. Ted e Nicholas avevano un rapporto unico, quando Ted morì per Nicholas arrivò la depressione, si licenziò dall’università e alla fine si impiccò. Diversamente dalla sorella Frieda, alle prese con la depressione e l’anoressia, Nicholas aveva sempre evitato di affrontare la morte della madre, al cui suicidio aveva assistito con la sorellina nella stanza accanto.“Che cosa posso dirti che non sai della vita dopo la morte?”, aveva chiesto Ted a Sylvia nelle poesie dove immagina di festeggiare i suoi sessant’anni. “Alla festa dei tuoi sessant’anni nel chiarore della torta […] tutti ridono come se fossero grati, è un grande ritrovo: amici vecchi e nuovi, alcuni scrittori famosi, la tua corte di menti brillanti, editori, dottori e professori, sorridono felici socchiudendo gli occhi […] Solo tu e io non ridiamo”. L’incontro di due giovani, che sarebbero divenuti tra i più celebrati poeti del ‘900, si è trasformato in una delle pagine più tragiche della storia della letteratura anglosassone.

