Oggi terminal Iraqi Freedom, la missione di combattimento americana in Iraq. In otto anni di guerra 5.000 americani e almeno 150.000 iracheni hanno perso la vita, mentre due milioni di profughi lasciavano il Paese in cerca di fortuna e salvezza. Stasera, il Presidente Obama terrà un atteso quanto delicato discorso alla nazione (major speech), parlando di Iraq, Medio Oriente e Afghanistan. Subito dopo volerà a Fort Bliss, in Texas, dove lo attendono le truppe che stanno rientrando da Baghdad. Domenica Obama ha detto che l’America è pronta a riaccogliere i suoi figli “coraggiosi ed eroici”, a sostenerli e a prendersi cura di loro, in modo che i veterani colgano con rinnovato impegno le “opportunità” del sogno americano.
Nel discorso di stasera, il Presidente dovrà calibrare attentamente le parole per non doversi poi rimangiare l’annuncio della “fine della guerra”, un dietrofront che costò molto caro al suo predecessore. Di recente Obama ha iniziato a seguire una nuova linea, limitando l’uso della espressione “due guerre”, uno slogan che per lungo tempo è servito a convincere gli americani che il ritiro dall’Iraq era prioritario davanti all'avanzare della crisi economica. D’ora in poi in Iraq si parlerà di “Nuova Alba”, anche se il consigliere per la sicurezza nazionale John Brennan rimane convinto che gli Stati Uniti “sono impegnati in due teatri di operazioni militari”.
Il discorso di Obama è decisivo in termini di consenso visti i sondaggi sfavorevoli al Presidente. La promessa di portare via i giovani americani dall'Iraq è stata mantenuta, e il ritiro sembra svolgersi in sicurezza, tant’è vero che alcuni ex membri dell’amministrazione Bush si sono complimentati con la Casa Bianca per il suo “approccio pragmatico”, mentre il vice Joe Biden riceveva attestati di stima per il ruolo svolto dietro le quinte a Baghdad e Washington. Ieri Biden è sbarcato per una visita a sorpresa nella capitale irachena.
Per gli Stati Uniti è il più grande ritiro dopo quello avvenuto alla fine della Seconda Guerra mondiale, un sforzo logistico che porterà a una riduzione del contingente Usa in Iraq fino a 49.700 uomini. Il Generale Ray Odierno ha spiegato che questa fase durerà almeno fino all’estate prossima: resteranno sei brigate “advisory and assistance” per continuare ad addestrare e affiancare la polizie e le truppe dell’esercito iracheno, poi si vedrà. A gestire le operazioni non sarà il Pentagono ma il Dipartimento di Stato. Il ritiro è iniziato da mesi e avviene perlopiù di notte, sulle strade che dall’Iraq portano in Kuwait, ma anche e soprattutto con i capienti voli dei C-130 dell’aviazione Usa. 120.000 soldati americani torneranno a casa, insieme a 40.000 fra veicoli e mezzi corazzati. Più dell’80% delle basi americane nel Paese verranno chiuse o trasferite alle autorità irachene.
La smobilitazione preoccupa gli iracheni che mai come adesso chiedono agli americani di restare. Secondo un rilevamento Gallup, negli ultimi due anni la fiducia degli "occupati" nelle leadership americane è cresciuta del 5%, mentre quella verso il proprio governo, democraticamente eletto, è aumentata del 13%. La grande paura è che il combinato Al Qaeda-ex Baathisti provochi una recrudescenza della guerra civile vissuta tra il 2006 e il 2007, prima del “surge”. Domenica l’ultimo degli attacchi contro le forze della sicurezza irachene a Mosul ha fatto 5 morti. Il 27 agosto, il primo ministro al-Maliki ha detto che i gruppi collegati ad Al Qaeda stanno pianificando attentati con l’appoggio di potenze straniere. La settimana prima un kamikaze si era fatto esplodere in un centro di reclutamento a Baghdad uccidendo 57 persone. Nel mese di luglio, le vittime sono state più di 500. Ma rispetto al periodo della guerra civile, il numero degli attentati nel Paese continua ad essere più basso del 90%.
La lotta contro "Al Qaeda in Iraq" (AQI) dovrebbe essere uno dei temi chiave del discorso di Obama, nonostante il Presidente continui ad avere un atteggiamento ondivago sulla questione. Se da una parte ha deciso di lasciare 4.500 uomini delle forze speciali nel Paese per continuare ad assistere le truppe locali nelle operazioni di contro-terrorismo, dall’altra, in patria, l’attorney general Holder blocca i lavori della commissione contro gli attentatori della USS Cole – l’attacco nel Golfo di Aden che insieme all’11 Settembre viene considerato una delle dichiarazioni di guerra “formali” degli islamisti contro l’America. Non si può dire che nell’ultimo anno l’amministrazione democratica sia rimasta con le mani in mano. Ha colpito i miliziani dell’AQI, che hanno perso all’incirca tre quarti dei loro leader rimpiangendo il regno del terrore di Al-Zarqawi. Sebbene le caserme e i convogli militari siano diventati un boccone prelibato per gli "insorgenti", il volume e la risposta delle forze di sicurezza irachene è cresciuto sensibilmente, mentre l’assistenza fornita dagli americani calava in modo progressivo. I generali iracheni sostengono che le loro truppe non sono ancora pronte e chiedono agli americani di continuare ad aiutarli almeno fino al 2020. Lasciando il Paese, gli Usa passeranno armi ed equipaggiamenti per centinaia di milioni di dollari al loro alleato.
Al Qaeda sfrutterà un serio punto debole nella strategia del ritiro americano, l'instabilità politica dell'Iraq. Le ultime elezioni non hanno prodotto un esecutivo in grado di governare. Siamo nella fase più fragile della vita democratica del Paese almeno dal 2008 a questa parte. A dover essere accompagnato, perseguito e completato è quindi il processo di nation building e state building, per evitare che nei prossimi mesi l’Iraq ripiombi nel caos. La scommessa di Obama sul dopoguerra si gioca tutta qui. Le violenze settarie e le dispute territoriali fra curdi, arabi e turcomanni, restano irrisolte ma è chiaro che a uscire politicamente vincitrice dalla guerra è stata la componente sciita della società irachena; il nuovo governo avrà una predominanza sciita, con una rappresentanza curda e alcune concessioni ai sunniti – destinati a subire periodicamente l’accusa di essere legati al vecchio regime.
Fino a quando non si formerà il prossimo esecutivo, Obama dovrà esercitare ogni forma di pressione possibile per disinnescare i settarismi ed evitare una “libanizzazione” dell’Iraq. Le divisioni, le rivalità e la memoria dei rispettivi eccidi (150.000 curdi gasati da Saddam, decine di migliaia di sciiti assassinati dal dittatore durante il “risveglio” del 1991, migliaia di vittime sunnite scoperte nelle fosse comuni della guerra civile, un numero imprecisato di iracheni "scomparsi" in 30 anni di conflitti), potrebbero cristallizzarsi in una democrazia debole e destinata ad essere sopraffatta dal fondamentalismo etnico e religioso. Il chierico sciita Moqtada Al Sadr scalpita, dopo aver lasciato l’Iran per rifugiarsi in Libano, dove sogna di rientrare a Baghdad offrendo ai suoi concittadini un welfare modello Hezbollah.
Sullo sfondo, ma neanche tanto, le pesanti interferenze di Teheran. Molti dei partiti politici sciiti iracheni sono "creature" dagli iraniani, che li hanno riforniti di denaro, armi e addestramento militare. Lo stesso premier Maliki in passato ha avuto relazioni politiche con il regime dei mullah, prima di ‘tradirlo’ appoggiando la repressione americana contro i fuorilegge dell’esercito del Madhi, il braccio armato di Al Sadr. Oggi però, in un momento in cui non si riesce a risolvere il nodo elettorale, il moderato Maliki e il suo rivale Allawi potrebbe accettare la proposta americana di un governo di unità nazionale in cui entrerebbero i curdi e forse gli stessi "sadristi". Il Guardian, che non è mai stato tenero con la “guerra di Bush”, scrive che gli stati confinanti con l’Iraq dovranno “avere rispetto” del loro nuovo vicino.
L’Iraq può contare su delle ricchezze e risorse naturali che se venissero spartite equamente favorirebbero la riconciliazione nazionale, eppure per ricostruire l’economia non si potrà fare unicamente affidamento sul petrolio. Non si risolverebbero né la disoccupazione, né la mancanza di acqua, né le carenze del sistema sanitario e dell’istruzione. E' anche vero che nel Paese si consuma più elettricità di quanto non avvenisse ai tempi di Saddam e che, per quanto possa essere considerato un progresso, il numero di telefoni cellulari e personal computer usati dalla popolazione è cresciuto enormemente.
Nel suo discorso di stasera Obama ha quindi l’opportunità di evocare uno scenario positivo anche se non ottimistico. Se saprà battere sui tasti giusti, riconoscendo che la “missione compiuta” non è ancora finita, l’opposizione repubblicana ne uscirà ridimensionata. La settimana scorsa, il leader della minoranza alla Camera, John Boehner, ha dato un assaggio della risposta repubblicana al discorso presidenziale, ricordando agli elettori una frase pronunciata da Obama ai tempi della sua campagna elettorale: “Non sono convinto che inviare 20.000 truppe di rinforzo in Iraq risolverà il problema della violenza settaria nel Paese. Credo invece che potrebbe ottenere l’effetto opposto”. Ma se oggi il Presidente può parlare dalla Sala Ovale rivendicando le promesse mantenute e i risultati raggiunti questo dipende dalla strategia del "surge" messa in campo tre anni fa, e più in generale dal ripensamento di George W. Bush sulla guerra in Iraq alla fine del suo secondo mandato.
Parlando alla nazione il 19 Marzo del 2003, Bush annunciò una decisione che si sarebbe rivelata fatale per l’Iraq, disarmare completamente l’esercito e le strutture della forza saddamite. Ma i pilastri dell’intervento americano in Iraq erano più ambiziosi degli errori che pure sono stati commessi e non vanno dimenticati; né quelli che si fecero allora, né quelli che vengono fatti oggi, se è vero, come ha scritto il Washington Post, che gli sprechi nella ricostruzione dell’Iraq sono costati miliardi di dollari ai contribuenti americani. In quel discorso, Bush fissò un obiettivo superiore alla vittoria militare e che riguardava la libertà degli iracheni. Oggi in Iraq c'è più libertà politica, religiosa e di parola, sempre che tu non sia una donna o un omosessuale, ma questo non è solo un problema di Baghdad.
Obama si è trovato ad agire in un Iraq meno pericoloso del passato, con un governo democraticamente eletto e il vecchio dittatore finito sulla forca, ma il Presidente deve ancora dimostrare di voler realizzare gli scopi ideali della missione in Mesopotamia. “Aiutare il popolo iracheno a dar vita a una nazione unita, libera e stabile”, disse George W. Bush, non rapinare petrolio o cercare inesistenti armi di distruzione di massa (forse l'errore più grave commesso ai tempi dell'invasione). Se stasera il Presidente si mostrerà reticente sullo spirito democratico dell’intervento americano in Iraq – quello delle novecentesche “guerre di liberazione” contro i dittatori e le tirannie, con tutto il tragico peso in termini di violenza e vite umane che si portano dietro – il ritiro americano potrebbe concludersi in un’altra stagione di sangue e dolore.


