Nel discorso di Oslo, il presidente Obama ha riflettuto sui compromessi ideati per trattare con i regimi repressivi. “Non c’è una formula unica” ha detto. “Ma dobbiamo fare del nostro meglio per bilanciare isolamento e dialogo, pressioni e incentivi, in modo da favorire il progresso dei diritti umani e della dignità nel corso del tempo”. Dal discorso teorico del Nobel, però, ora dobbiamo spostare la nostra attenzione su quanto è stato invece messo in pratica in Sudan. Come candidato alla presidenza della Casa Bianca, Obama ha sostenuto gli attivisti per la promozione e la tutela dei diritti umani in Darfur, e si è impegnato a mettere in atto sanzioni più dure e addirittura a creare una possibile no-fly zone se il famigerato regime del Sudan, accusato di genocidio, non avesse mutato direzione. Ora che è stato eletto presidente, però, sembra aver mutato prospettiva.
Nello scorso ottobre è stato reso noto che, per quanto riguarda la questione del Sudan, l’amministrazione Obama ha preferito adottare una politica di incentivi offerti al regime per ridurre la pressione in Darfur al fine di raggiungere un accordo per la pacificazione nel sud-Sudan; qualsiasi, severa punizione è stata relegata in una serie di documento segreti. L’inviato speciale in Sudan del presidente, il Major General in pensione Scott Gration, è apparso restio anche solo ad alludere a sanzioni più dure. Ha detto che “biscotti” e “stelle d’oro” sono preferibili alle minacce e che il Darfur sta oramai facendo esperienza solo di “rimanenze del genocidio.”
Il presidente Omar al-Bashir, il cui Partito Nazionale del Congresso (ex Fronte islamico nazionale) è salito al potere con il colpo di stato del 1989, ha ricevuto il messaggio e ha deciso di testare i limiti di questa nuova indulgenza americana. Quasi nell’immediato il regime ha rafforzato la sua posizione nell’attuare l’accordo di pace. Negoziato già dall’amministrazione Bush nel 2005, il piano di pace prevede delle riforme politiche, tra cui libere elezioni parlamentari – finalmente fissate per aprile – e un referendum sull’indipendenza del sud del Sudan da tenersi entro due anni. C’è comunque da ricordare che, molto prima che l’epurazione etnica del Darfur si trasformasse in una celeberrima causa hollywoodiana, una guerra durata vent’anni tra i musulmani del nord e i cristiani e il sud ricco di petrolio aveva già causato due milioni di vittime.
Lunedì scorso, nella capitale Khartoum, la polizia ha picchiato ed arrestato i leader dell’opposizione che stavano facendo pressione in parlamento per far passare le leggi necessarie a tenere le elezioni ad aprile. Il tempo a disposizione per approvarle sta infatti per terminare. Il regime di Bashir ora rifiuta anche di rivedere il piano di sicurezza nazionale e il codice di diritto penale, richieste che invece erano incluse nell’accordo di pace del 2005. Tale ostinazione significa che tanto le elezioni quanto il referendum, ipotizzando che entrambe le cose si facciano, verrebbero truccati. E tutto questo potrebbe concludersi a sua volta con la riapertura della guerra civile.
Allo stesso tempo, l’aver preferito di far pressione sulla diplomazia ha incoraggiato i falchi di Khartoum ad alimentare il fuoco nel Darfur ignorando l’embargo sulle armi e sfidando in questo modo le operazioni di peacekeeping dell’Onu.
In questa faccenda insolita e bizzarra che potremmo quasi definire come la storia dell’anno, gli Stati Uniti la scorsa settimana hanno messo sotto esame l’amministrazione Obama per verificare i suoi negligenti tentativi di far rispettare l’embargo, e hanno al contrario lodato l’amministrazione Bush. “In antitesi alla leadership del 2004 e del 2005, gli USA sembrano ora diventati membri di quel gruppo di influenti stati che siedono dimessamente e non fanno nulla per assicurare che le sanzioni proteggano i popoli del Darfur”, ha detto Enrico Carisch, che fino allo scorso ottobre era a capo degli investigatori degli Stati Uniti per la violazione dell’embargo, in una testimonianza scritta precedente al lavoro svolto dal Sottocomitato per gli Affari Esteri della Camera degli Stati Uniti sull’ Africa.
Quello del Sudan non è nemmeno il caso più difficile. La concertata pressione americana ha già costretto il regime di Khartoum a tagliare i legami con Al Qaeda negli anni novanta, a terminare il bombardamento aereo e il sostegno alle milizie a caccia di schiavi nel Sud, e ad accettare il patto di pace del 2005.
Il presidente Obama può certamente fare appello a una retorica ridondante: “Sì, ci sarà dialogo; sì, ci sarà diplomazia – ma ci devono pur essere delle conseguenze certe quando questi strumenti falliscono”, ha detto nel discorso di Oslo. E invece i farabutti del mondo potrebbero farla franca semplicemente affermando di aver mal interpretato delle metafore. E poi, fino ad ora, si è visto solamente il lato aperto al dialogo di questo presidente americano.
Quello del Sudan non è nemmeno il caso più difficile. La concertata pressione americana ha già costretto il regime di Khartoum a tagliare i legami con Al Qaeda negli anni novanta, a terminare il bombardamento aereo e il sostegno alle milizie a caccia di schiavi nel Sud, e ad accettare il patto di pace del 2005.
Il presidente Obama può certamente fare appello a una retorica ridondante: “Sì, ci sarà dialogo; sì, ci sarà diplomazia – ma ci devono pur essere delle conseguenze certe quando questi strumenti falliscono”, ha detto nel discorso di Oslo. E invece i farabutti del mondo potrebbero farla franca semplicemente affermando di aver mal interpretato delle metafore. E poi, fino ad ora, si è visto solamente il lato aperto al dialogo di questo presidente americano.
Tratto da The Wall Street Journal
Traduzione di Grace Brusco



Coscienza e convenienze (ma quali?)