27 dicembre 2008. Scatta l’operazione “Piombo fuso”. L’aviazione di Tsahal, l’esercito israeliano, bombarda la Striscia di Gaza, e il 3 gennaio 2009 comincia l’operazione via terra. La guerra terminerà soltanto il 18, davanti ad una comunità internazionale rimasta immobile o quasi. Oltre mille e quattrocento morti palestinesi, di cui novecento civili, quindici le vittime israeliane – ma le cifre provengono esclusivamente da fonti palestinesi. Un anno dopo Gaza è ancora in condizioni disumane, senza più cibo né libri, le ambulanze rimaste senza benzina, l’ospedale che non funziona quasi più, e ovviamente, i medicinali che non si trovano. C’è un convoglio, che si chiama “Viva Gaza” e conta circa ventidue camion colmi di aiuti umanitari, chiede di entrare, ma aspetta, invano, non lontano dal Sinai. Coperte, giocattoli, e medicine sono un lusso a cui gli abitanti della Striscia non sono abituati da anni.
Secondo il rapporto di Richard Goldstone, ispettore delle Nazioni Unite di origine sudafricana, Israele ha compiuto, durante le operazioni, “crimini di guerra e forse anche crimini contro l’umanità”. Lo stesso Gladstone ha in seguito ammesso la tendenziosità del suo rapporto, prendendone le distanze. In ogni caso, un conflitto non scoppia per nulla. “Piombo fuso” è la risposta difensiva di Israele per smantellare l’infrastruttura militare di Hamas, che nel settembre del 2007 ha sconfitto a Gaza il partito rivale Fatah. Di fronte all’ennesimo lancio di missili qassam da parte dei palestinesi, l’aviazione di Israele ha semplicemente reagito. Già nell’aprile del 2001, quando scoppiò la prima Intifada, Hamas aveva effettuato oltre dieci mila lanci sul deserto del Negev e gli altri territori meridionali dello Stato ebraico. Nell’estate del 2005 il piano di disimpegno unilaterale voluto dall’allora premier e leader del Likud, Ariel Sharon, smantellò almeno diciassette insediamenti ebraici all’interno della Striscia, richiamando tutti gli otto mila coloni e distruggendo le case e le fattorie che si lasciavano alle spalle. Ma la pioggia di missili, invece che interrompersi, si intensificò. E nel 2006 Hamas vinse le elezioni legislative che portò l’organizzazione politica e terroristica al potere dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
Se il governo di allora targato Kadima del premier Ehud Olmert, del ministro degli Esteri, Tzipi Livni, e dell’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, ha tenuto conto delle elezioni politiche che si sarebbero svolte di lì a un mese nel calcolo strategico che ha condotto all’intervento a Gaza, Hamas ha tentato fino all’ultimo di trarre profitto dalla guerra. Ha giocato la parte della vittima, trovando la solidarietà di tutto il Medio Oriente e non solo. L’Iran ha continuato a offrirle il suo sostegno politico, economico e militare, i deputati kuwaitiani hanno condannato Israele, il popolo iracheno è sceso in piazza per ribadire che gli abitanti di Gaza sono loro fratelli, e perfino le masse arabe sembravano aver dimenticato le loro preoccupazioni interne, come ricorda il giornalista palestinese residente a Londra, Abdel Bari Atwan. Atwan fa notare però come da parte araba e musulmana sia prevalsa anche in quella circostanza una visione unilaterale sulle cause del conflitto che non tiene conto della realtà dei fatti. E’ troppo semplice infatti condannare Israele, senza considerare che Hamas ha usato spesso la popolazione come scudo umano, contribuendo in questo modo ad aumentare notevolmente il numero delle vittime civili.
A un anno dalla guerra Israele può tirare, però, un sospiro di sollievo, secondo gli studi del direttore del Global Research for International Affairs, Barry Rubin. Diversamente dalle prospettive per gli altri Stati in Medio Oriente, che appaiono piuttosto cupe, il cielo sopra Israele “se non è blu, è leggermente coperto”. Perché, innanzitutto, il potenziale di uno scontro con l’America è stato evitato, almeno per tutta la durata della presidenza Obama, e Israele si è mostrato pronto ad aiutare gli sforzi degli Stati Uniti, guadagnandosi così il sostegno dei governi francese, tedesco e italiano, mentre in Gran Bretagna ancora si attende un cambio di mandato. In secondo luogo, l’Autorità nazionale palestinese è in gran parte soddisfatta dello status quo. E non potrebbe essere diversamente: ormai le strategie per ottenere ulteriori concessioni da Israele sono state accantonate perché senza successo, il pericolo di una ripresa di Hamas è scongiurato, le condizioni economiche in Cisgiordania sono buone come mai in passato. Inoltre, il partito sciita di Hizbollah non riprenderà gli attentati terroristici al confine fra Libano e Israele, e Hamas appare intimidito dalla violenza di quest’ultimo anno. Ma non è tutto, ci sono anche ragioni di politica interna che spingono Rubin a formulare conclusioni ottimistiche. Colpito dalla crisi economica, Israele ha saputo rialzarsi e oggi può vantare una notevole competenza nel campo dell’hi-tech, della scienza, e della tecnologia agricola dove continua a fare rapidi progressi. Il premier Benjamin Netanyahu può contare su un consenso nazionale piuttosto elevato, e sopra tutto può gestire la politica estera guidato da una consapevolezza: e cioè che l’Iran, almeno per ora, non si è dotato dell’arma atomica. Teheran, infatti, è uno dei principali sponsor del terrorismo internazionale, e per anni ha fornito risorse militari e finanziarie ad Hamas del valore di decine e decine di milioni di dollari.
Certo, non si può dire che la situazione odierna sia la più auspicabile. La fine del rapporto speciale fra Ankara e Gerusalemme, i rumors di quella parte di intellighenzia americana ed europea che da qualche tempo guarda con sospetto Israele, rappresentano ancora dei limiti. Oggi lo Stato ebraico, se si superassero le divergenze, potrebbe persino essere una fonte di aiuto per Gaza, dove la stabilità politica sembra destinata a restare un’utopia. Hamas e Fatah, infatti, non riescono ancora ad appianare la propria rivalità. Si pensi, ad esempio, che i 4,5 miliardi di dollari in aiuti, promessi dai donatori internazionali alla conferenza di Sharm El Sheik per la ricostruzione di Gaza lo scorso marzo, provocarono contrasti immediati fra i due partiti. I palestinesi hanno sempre meno fiducia nei loro leader, le strutture pubbliche si sono indebolite, laddove non erano già ridotte a cumuli di macerie, mentre la disoccupazione e la povertà sono aumentate vertiginosamente. Le organizzazioni internazionali disposte ad aiutare il processo di ricostruzione nella Striscia si sono sentite (e si sentono tutt’ora) scoraggiate dal fornire fondi e risorse umane, mentre le Ong hanno dovuto limitarsi a recuperare il materiale riutilizzabile dagli edifici danneggiati. Ecco allora che tornano in mente le parole di Barry Rubin rivolte ai leader palestinesi: valutare con precisione i problemi, non lasciarsi accecare dai pregiudizi, né dal desiderio di diventare popolare; soltanto allora adottare con coraggio e determinazione le politiche ritenute migliori.

