L’immigrazione ha tante facce. Alcune molto inquietanti, altre altrettanto rassicuranti. L’immigrazione è crescita e sviluppo economico ma è anche sfruttamento e degrado, è integrazione e solidarietà ma anche razzismo e xenofobia. Parlare di immigrazione tocca al fondo della nostra identità e anche della nostra umanità e ci mette spesso a confrontarci con il problema della sicurezza e della paura ma anche con la tolleranza e il rispetto. Parole importanti e vere, che quando si parla di uomini e donne in carne ed ossa bisogna avere il coraggio di pronunciare con onestà intellettuale e non perché imboccati dall’ideologia o dall’opportunità politica del momento.
Per questo, se dovessimo circoscrivere l’immigrazione ad una sola di queste facce, tutto ci verrebbe in mente tranne il riconoscimento ai cittadini stranieri del diritto di cittadinanza, breve o lunga che sia. Molto meglio parlare del riconoscimento dei diritti fondamentali di ciascuna persona, sia o no cittadina italiana: meglio la casa, le cure mediche, la scuola e un aiuto concreto all’integrazione. Meglio pensare a tutelare sul piano economico gli stranieri di grande volontà che per anni lavorano in Italia e sognano solo di tornare al loro Paese più ricchi e più fortunati. Naturalmente garantendo un equilibrio tra la soddisfazione in modo flessibile del fabbisogno di mano d’opera dell’economia italiana e la necessità di nuove opportunità di lavoro dei Paesi di provenienza. Nonché garantendo a coloro che hanno lavorato per anni in Italia di investire il frutto contributi che hanno versato nella casse dei nostri istituti di previdenza in una qualche attività remuneratoria nel loro Paese.
È necessario continuare a parlare di immigrazione, per centrare l’obiettivo e trovare finalmente soluzioni che siano concrete. Ed è necessario soprattutto agire. Ma come? Il governo sta facendo. Ha fatto sul piano della lotta all’immigrazione clandestina, una certezza delle regole che sono gli stessi immigrati regolari a richiedere allo Stato; sta facendo sul piano dell’integrazione: nel luglio 2009, nell’ambito del "pacchetto sicurezza", il Parlamento ha previsto per la prima volta l’ "accordo di integrazione". Esso consiste in una serie di impegni che l’immigrato sottoscrive ed è chiamato ad onorare nel periodo di validità del permesso di soggiorno, pena la perdita dei crediti necessari per ottenere il rinnovo e quindi l'espulsione.
Ma probabilmente non è abbastanza. Perché molto ancora si deve fare per risolvere il problema sul piano culturale e sociale. Basta pensare che in Italia non esistono ancora studi "fondamentali" sull’immigrazione, sul modello della grande inchiesta che venne fatta in Germania negli anni tra il 1952 e il 2007 . Nonostante il buonismo politicamente corretto di quanti – da sinistra e ultimamente anche da destra – non fanno che ripetere che "immigrato è bello" e che serve una politica di integrazione e rispetto nel segno del dialogo e del multiculturalismo ecco allora perché non è più eludibile un discorso sull’integrazione degli stranieri nel nostro Paese senza parlare prima di identità nazionale. A proporre un modello di integrazione nel pieno rispetto della nostra identità nazionale sono in molti anche a destra. Proprio ieri la fondazione Nuova Italia, del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e del sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, ha tenuto a Roma un convegno dal titolo "Immigrazione e identità nazionale. Verso un modello italiano" che riprende in pieno i temi cari alla destra, sfata vecchi e nuovi luoghi comuni sull’immigrazione e propone un modello di integrazione che boccia senza mezze misure e definitivamente qualsiasi ipotesi di cittadinanza breve.
Insomma, l’immigrazione è cosa seria e non l’oggetto di una contesa politica. A Rosarno lo sanno bene. Ma come Rosarno ci sono centinaia e centinaia di altri comuni e paesi d’Italia in cui la situazione è ugualmente al limite e rischia di esplodere se la miccia viene innescata. Ora, come sempre, la parola spetta alla politica. Che deve dare segnali forti e chiari di aver capito di cosa si sta parlando.


Sono capitato sul vostro