Se vi stavate laureando a Princeton durante la prima parte del Ventesimo secolo, probabilmente avreste ascoltato il presidente di quell’università, John Hibben, pronunciare uno dei suoi discorsi d’inaugurazione. Il suo tema preferito, assai comune a quei tempi, era che ogni persona è in parte angelo, in parte demonio, e la vita è una continua battaglia per respingere i mali del mondo e non soccombere alle passioni della bestia che è in noi.
Magari non avreste prestato grande attenzione a quel discorso, ma poi, col passare degli anni, l’impianto morale sottostante a quelle parole, che permeava la cultura dell’epoca, sarebbe comunque rimasto impresso dentro di voi. Assieme a quelli della vostra generazione, sareste stati consapevoli del fatto che nel mondo esiste il male, e se non lo eravate, la presenza di Hitler e Stalin vi avrebbe messo sull’avviso. Avreste saputo che era necessario combattere quel male. Allo stesso tempo, avreste provato la fastidiosa consapevolezza di un difetto insito in voi stessi. Per usare le parole di un noto stratega della guerra fredda, George F. Kennan: “Il nocciolo della questione è che, per quanto ben nascosto, c’è un po’ di assolutismo in ognuno di noi”. E così, mentre agite per contrastare il male, non volete essere trascinati troppo in là dalla vostra rettitudine, o essere sedotti dall’idea della vostra innocenza. Anche combattere il male può corrompere.
A livello politico, potreste pensare che sarebbe corretto esercitare il vostro potere attraverso le istituzioni. L’America aveva da combattere l’Unione sovietica, ma doveva agire attraverso la Nato. Come disse Harry Truman: “Dobbiamo tutti riconoscere che, a prescindere dalla nostra potenza, non possiamo fare sempre quello che vogliamo”. Così stando le cose, avreste certamente sostenuto con entusiasmo il diffondersi della democrazia, in quanto solo e unico sistema che si adatti alla natura umana: nobile, eppure portata a errare. Come disse il teologo Reinhold Niebuhr: “La capacità umana di essere giusti rende la democrazia possibile; l’inclinazione umana all’ingiustizia la rende necessaria”.
In altre parole, sareste stati liberali da guerra fredda.
Il liberalismo da guerra fredda fu in auge soprattutto dopo la guerra, e da allora è andato declinando. Scoop Jackson ne tenne viva la fiamma negli anni Settanta, Peter Beinart scrisse un libro intitolato “La giusta guerra”, in cui dava a quella scuola di pensiero un’impostazione moderna. Però, dopo il Vietnam, la maggioranza dei liberali la abbandonò. Era diventato inopportuno parlare di “male”. Alcuni liberali arrivarono a credere nell’innata bontà dell’uomo, e alla possibilità di risolvere qualsiasi controversia con un negoziato. Alcuni diedero la colpa delle guerre all’esistenza delle armi, e sostennero il controllo degli armamenti. Altri basarono il loro credo in politica estera sull’essere contrari a qualunque cosa su cui George W. Bush si dichiarasse d’accordo. Se Bush era un idealista costruttore di nazioni, loro diventarono realisti alla Nixon.
Barack Obama non è mai rientrato in questi canoni. Nelle scorse settimane, ha invece riesumato il realismo cristiano che, molto discretamente, si faceva beffe del liberalismo da guerra fredda; e tenta di applicarlo a un mondo diverso. La razza di Obama, probabilmente, ha giocato un ruolo decisivo. Come ogni giovane di colore attento alle cose del mondo, Obama dovrebbe avere familiarità con la tradizione cristiana, e con l’idea secondo cui l’umanità tende alla corruzione; dovrebbe avere familiarità con la tragica sensibilità che ispirò il secondo discorso inaugurale di Lincoln; dovrebbe avere familiarità con il pessimismo di Niebuhr, che ebbe profonda influenza sul reverendo Martin Luther King Jr.
Nel 2002, Obama si pronunciò contro la guerra in Iraq, ma col vantaggio di essere un liberale da guerra fredda. Spiegò che non era contrario alla guerra in se stessa, ma a quella guerra in particolare, e venne subissato di fischi dalla platea. Nel 2007, ha parlato del modo in cui Niebhur formulava il suo pensiero: “Accetto l’idea che nel mondo esistano il male, la sofferenza e le avversità, e che occorra essere molto cauti nel credere che queste cose possano essere eliminate. Ma ciò non dev’essere una scusa con la quale fare i cinici e non agire”.
I discorsi tenuti quest’anno dal presidente a West Point e Oslo sono spiegazioni inappuntabili dell’approccio internazionalista liberale. Da altri democratici abbiamo sentito discorsi prettamente materialistici, però Obama va soprattutto sul teologico, come quando parlato di “lotta fondamentale della natura umana” tra il bene e il male. Ha sottolineato ancor di più del solito gli alti ideali degli attivisti per i diritti umani e della storia americana come un veicolo per la democrazia, la prosperità e la giustizia. Ha parlato dell’ “interesse strategico” per l’America di “legarsi a certe regole di condotta”. Più di tutto, ha parlato del paradosso al centro del liberalismo da guerra fredda, ossia della necessità di conciliare “due verità apparentemente incompatibili”: ossia, che la guerra è una follia e una necessità.
Ha parlato del bisogno di mantenere l’obbligo morale di difendere la libertà, senza farsi prendere da una frenesia autodistruttiva.
Non sempre Obama ha trovato il giusto equilibrio in ciò. Ha giudicato male le emozioni suscitate dalle proteste di piazza in Iran. In ogni caso, la sua dottrina sta disvelandosi. Il discorso di Oslo è stato il più profondo della sua presidenza, e forse della sua vita.
Tratto da The New York Times
Traduzione di Enrico De Simone



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Insegna filosofia o sofistica?
il solito relativista
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