Venerdì 10 Febbraio 2012
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Va di moda sparare sugli economisti ma alcuni avevano previsto la crisi

2 Settembre 2009

Il più praticato gioco di società di questi ultimi mesi è il tiro al bersaglio nei confronti degli economisti. Dalla Regina del Regno Unito al Ministro italiano dell’Economia e delle Finanze, passando per giornalisti improvvisatisi in saggisti e per l’onnipresente Ing. Jacques Attali (il quale ha ovviamente dedicato al tema un “instant book” di grande successo Oltralpe e non solo), tutti accusano coloro che professano “la triste scienza” di non avere previsto la crisi e le dimensioni che avrebbe avuto e di non essere in grado di indicare una terapia per uscirne. Cerchiamo di fare il punto sine ira ni studio.

In primo luogo, non è vero che tutta la disciplina economica è stata cieca nei confronti dell’avvicinarsi della tempesta.

Numerosi economisti, anche italiani, hanno avvertito che, sin dal crollo delle Borse dell’autunno 1987, era iniziato un periodo convulso che sarebbe durato a lungo e che avrebbe lasciato  molti morti e feriti sul terreno se non si fossero prese le misure macroeconomiche e, soprattutto, micro-economiche del caso. Lo hanno ripetuto dopo la crisi asiatica del 1997-98 ed i sussulti in Russia ed in America Latina negli anni immediatamente successivi.

Martin Wolf che oltre ad essere un ottimo economista (addestrato alla Banca Mondiale) è penna di grido del “Financial Times” (di cui dirige i commenti economici), in un libro di non moto tempo ha proprio individuato nella crisi asiatica e nei suoi postumi una delle determinanti di quanto è in corso dall’estate 2007 a livello mondiale. Non sono stati ascoltati perché in Europa si era alle prese con il faticoso cammino verso l’Euro, in America con una crescita che sembrava inarrestabile ed in Asia con aumenti dei redditi e dei consumi inauditi. Tutti temi più importanti, o quanto meno, più immediato. Se tutto andava per il meglio, poi, perché stare a sentire le Cassandre e le cornacchie? Meglio, molto meglio il suono delle sirene. Infatti, gli economisti che piacciono sono quelli armati di ricettare perché l’universo mondo diventi sempre più ricco e sempre più giusto.

In secondo luogo, la disciplina economica non è una scienza esatta ma fa parte delle scienze sociali. Sino ad alcuni decenni fa in Italia non veniva insegnata nelle “scuole superiori di commercio” ma nelle facoltà di giurisprudenza e scienza politiche. Il suo compito principale è quello di esaminare i fenomeni con la cassetta degli attrezzi della professione. Non certo quello di trasformare ricercatori e docenti in veggenti in grado di fare previsioni a medio e lungo termine.

Un piccolo ramo della disciplina utilizza la cassetta degli attrezzi per fare stime per lo più mancro-economiche, di solito a due anni e avvertendone i limiti e le probabilità di realizzazione (come ben sa chi ogni settimana legge le tabelle nelle ultime due pagine di The Economist).

Un altro ramo conduce micro-simulazioni che non hanno, però, l’obiettivo di “prevedere” ma quello di indicare reazioni e contro-reazioni di soggetti economici (individui, famiglie, imprese, pubblica amministrazione) rispetto a incentivi o disincentivi connessi a fenomeni economico. Sono, si tenga presente, sotto-discipline importanti ma minoritarie. Ad esempio, gli economisti hanno serie difficoltà a costruire scenari e a giustapporli; chi lo fa – e le citazioni possono essere molteplici – ricorre alla strumentazione di altre discipline - da quelle connesse alla strategia militari ed aziendali a quelle cugini dello spionaggio e del contro-spionggio.

In tutte le discipline, quindi anche tra gli economisti, ci sono economaniaci. Da decenni la londinese LSE viene chiamata, scherzando, London School of Ecomaniacs. Ci sono coloro che credono nella (falsa) esattezza delle stime econometriche (forniscono al più ordini di grandezza). Dimenticano l’umiltà di una professione recente e mutuataria di tante altre discipline (dalle scienze umane e sociali alla matematica). Costoro non hanno colpa della crisi. Ma si meritano tutti i rimbrotti dovuti agli arroganti.

Commenti
Inkognitus
02/09/09 19:58
Martin Wolf ??? Ma per cortesia...
Conclusione: l’economia non può essere studiata come ‘scienza naturale’. Lo aveva già capito Ludwig Von Mises un secolo fa. Ma qualche ‘austriaco’ si è preso la rivincita. In un commento a un articolo simile su La Voce, ho menzionato Peter Schiff ( chi era costui?) come uno dei pochi , se non l’unico, ad aver previsto la crisi con anni di anticipo proprio grazie alla conoscenza dell’approccio austriaco. Date un’occhiata al video “Peter Schiff Was Right 2006 - 2007 (2nd Edition)” , questo per far capire quanto gli economisti mainstream siano inaffidabili. Guardate come ne esce Arthur Laffer.... Per chiudere, dite allo stimato Martin Wolf & C. che la crisi asiatica dal 1997 non c’entra assolutamente nulla con quella attuale, le cui cause sono da attribuire alla politica monetaria della FED dopo lo scoppio della bolla del Nasdaq. Greenspan portò i tassi all’1% e li tenne così per 3 anni (sic!) creando una nuova bolla speculativa, la più grande della storia americana, nel settore immobiliare. I cicli economici sono sempre dovuti alle espansioni monetarie e quindi riconducibili in ultima analisi alle banche centrali, che creano bolle speculative manipolando i tassi di interesse. E quando una bolla scoppia, provvedono subito a crearne un'altra. Spero che L'Occidentale rivolga l’attenzione a chi , come Schiff, l’economia la capisce davvero.
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