Venerdì 3 Settembre 2010
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Co-fondatori ai ferri corti

Un errore imputare solo a Fini la colpa di ciò che accade nel Pdl

29 Luglio 2010
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In questo non facile momento politico, nel quale si consuma di fatto la rottura tra i due cofondatori del partito, i sostenitori o i simpatizzanti del centrodestra non debbono cedere alla tentazione di dare una lettura personalistica di questa lacerazione. Soprattutto, a nostro avviso, occorre evitare di addossare tutta la colpa a Gianfranco Fini, facendo dell'attuale presidente della Camera il comodo capro espiatorio di una situazione più generale.

Un simile atteggiamento è sconsigliabile non solo sotto il profilo tattico, per così dire. Una considerazione di elementare buon senso suggerisce, infatti, di non inserire un ulteriore elemento di risentimento e di tensione a un quadro già fortemente condizionato da fattori emotivi. A questo primo motivo bisogna poi aggiungere una più sostanziale ragione di metodo. Solo analizzando gli elementi a nostra disposizione con animo sgombro da pulsioni passionali, infatti, sarà possibile ricavarne indicazioni utili anche per il futuro.

Checché si pensi delle polemiche di questi giorni, se operiamo una considerazione di lungo periodo, che investa gli ultimi quindici anni, i meriti politici di Fini sono fuori discussione. Per quanto fatto in questo non breve arco di tempo, l'ex leader di An si è meritato un posto d'onore nei futuri libri di storia. Sotto questo profilo sarà ricordato come il politico capace di trasformare una destra nostalgica (non priva di componenti eversive o antisistema) in una componente essenziale di una compagine di governo.

Una simile premessa comporta anche la negazione di una lettura autolesionistica dell'accaduto. Non si può supporre che il contributo determinate da lui dato alla nascita del Pdl fosse viziato all'origine da una riserva mentale. Semmai occorre considerare un aspetto particolare che può aver svolto un ruolo non secondario nella determinazione degli eventi.

Fini deve essersi reso conto da subito che nella nuova formazione politica a lui non sarebbe spettato il ruolo di erede designato. Contro una simile prospettiva congiuravano diversi elementi. C'era, in primo luogo, un dato numerico, il fatto, cioè, che la componente aennina fosse minoritaria rispetto a quella proveniente da Forza Italia. Inoltre, e soprattutto, la leadership carismatica di Berlusconi (come ogni leadership carismatica) non può prevedere successioni, cioè preordinare la propria scomparsa.

Convinto di non poter aspirare al ruolo di delfino, Fini ha cercato di guadagnare spazio e peso contrattuale in modo da poter giocare meglio le proprie carte al momento della successione. Da qui la tattica del controcanto che lo ha portato a distinguere puntigliosamente la propria posizione da quella del partito, praticamente su tutti i temi man mano presenti nel dibattito politico. Il passaggio successivo è stato quello della conta dei fedelissimi, per risicare la maggioranza e detenere così una sorta di potere di veto sull'operato del governo. Alla lunga però il gioco di alzare l'assicella si è spinto troppo avanti fino a superare il punto di non ritorno.

Cosa accadrà prossimamente è difficile dirlo, il futuro è in grembo a Zeus. La dinamica degli eventi, però, suggerisce già una conclusione di ordine generale. Per quanto si sia formato in una compagine politica che viveva ai margini della prima repubblica, la cultura politica di Fini è tutta interna a quel mondo. Un mondo nel quale la manovra tattica che si muove per linee interne, l'imboscata parlamentare (vera o minacciata), la schermaglia che serve a coprire una diversione sono viste come la quintessenza dell'arte politica e non come forme deteriori di politicismo. In altri termini il problema Fini non s'intende se non lo si colloca in un contesto più generale, che prenda in considerazione il clima culturale, per così dire, che si respira nelle stanze ovattate della Capitale.

Come si vede, al di là della persona di Fini, le conclusioni cui ci porta la nostra analisi non invitano all'ottimismo. Finché la cultura politica dominante nei palazzi romani sarà questa, riuscire a chiudere la transizione italiana risulterà davvero molto difficile.

 

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Commenti
Marco Marcelli
29/07/10 19:46
Fini nei libri di storia?
Interessante, ma dove sarebbe arrivato Fini senza il colpo sferrato da Silvio Berlusconi allo spesso muro di diffidenza che separava la destra dal resto del panorama politico italiano? Fini si è trovato (come Casini) al momento giusto nel posto giusto. In precedenza, di lui si ricorda qualche intemerata contro il malcostume sull’onda di mani pulite (in quel caso, la palla “giacobina” gli era stata addirittura alzata dai comunisti), una campagna senza ricadute a favore della eliminazione del sostituto di imposta, così da sensibilizzare gli italiani sull’effettiva entità del prelievo fiscale dalla busta paga (come se ce ne fosse bisogno), e le dure posizioni contro l’immigrazione (queste ultime, come sappiamo, recentemente sconfessate con roboanti sparate a favore dell’insegnamento del Corano nelle scuole e del voto agli extracomunitari). Nient’altro. Ah no, l’esilarante avventura dell’Elefantino. L’unica volta in 16 anni che gli è capitato di lasciare la sicura mano di Berlusconi per camminare da solo. Tombola. La realtà è che Fini è sempre stato un animale da campagna elettorale. Nessuno si sarebbe mai accorto se, lontano dagli appuntamenti elettorali, fosse stato ogni volta messo in frigorifero per esserne estratto, fresco ed abbronzato, in occasione delle successive tornate. Un buon retore. Nulla di più. Di sicuro, non un profilo destinato ai libri di storia. Piuttosto, ai cartoni animati nella parte di Willy il Coyote. Provate adesso ad immaginare chi è l’imprendibile Beep Beep ...
Anonimo
29/07/10 20:45
E' il punto piu' basso della
E' il punto piu' basso della nostra storia, degrado morale esaltato a dominio politico: FUORI BERLUSCONI dal PDL!!!
antonella
29/07/10 23:14
Fini
Gli elettori hanno scelto un governo di larga maggioranza, hanno scelto un presidente del consiglio e un programma. Mettendo il bastone tra le ruote di questo esecutivo, come ha fatto quotidianamente la pattuglia finiana, e le varie generazioni italie, farefuturo e bocchini vari, si e' tradito il mandato elettorale. Aggiungiamo la scandalosa proposta di voto amministrativo agli immigrati, totalmente esulante dal programma, se non addirittura contraria e foriera di problemi col principale alleato di governo : la lega Nord. Tutto cio' per meri fini personali e di potere. Ora il sub-fondatore non ha interessi a far cadere il governo, perche' sa benissimo che per lui sarebbe una ecatombe da prefisso telefonico. Preferisce tiracchiare ancora un po' a campare, pontificando dalla seggiolina della Camera. La fedelta' agli elettori e' gia' stata tradita da un pezzo. Berlusconi sta' facendo una battaglia per l'Italia e i suoi italiani, Fini sta facendo una battaglia di poltrone e di arroganza. Berlusconi vuole togliere il vecchio sistema burocratico gestito dalla vecchia politica e dai suoi vecchi politicanti come il PD. IDV e tutti i partiti di sinistra che cambiano sempre nome ma non gli uomini. Anche il Pdl ha cambiato nome ma il vecchio politico di professione Fini non vuol cambiare il pelo. Noi elettori e cittadini italiani vogliamo e pretendiamo il rinnovamento di questo Paese e della magistratura politicizzata. Basta con il tira e molla. E' giunta l'ora di cambiare veramente. Fuori Fini e i suoi Finistei.
Cyb
29/07/10 23:39
Questione morale, altro che lotta per la leadership.
La destra (ma, invero, anche la sinistra) ha bisogno di una classe politica meno compromessa. La "battaglia" per la legalità di Fini sarà anche intempestiva e tardiva ma, nella sostanza, è ineccepibile. Troppi personaggi coinvolti in procedimenti giudiziari minano la credibilità dell'intera destra e, ormai, il "mantra" del complotto delle toghe rosse sembra il ritornello di un disco rotto.
Carlo
30/07/10 01:13
Fini
Come ha già commentato un altro lettore il problema di Fini non consiste nell'avere cercato di ottenere una visibilità, nè di avere su diverse questioni le proprie idee. Il problema è che Fini ha tradito il patto con l'elettorato ed è quindi giusto che vada a casa.
vanni
30/07/10 09:21
Politicismo da prima repubblica
L'imprinting, la “cultura politica” della prima repubblica è un handicap proprio della stragrande maggioranza dei parlamentari. Troppo pochi di loro se ne sono liberati, troppo pochi ne sono esenti. Del resto è su questo “spirito di servizio” che hanno fondato i loro successi. Tocca agli elettori pretendere il cambiamento di certi atteggiamenti (o, più semplicemente, cambiare tante facce), se sono stanchi di queste “ammuine” - diffuse in tutti gli schieramenti - e le considerano responsabili della stagnazione.
Anonimoarmando
30/07/10 13:08
la maggioranza dei politici
la maggioranza dei politici proviene dalla prima repubblica e non cambiera mai comportamento purtroppo anche la maggior perte dei dirigenti pubblici e privati ha la stessa mentalita e non e in grado di gestire la globalizzazione
Olivier Bessire
30/07/10 14:15
Fini ha tradito l'impegno di una legislatura "del fare"
Gentile Griffo, la Sua "chiacchierata" sui meriti di Fini eludono il vero tema: Fini ha tradito l'impegno di una legislatura "del fare" e il mandato popolare su cosa fare !
Nicky
30/07/10 16:15
Finalmente
finalmente, come dice Andrea Marcenaro, Fini comincia a fare il frocio col culo suo. Farlo con quello degli altri è troppo facile. Forza Cav.!
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