L’attuale amministrazione Usa sta appoggiando l’Egitto proprio nella stessa misura in cui, negli anni Settanta, fece sostenendo in modo sempre meno convinto l'Iran dello Scià– ritenendolo una potenza regionale che probabilmente non faceva altro che seguire gli interessi della dittatura al potere. Le amministrazioni USA, sfortunatamente, non hanno ancora imparato a far tesoro di ciò che la Storia ha insegnato loro e proprio questo potrebbe rivelarsi l’errore fatale, se stiamo alla linea politica estera adottata dall’amministrazione Obama. Anche in Egitto potrebbe ripetersi con qualche probabilità la caduta di un dittatore, rimpiazzato però da un governo ancora più temibile, ossia da una Repubblica Islamica radicale e anti-americana guidata dai religiosi islamici. La legge marziale di Hosni Mubarak, in vigore già da 28 anni, si rassomiglia molto a quella dello Scià, benché il trattamento che lo Scià riservava ai condannati fosse un tantino meno atroce. E lo Scià per lo meno, sostenendo la crescita economica ed espandendo le opportunità di istruzione ai comuni cittadini iraniani, ha fatto in modo di portare alla ribalta la classe media.
Così come è stato fatto con l’Iran sotto il governo dello Scià, gli Stati Uniti stanno rifornendo anche Mubarak di alcune delle più sofisticate armi esistenti. Secondo l’Ufficio americano della contabilità, gli Stati Uniti hanno munito l’Egitto di una quantità immane di aerei da combattimento F-16, di carri armati M1A1, di elicotteri Apache, di aerei spia AEW (Airborne Early Warning) E-2C, così come di tutta una serie di missili inclusi i Patriot, gli anticarro TOW e gli Stinger e ancora i missili antinave Harpoon, quelli di superficie Hellfire, quelli teleguidati aria-superficie Maverick e, per finire, abbiamo consegnato a Mubarak anche un gran numero di bombe. Ogni anno l’Egitto riceve poi a titolo di cortesia circa 2,1 miliardi di dollari provenienti dalle tasse pagate dai contribuenti degli Stati Uniti (nel gennaio 1991 gli Usa hanno annunciato il condono del debito militare egiziano che ammontava a ben 7,1 miliardi di dollari). Stando a un reportage della Federazione degli scienziati americani, l’Egitto – così come l’Iran, l’Iraq e la Corea del Nord – figura sulla lista della CIA, sotto la voce dei maggiori e più pericolosi detentori di armi di distruzione di massa.
Il giorno della vigilia della rivoluzione islamica dell'Iran, pochi esperti di politica estera avrebbero predetto la fine del governo dello Scià. Quest'ultima avvenne in seguito alla massiccia migrazione dei contadini verso le città – così com'è accaduto soprattutto a Tehran – oltre che per l’incapacità di giovani ed istruiti uomini e donne di trovare un posto di lavoro adatto alle loro esigenze: l’abilità di Ayatollah Khomeini è perciò consistita proprio nel cogliere al volo e nello sfruttare questa “occasione”. Ciò che rende l’Egitto equiparabile all’Iran del 1979, e quindi pronto a una vera e propria esplosione, sono l’acuta brutalità delle forze egiziane di sicurezza interna – equiparabili al SAVAK iraniano –, la popolazione in eccesso (secondo l’ultimo censimento ci sono 83 milioni di egiziani), l’elevato tasso di disoccupazione, i bassi salari, la dilagante corruzione e infine il nepotismo (infatti Gamal Mubarak, figlio dell’attuale Presidente egiziano, è già pronto a prendere il posto del padre ormai ottantunenne Hosni Mubarak).
La Fratellanza Musulmana, che non a caso trova i suoi più fervidi credenti proprio in Egitto, è prontissima a intervenire e addirittura a proclamare l’Egitto come la nuova Repubblica Islamica. L’opposizione al governo estremamente arbitrario di Mubarak, nonché la concreta possibilità della successione al trono di Gamal Mubarak, costituiscono la giusta miccia in grado di infiammare la scena politica. La visita dello scorso agosto di Mubarak alla Casa Bianca ha dimostrato che l’amministrazione Obama è intenzionata a fingere di non accorgersi della frustrazione della popolazione egiziana, oltre che della corruzione e del nepotismo che caratterizzano la dittatura di Mubarak. Non a caso, proprio le parole “libertà”, “democrazia” e “riforma” non figuravano affatto nella conferenza stampa che Obama ha tenuto nel suo ufficio presidenziale. Un sondaggio Gallup dello scorso dicembre 2008 mostra come il 75% degli egiziani intervistati ha risposto “no” alla domanda che chiedeva se gli Stati Uniti si stessero realmente impegnando nell’esportare la democrazia verso i Paesi del Medio Oriente. Un tale risultato indica dunque un incremento del 12% della sfiducia nei confronti dell’America da parte dei cittadini egiziani.
Intanto l’amministrazione Obama quest’anno ha tagliato di ben 30 milioni di dollari i fondi per promuovere la democrazia in Egitto. Il Dipartimento di Stato si trova dunque d'accordo con la richiesta fatta dall’Egitto di non far uso di aiuti economici per finanziare le organizzazioni della società civile non approvate dal Governo. Di conseguenza, saranno ridotti circa del 70% i finanziamenti americani destinati ai gruppi che si occupano della esportazione della democrazia e della promozione dei diritti umani. Allo stesso tempo però, i democratici membri della Commissione per gli Stanziamenti, in un conto di stanziamento supplementare, hanno aggiunto ben 260 milioni di dollari destinati all’assistenza extra per la sicurezza, oltre che 50 milioni di dollari per la sicurezza di frontiera, ma senza per questo imporre condizione alcuna all’Egitto.
Il rapporto che intercorre tra i due Paesi in questione non si discosta affatto da una relazione bilaterale; si tratta pur sempre di un dare ed un avere reciproco. Ma non è proprio così che stanno andando le cose tra gli Stati Uniti e l’Egitto. Si sta percorrendo una strada a senso unico: l’America sta dando molto ma sta ricevendo in cambio poco e niente dalla dittatura egiziana. Aladdin Elassar, in un articolo del Middle East Quarterly, ha citato l’ambasciatore Edward S. Walker (ex ambasciatore degli Stati Uniti in Egitto) inquadrandolo come uno di quelli che hanno criticato la politica della doppia faccia adottata dall’Egitto affermando: “[La politica egiziana ] assomiglia al diavolo che fa non solo le pentole ma anche i coperchi. … [Il regime di Mubarak] fa il doppio gioco guadagnando consensi all’interno del Paese attraverso i media, i chierici patrocinati e il sistema scolastico. Il regime attribuisce la colpa dei suoi insuccessi all’imperialismo, al sionismo, al mondo occidentale, e soprattutto agli Stati Uniti e si serve di questa ridondante retorica al solo scopo di far crescere il consenso da parte dei suoi cittadini.”
E mentre Mubarak, quando è davanti ai pezzi grossi della politica americana, sembra accogliere addirittura con “entusiasmo” i rapporti che vanno instaurandosi tra Egitto e America, il suo governo, servendosi del sistema educativo, dei media e delle moschee, promuove invece un radicale sentimento di anti-americanismo. Bisogna ricordare piuttosto che il record delle violazioni dei diritti umani in Egitto è abominevole. Parliamo di un vero e proprio Stato di polizia in cui chi governa non si assume le proprie responsabilità, neanche di fronte ai propri cittadini o alle corti di giustizia. L’Islamismo appare dunque in forte ascesa mentre i diritti delle donne vengono sempre più schiacciati. E con l’amministrazione Obama che appoggia lo status quo in Egitto, gli Stati Uniti non stanno facendo altro che favorire la soppressione dei diritti umani da parte del Governo egiziano, oltre che la persecuzione dei copti, ossia della più grande delle minoranze cristiane in Medio Oriente.
Nel 2005, Mona Omar Attia, l’ambasciatore egiziano in Danimarca, ha organizzato il complotto islamico per vendicarsi delle vignette satiriche danesi che ritraevano Maometto, dopo che il premier della Danimarca si è rifiutato di chiedere scusa per la loro pubblicazione. L’ambasciatore, dopo aver ricevuto il via libera da Mubarak, ha incoraggiato i gruppi musulmani di tutto il mondo a sostenere questa causa. Il Ministro egiziano degli esteri Aboul Gheit ha proceduto diffondendo un reportage a proposito di tali vignette in cui egli ha fatto credere che quei fumetti satirici fossero l’incombente presagio dell’avvio di una operazione anti-islamica in Danimarca. E’ stato proprio questo a infiammare il mondo dell’Islam. Si è trattato però di un deliberato uso di informazioni errate, di cui Gheit era pienamente consapevole, ma di cui egli si è servito comunque per organizzare una crociata antioccidentale – processo che è culminato con numerosi morti in tutto il mondo per mano degli integralisti islamici.
E’ molto alto il rischio che si corre lasciando l’Egitto nelle mani di un regime musulmano fondamentalista: un tale governo potrebbe infatti persino avere un drammatico (se non catastrofico) impatto sulla stabilità della regione. La tregua con Israele verrebbe sospesa e le sofisticate armi statunitensi di distruzione di massa verrebbero usate proprio contro gli americani stessi e gli ebrei. Sarà proprio la politica di inerzia adottata da Obama a spianare la strada ad uno sfacelo simile a quello accaduto in Iran a causa delle decisioni adottate dal Presidente Carter? La Storia dovrebbe aver insegnato all’attuale Presidente americano a non ripetere gli stessi errori commessi in passato dal suo predecessore Jimmy Carter.
Per prevenire una rivoluzione in Egitto, gli Stati Uniti dovrebbero piuttosto far pressione su Mubarak affinché abbandoni la legge marziale e permetta così a partiti politici pacifici, democratici e liberali (e non a partiti islamici violenti che invece condurrebbero al tramonto del processo democratico) di partecipare alle elezioni e di presentare i propri candidati per la corsa alla Presidenza. Inoltre, invece di rifornire Mubarak di armi nucleari, l’amministrazione Obama dovrebbe insistere per la promulgazione in Egitto di riforme economiche realmente eccellenti, le quali a loro volta favorirebbero le iniziative imprenditoriali, gli investimenti di denaro da parte dei Paesi esteri nonchè la crescita economica: tutto ciò infatti darebbe lavoro ai milioni di giovani disoccupati la cui frustrazione eviterebbe pertanto di culminare con lo scatenarsi di una nuova rivoluzione islamica.
Tratto da Pajamas Media
Traduzione di Grazia Busco



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