Mercoledì 23 Maggio 2012
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Non esiste solo il diritto a manifestare

Da quando "prevenire" la violenza è diventato incostituzionale?

21 Dicembre 2010
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La tesi per cui la riforma universitaria va aspramente combattuta in quanto comporta una aziendalizzazione delle università è espressione di una concezione illiberale e retrograda dell’economia pubblica. La stessa tesi è stata affermata a suo tempo per la sanità: anche in questo caso si è sostenuto che le unità sanitarie non possono essere considerate aziende in quanto prestano un servizio pubblico. Ma la aziendalizzazione dei servizi pubblici serve per renderli efficienti ed efficaci. Al contrario di quel che sostengono coloro che “lottano” contro l’aziendalizzazione dei servizi pubblici, ciò permette a chi ne usufruisce di avere servizi paragonabili a quelli privati a cui non vuole o non può rivolgersi. E consente agli addetti ai servizi pubblici di essere trattati, nel loro lavoro, con criteri analoghi a quelli vigenti nel settore privato, anziché dipendere da raccomandazioni e scatti automatici di carriera.

Dunque una riforma universitaria con questi obbiettivi, va a vantaggio dei cittadini a minor reddito e di quelli che desiderano vivere in una società ove contano il proprio merito e la propria capacità di impegnarsi. E questo ragionamento va in parallelo con quello della aziendalizzazione dei contratti di lavoro, propugnata dall’amministratore delegato della Fiat per legare le retribuzioni alla produttività ed avversato dalla CGIL, che invece vuole il contratto nazionale eguale per tutti.

Una delle ragioni per cui la sinistra, almeno in Italia, è in crisi profonda è proprio questa: non riuscire a capire che “l’aziendalizzazione” genera una società migliore e più equa e che la riforma universitaria va in questa direzione perché –come dice il senatore Quagliariello- cerca di perseguire principi di concorrenza e di merito. Che poi la riforma Gelmini realizzi in pieno o anche l’60% questi obbiettivi non lo credo come non lo crede lui. Comunque essa costituisce un passo avanti in questa direzione.

Ma il punto centrale, con riguardo alle manifestazioni di protesta violente e distruttive che hanno avuto luogo negli ultimi giorni e che rischiano di ripetersi non è questo. Il fatto è che nel 1968 la rivolta degli studenti era portatrice di proposte di liberalizzazione e modernizzazione della scuola, assieme ad altre proposte giuste o sbagliate che fossero. Era basata su richieste e proposte, questa è basata su rifiuti e su atti di violenza non accompagnati da alcuna elaborazione intellettuale. Allora ci fu una deriva di lotta armata politica. Ora c’è una deriva al disordine per il disordine.

Non solo a Roma, ma in tutte le città di Italia questi manifestanti hanno dato luogo ad atti assurdi preordinati a creare disordine: gli studenti o sedicenti tali, hanno bloccato il traffico, in ore di punta, in incroci nevralgici, con apposite barriere di legno e di metallo, erigendosi a vigili del traffico per far deviare le automobili nei sensi vietati e farle passare con il rosso anziché il verde ed impedendo anche ai pedoni di fare i percorsi desiderati. Così accanto alla polizia, si sono dovuti mobilitare i vigili urbani. Ma ciò non è bastato a impedire che il disagio e la congestione del traffico. Non si può affermare che questo modo di “manifestare” è stato dovuto a infiltrati. Esso è stato programmato da coloro che hanno organizzato queste proteste “spontanee”. E c’è stata anche una deriva di violenza contro le cose e le persone, che non ha alcuna relazione con il tema in discussione in parlamento.

Il senatore Gasparri ha chiesto che ci siano misure preventive affinché non si ripetano gli episodi di violenza. Alla base di questa proposta ci sono motivazioni molto serie, di cui non ci si può sbarazzare con superficiali richiami alla Costituzione come ha fatto, con notevole arroganza, l’onorevole Finocchiaro. Occorrono misure preventive allo scopo di evitare che si ripetano gli incidenti che hanno caratterizzato gli ultimi scontri. Non ci si può limitare a chiedere ai futuri manifestanti di avere senso di responsabilità, tanto più quando, nello stesso tempo, si afferma che essi esprimono un profondo disagio sociale della condizione giovanile studentesca, mentre si è visto che una parte dei dimostranti non sono affatto studenti e che una parte notevole di loro sono “di buona famiglia”.

 

Nella manifestazione romana di martedì scorso un giovane poteva essere ucciso o essere leso per sempre al cervello. E l’aggressore è un altro giovane, che ha compiuto un atto gratuito di immotivata violenza. Basterebbe questo per indurre a riflettere, senza fare richiami affrettati alle norme costituzionali o al disagio giovanile studentesco. Si è trattato, in questi caso e in altri analoghi, spesso, di un “delitto della folla” per usare l’espressione del giurista e sociologo del diritto Scipio Sighele, la cui opera penetrante sulla folla delinquente pubblicata nel 1891, è stata riedita dall’editore Marsilio nel 1985. La tesi di base è che l’individuo nella esaltazione della psicosi collettiva compie atti che per sua inclinazione non avrebbe mai commesso. Ma la conseguenza, per le leggi vigenti, è che quando questi atti diventano delitti, vanno puniti. E il rischio è di dovere consegnare alle carceri dei giovani e dei giovanissimi che, in questo modo subiscono un turbamento etico e psicologico che li può marchiare negativamente nella vita successiva. Come ha osservato il sottosegretario al ministero dell’Interno Mantovano le decisioni dell'autorità giudiziaria sugli scontri di martedì scorso inducono a una riflessione di sistema. I giudici di Roma hanno convalidato gli arresti, e con ciò hanno riconosciuto la correttezza dell'operato delle forze di polizia e la responsabilità degli arrestati per i reati loro contestati. Dunque, a carico dei 23 fermati esistono i gravi indizi di colpevolezza'. Tuttavia “Rimettendoli in libertà, i giudici hanno negato l'esistenza delle esigenze cautelari. E' noto che le esigenze cautelari rispondono a un duplice criterio di prevenzione: nel processo, il rischio di inquinamento della prova e il pericolo di fuga; fuori dal processo, il rischio di reiterazione dei reati. Per quest'ultimo aspetto, l'immediata liberazione degli arrestati crea un deficit di prevenzione''. E dire questo, dice Mantovano “ non significa invadere le autonome valutazioni della magistratura; ma porsi il problema di come evitare che gli scarcerati tornino a usare violenza alla prossima manifestazione, e che altri, prendendo spunto dal trattamento giudiziario permissivo, siano indotti a fare altrettanto”.

 

Una misura che può essere proposta, per risolvere il problema posto da Gasparri è quella di estendere- per l’ordine pubblico gli adattamenti del caso- a manifestazioni pericolose -  il daspo , che è il divieto di ingresso alle manifestazioni sportive. La sua applicazione ha impedito l’ingresso negli stadi di centinaia di violenti. E quando si accerti che il daspo è stato violato, si possono usare misure cautelari rivolte a impedire la reiterazione del reato. Inoltre esso consente di bloccare i soggetti pericolosi, nel loro stesso interesse, e –ovviamente- nell'interesse dei cittadini, dei manifestanti con intenzioni pacifiche e del contribuente cui spetta di pagare i costi dei vandalismi.

 

Prevenire, dunque, in questo caso, non è politica del diritto di natura repressiva, nei riguardi dei giovani, ma politica protettiva. E in generale la politica del diritto dovrebbe preferire la prevenzione alla punizione, la precauzione alla lesione.
Si tratta, d’altro canto, di tenere presente, in questo, come in ogni altri caso, nella lettura delle norme del sistema giuridico e, a maggior ragione, di quelle di rango costituzionale, che i diritti degli uni sono delimitati dai diritti degli altri. E ciò vale, in primo luogo, per i diritti di libertà e integrità personale. Il diritto di un giovane maggiorenne o di un giovane minorenne a non subire limitazioni alla propria libertà di manifestare va posto in rapporto a quello dei cittadini, che risiedono o lavorano o transitano per una data zona a non essere lesi nella loro libertà e incolumità personale, da una folla di dimostranti che si azzuffa con le forze dell’ordine e al proprio interno, che brucia automobili e motocicli, spacca vetrine e cassonetti, imbratta i muri e riempie le strade di rottami e detriti. E quel diritto a dimostrare liberamente va posto in relazione con il diritto di proprietà di chi possiede delle auto e dei motocicli, che non sono, mediamente, ricchi signori. Ed ancora, quel diritto a dimostrare liberalmente va posto in relazione a quello dei proprietari degli immobili e degli esercizi commerciali a non essere danneggiati nei loro beni.

Non c’è poi bisogno di richiamarsi a Pier Paolo Pasolini per osservare che anche i poliziotti, che sono generalmente di modesta estrazione sociale e hanno modeste retribuzioni, per un lavoro duro rischioso, hanno diritto a non dover subire la violenza di studenti e presunti tali che instaurano manifestazioni contro il parlamento. Coloro che hanno criticato Gasparri, nel PD, nell’Italia dei valori, nell’UDC e in ambienti di intellettuali colti mi pare non si siano posti questo problema:la protesta che ora gli studenti hanno svolto e quella che svolgeranno non hanno lo scopo di promuovere un dibattito, ma quello di premere sul parlamento, per influenzarne il voto finale. Lo scopo di intimidirlo, con il vociferare della piazza. I giovani che fanno ciò non capiscono che, in democrazia non si può contrapporre la piazza al voto del parlamento. Ma quel che è peggio sembrano non averlo compreso molti politici che siedono nelle assemblee rappresentative democratiche. Il parlamento è una assise di persone che rappresentano il popolo che le ha votate. Queste persone pertanto hanno il diritto e il dovere di deliberare le leggi interrogando la propria coscienza e la propria ragione, senza essere distolte da tale compito dal vociferare di della piazza, che non esprime la volontà democratica, ma una sua caricatura.
 

 

 

Commenti
Anonimo
21/12/10 11:17
L’editoriale di Michele Ainis su La Stampa
Caro Direttore, Chi ha avuto il privilegio di leggere su “La Stampa” del 20 Dicembre l’editoriale di Michele Ainis intitolato “Ma i diritti non sono tutti uguali” si sarà detto, con ammirazione, perbacco, un professore universitario che sa tutto di Costituzione e degli intendimenti dei padri costituenti. Dopo aver commiserato il Professore per il cognome con pessimo anagramma, ho letto che insegna a Roma Tre e la cosa mi ha insospettito, dato che quell’università non è tra le prime nelle graduatorie e, nel mio polarizzato immaginario, la vedo come succursale della sinistra, anche estrema. Vediamo, mi son detto e, come sono solito fare, cerco un tantino più a fondo del solo Professore Ordinario Settore S.S. IUS/09. Ho allora fatto una piccola ricerca. Ho scoperto che Roma Tre ha una “Anagrafe dei Prodotti di Ricerca”: selezionando il dipartimento di “Diritto Europeo, Studi Giuridici nella dimensione nazionale, europea, internazionale” (boh) con 29 docenti, e il nome del professore si ha la lista dei prodotti. Facendo tale semplice operazione si scopre che Ainis ha in quella lista solo un libro (L’ordinamento della cultura. Manuale di legislazione dei beni culturali - 2008). Ho fatto la stessa operazione con il primo ricercatore della lista dei docenti e ho trovato 8 prodotti; il primo associato della lista ne ha 15, il primo ordinario dopo Ainis, sempre nella lista dei docenti del dipartimento, 17. Non soddisfatto, pensando a una scarsa attenzione all’iniziativa, ho fatto una ricerca con scholar.google.com. Una ricerca avanzata ho trovato, dal 2007 a oggi, un articolo di 29 pagine (Laicità e confessioni religiose, una citazione) e un altro di tre pagine (dall’obiezione di coscienza all’obiezione di massa, zero citazioni) acquistabile a 6 Euro dalla casa editrice il Mulino. Ovviamente il curriculum ha poco a che vedere con le idee e capacità, pur potenziali, ho ricordato a me stesso… Cordialmente, Franco Maloberti
Anonimo
21/12/10 15:02
liberale
Introdurre il concetto di prevenzione è pericoloso, la deriva logica di una disposizione del genere è semplicemente aberrante. Domani si potrebbe chiedere la prevenzione agli incidenti stradali nelle ore di punta con la carcerazione di tutti i colpevoli di incidente. Tremonti in diversi discorsi parla di "stato criminogeno", ragionando in questi termini si sposta la definizione dall'economia alla sicurezza.
Franco Maloberti
21/12/10 16:37
Non si deve prevenire!!!
In effetti, prevenire può essere aberrante e parecchio, la contro-deriva logica è che si deve lasciare libertà di guida a tutti, senza regole: lasciamo guidare gli ubriachi, i drogati, quelli che non dormono da tre giorni e, eventualmente, lasciamo che l’anonimo commentatore di cui sopra decida di passeggiare sulle strade con una benda sugli occhi, dato che lui ha la tutto il diritto di decidere sul come deambulare per strada. Poi, come sempre, nessun paga. Se l’anonimo è travolto da un ubriaco, tramortito per terra, arrotato dal drogato che viaggia contromano e spiaccicato siccome polpetta da un assonnato che si scontra col suddetto drogato, so cavoli sua … Io non pago e manco Tremonti, I suppose!
Leon
21/12/10 17:34
Preveniamo la prevenzione
Francamente, io non sono neanche favorevole a dare allo stato il potere di obbligarci a usare il casco in moto, o la cintura di sicurezza; figuriamoci se gradirei che lo stato avesse il potere di fermare la gente a scopo preventivo. Per quanto detesti la teppa collettivista, che vuole insegnarci ad amarci l'un l'altro a mazzate sul cranio, la liberta' personale e' un valore individuale inalienabile, che non si puo'limitare a scopo di prevenire un atto che non e' ancora stato giudicato criminale; e che non e' ancora successo! Mi stupisce che un foglio liberale come il vostro promuova questo genere di prevenzione liberticida. Stiamoci accorti, soprattutto a quelli che dicono di voler fare il nostro bene. Grazie dello spazio. L.
Nicola Varotto
21/12/10 19:34
Prevenzione o ipocondria
Sono l'anonimo del commento n°2, non mi sono firmato per negligenza. Spero che questp non mi precluda l'accesso a internet. Non chiedo a Lei o Tremonti di pagare per i sbadati o i malintenzionati. Dico che non potete dire se sono sbadato o malintenzionato prima ancora che io commetta il fatto. Esiste un film sulla questione con Tom Cruise (Minority Report) in cui si inventa il pre-crimine stabilito da veggenti riconosciuti dalla scienza. Mi auguro resti fantascienza e che non ci siano tre ottelma o tre vanna marchi in ogni questura. Preferirei Aldo, Giovanni e Giacomo. Cordiali Saluti
Anonimo
21/12/10 22:32
Gentile Leon e tutti gli
Gentile Leon e tutti gli altri contrari alla prevenzione della violenza: mi pare dimentichiate un fatto molto importante. Cioè che nel caso delle manifestazioni o partite di calcio non si vuol impedire alla “gente” tout court di partecipare, bensì solo a quella che ha già dimostrato di essere adusa e fare violenza (applicazione del DASPO, appunto). E’ molto diverso dall’esempio riportato dell’impedire di guidare nelle ore di punta a chi ha già fatto un incidente. Non foss’altro perché in quest’ultimo caso il “colpevole” dell’incidente non aveva l’intenzione di nuocere ad alcuno e/o provocare alcun danno a terzi; gli è successo cioè senza volontà di dolo, cosa che fa la sua grande differenza, anche dal punto di vista giuridico. Colui che invece si droga o si ubriaca o ha già spaccato la testa ai poliziotti e già ha incendiato negozi e autovetture, se permettete, altro che dolo! Egli opera con Super Dolo e certa volontà di nuocere e potrebbe eccome ripetere il reato, ripresentandosi la stessa occasione. Per cui se preventivamente viene tenuto lontano dalla guida se drogato o ubriaco e dalla piazza o dallo stadio se è un violento picchiatore mi pare non solo giusto, ma addirittura meritorio. Senza contare che impedire a questi soggetti di nuocere, cioè prevenire il loro nocumento agli altri tutela il bene supremo della libertà e della salute degli altri appunto: cittadini, passanti, abitanti, commercianti, proprietari di beni distrutti dai facinorosi ecc., cioè la gente per bene. Come sempre trovo sacrosante le parole del Prof. Maloberti.
Nicola Varotto
22/12/10 11:52
Prevenzione o ipocondria
Una cosa è la pena, applicabile anche come forma di prevenzione, mentre un'altra questione è il giocare a Dio togliendo il libero arbitrio. Se passeggio e qualcuno mi investe spero che chi mi sopravviva faccia giustizia. Indipendentemente dalla fedina penale e dal credo politico di chi mi ha investito. Nulla si può prevedere con esattezza, esistono solo le probabibilità. Cordiali Saluti
nn
22/12/10 12:18
Certi commenti hanno solo 2 spiegazioni
Paragonare chi ha commesso incidenti stradali o altri danni (senza dolo, come dice giustamente l'anonimo sopra) a chi si droga e si ubriaca cioè a chi è perfettamente cosciente di perdere il controllo di se stesso, o a chi picchia gli agenti e spacca tutto alle manifestazioni E PROPRIO PER QUESTO si arma e va in piazza, è una gravissima e pericolosissima mistificazione della verità dovuta, ahimè, a sole due cause: ingenuità o cattiva fede.
stefano quadrio
22/12/10 12:48
Selezionare gli obiettivi
In un momento di obiettiva difficoltà per il centrodestra mi sembra opportuno che ci si prefiguri una serie di obiettivi e compiti fondamentali e irrinunciabili da raggiungere. Fra questi la difesa di Gasparri mi sembra non possa trovare posto.
vanni
22/12/10 17:18
Polemiche sbarellate e finocchiare a priori senza se e senza ma
Egregio stefano quadrio 22/12/10 13:48 , senta: qui non è di interesse primario la difesa di Gasparri (qualora lei intendesse la difesa delle opinioni espresse da Gasparri, ha usato una inopportuna semplificazione) ma la difesa della convivenza civile. Lei non pone questa difesa fra gli “obiettivi e compiti fondamentali e irrinunciabili”? A questo proposito non posso fare a meno di esprimere la mia grande soddisfazione per le consuete ferme e alte parole di solidarietà e conforto che il Capo dello Stato ha voluto dedicare a quanti hanno patito danni dai “liberi manifestanti” e per la disponibilità da lui manifestata ad ascoltare le loro ragioni. Secondo autorevoli voci il Presidente sta studiando addirittura un percorso costituzionale per concorrere a ripianare i danneggiamenti subiti dalle vittime - per esempio quelli che hanno un mutuo acceso su beni distrutti dai “liberi manifestanti” - attingendo con democratica sensibilità al sostanzioso budget del Quirinale.
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