L’annuncio della partecipazione, con un padiglione, della Santa Sede alla Biennale di Venezia nel 2011, e di una Settimana della Cultura ortodossa russa, che si terrà a maggio, con un concerto in Vaticano alla presenza del Papa. Il dialogo passa anche attraverso la cultura nei rapporti tra Roma e Mosca. Ed ancora: la condanna della decisione della Corte di Strarburgo di vietare il crocifisso, così come del referendum in Svizzera che proibisce i minareti. Intervista a tutto campo con monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, voluto da Papa Benedetto XVI per riallacciare i legami con il mondo dell’arte e della cultura. Da qui, l’idea dell’incontro con gli artisti il 21 ottobre.
Mons. Ravasi, come è nata l’idea di un incontro del Papa con gli artisti? Era da dieci anni che un Papa non incontrava il mondo della cultura. Una iniziativa per riaprire un dialogo con il mondo culturale?
In verità il Papa non incontrava gli artisti da 45 anni, cioè dal 1964, quando nella Cappella Sistina Paolo VI incontrò gli artisti e rivolse loro un memorabile discorso, di grande rilievo, che riconosceva da un lato i limiti che la Chiesa aveva espresso nei confronti dell’arte, e dall’altra parte chiedeva all’arte di riannodare ancora il filo di un dialogo. Dopo mezzo secolo non si era ancora manifestata questa unione, anzi la divaricazione per certi versi era diventata maggiore.
Dieci anni fa, poi, c’è stato un altro tentativo, ma in questo caso solo per Lettera, quella scritta da Giovanni Paolo II nel giorno di Pasqua del 1999. Un testo molto caloroso e molto aperto nei confronti degli artisti.
L’iniziativa del 21 novembre, nella Cappella Sistina, è stata prospettata da me e dal mio dicastero. Il Papa l’ha accolta subito con entusiasmo e senza alcuna reticenza, neppure per quanto riguardava l’organizzazione perché si è voluto fare non un’udienza in senso stretto, ma un vero e proprio evento, un incontro, con brani musicali, con Sergio Castellitto che ha letto alcuni brani della Lettera di Giovanni Paolo II, con il dono del Papa agli artisti, una medaglia appositamente scelta dal Papa all’interno di tre bozzetti diversi.
Questa iniziativa voleva riconoscere che anche la Chiesa, negli ultimi anni, ha tante volte abbandonato il dialogo con la cultura e l’arte contemporanea e si è accontentata di ripetere stereotipi, di ricopiare modelli del passato, o semplicemente di rassegnarsi e adattarsi alle situazioni di bruttezza che c’erano in alcuni quartieri, e certe chiese ne sono l’esempio. Dall’altra parte, l’arte si è ormai orientata a rappresentare quasi esclusivamente la crisi dell’uomo contemporaneo – e questa è pure una funzione che ha l’arte – ma, lentamente entrando in questa spirale, è diventata espressione soprattutto del non senso e della provocazione. Non ha più nessuna capacità di esprimere le grandi tensioni verso l’infinito, una funzione propria dell’arte. Tant’è vero che dominano certe forme di arte caduca, come la performance, cioè l’arte istantanea, l’arte effimera. Essa è in contrapposizione alla funzione classica dell’arte, che è quella di essere messaggio che supera il tempo e lo spazio.
Dunque, il dialogo vuole raggiungere questo scopo: le grandi tradizioni religiose giungono con i loro simboli, con le loro figure, con i loro valori, con le loro narrazioni, con i loro messaggi; dall’altra parte, l’arte si presenta con la sua capacità di ricreare quei segni, quei simboli, di renderli percepibili.
Un dialogo, quello con gli artisti, che continua anche dopo l’incontro con il Papa?
Questo dialogo aperto con gli artisti continuerà. Già essi mandano testi e le loro impressioni. La continuazione approderà probabilmente al padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia nel 2011. La reazione degli artisti è molto interessante e si sta esprimendo anche con articoli che verranno ospitati sull’Osservatore Romano. C’è, quindi, il tentativo di ricomporre questo dialogo, il nostro compito è di tenerlo vivo.
Recentemente una sentenza della Corte di Strasburgo ha vietato la presenza dei Crocifissi nelle aule scolastiche. Quale è la sua posizione?
Vorrei fare una considerazione solo da un punto di vista culturale. L’identità propria di un continente, di una cultura, è fatta di elementi simbolici, che costituiscono la grande eredità, capace di spiegare tutto il nostro passato. Sicuramente, se è vero che esiste l’eredità del pensiero greco, se esiste l’eredità del diritto romano, se esistono anche i contributi dati dall’Illuminismo, dal marxismo, dal liberalismo, esiste soprattutto un contributo fondamentale e fondante che è quello cristiano. Tant’è vero che lo stesso pensiero greco (come il diritto romano) è stato filtrato attraverso la visione cristiana.
È vero quello che diceva Thomas S. Eliot: se noi cancelliamo dalla nostra storia e dalla nostra identità il cristianesimo, non solo non comprendiamo più Voltaire e Nietzsche ma soprattutto perdiamo il nostro volto. I simboli fanno parte veramente della nostra identità. Sono dei grandi emblemi culturali. Bellissima la frase di Goethe: “La lingua materna dell’Europa è il cristianesimo”. Questa è una posizione squisitamente culturale, poi ci sono anche le ragioni religiose. Il Crocifisso è anche un simbolo culturale, ma per un credente è molto di più. Infatti il Crocifisso in un luogo pubblico è diverso dal Crocifisso nelle chiese.
Spera che la Corte possa ripensare alla sentenza?
Spero soprattutto che i vari stati propongano le loro osservazioni. L’importante è che si colga questo aspetto: il Crocifisso è anche un grande simbolo che parla a tutti di vita e di morte, di oppressione, di ingiustizia, di sofferenza, realtà universali.
Un referendum in Svizzera ha proibito i minareti. Quale è la sua opinione?
I segni religiosi devono essere espressione di una presenza. Se esiste una presenza religiosa, culturale e spirituale, quel simbolo non è offensivo, ma è segno legittimo. Sono d’accordo con i vescovi svizzeri, e dico che è giusto che si continui questa possibilità di avere i simboli delle varie religioni, tra l’altro anche sulla base del principio di amore e di rispetto che contraddistingue il cristianesimo. La legge cristiana non è l’assalto contro il diverso, ma la sua comprensione e il dialogo con esso. I segni religiosi vanno rispettati, seppure in condizioni di minoranza. Anche perché le costituzioni riconoscono la libertà di culto, che si esprime anche attraverso i segni esteriori. Certe forme di negazione dell’altro alla fine non danno un maggior controllo, ma anzi rivelano paure e debolezze.
Il dialogo nel Pontificato di Benedetto XVI passa anche attraverso il dialogo culturale. Tra Santa Sede e Mosca ci può essere un’alleanza che passa anche dai valori?
Ho incontrato l’arcivescovo ortodosso Hilarion, inviato dal patriarca Kirill, quando è venuto a Roma. L’ho incontrato a lungo, mi ha anche regalato una croce episcopale a nome del Patriarcato, che indosso. Abbiamo avuto occasione di stabilire una sorta di Protocollo di relazioni culturali che comprende, in maggio probabilmente, una settimana della cultura ortodossa russa, con un concerto in Vaticano che probabilmente vedrà la presenza del Papa, con musiche classiche russe, ma anche contemporanee. Un secondo momento dovrebbe essere una giornata di incontro e dialogo diretto culturale, con Hilarion. E un terzo evento, che stiamo studiando, potrebbe essere una mostra di uova pasquali e di icone, elaborate dalla tradizione russa, opere molto raffinate di oreficeria. Esse hanno una simbolica religiosa e speriamo di poterle collocare nei Musei Vaticani.
Inoltre, il nostro dicastero con la Segreteria di Stato, sta lavorando – a livello governativo - per una mostra di grande rilievo, con la Federazione russa. Una mostra in due parti: una sulla cultura religiosa russa e una sulla cultura cristiana occidentale. La mostra dovrebbe svolgersi sia a Roma sia a Mosca. L’iniziativa dovrebbe tenersi probabilmente nel 2011.
A livello culturale il dialogo è molto vivo. Su questo andremo avanti, perché esso è idealmente la preparazione al dialogo ecumenico.
Come definirebbe il rapporto tra scienza e fede?
All’interno del nostro dicastero è presente un dipartimento e una fondazione molto strutturata dedita al rapporto tra scienza e fede. E’ la fondazione ‘Stoq’ (Science, Theology and Ontological Quest), che ha un suo referente, e che sta ramificando le sue relazioni con il mondo delle Università straniere, soprattutto americane. Ci si orienta sempre più verso atteggiamenti reciproci di dialogo. È possibile non solo che scienza e fede si rispettino ciascuna con il proprio statuto, ma è possibile anche comunicare. Il nostro dicastero è molto attivo su questo. Quest’anno ci siamo soffermati sui temi dell’evoluzione e della cosmologia, il prossimo anno ci confronteremo sulle neuroscienze e sul problema della didattica della scienza.
Spesso il Papa denuncia una forte matrice materialista e relativista dell’Europa. Come valuta l’attuale situazione culturale del Vecchio Continente?
L’Europa sta sempre più perdendo la propria identità, sta scolorandosi, sta diventando sempre più grigia. Il vero problema adesso non è tanto l’ateismo teorico, serio e impegnato, quell’ateismo che ha una sua visione alternativa del mondo e della vita rispetto a quella della fede, ma dominante ormai è l’indifferenza, la superficialità. È il materialismo, il consumismo, la perdita dei valori. Sempre più ci si orienta verso un concetto di relativismo che è soggettivismo. Non esiste più la verità in sé, ma ognuno elabora la sua verità, secondo le circostanze e le convenienze. Noi dobbiamo fare lo sforzo di continuare a ribadire la grande tradizione della ricerca della verità, non della creazione della verità, ciascuno a proprio piacimento. Un’impresa molto ardua, considerando la superficialità dell’attuale società secolarizzata.
Quali sono i prossimi impegni del Pontificio Consiglio della Cultura?
L’anno prossimo, a novembre, dedicheremo un grande evento al tema della comunicazione e del linguaggio nell’era informatica. Vorremmo studiare la rivoluzione che è avvenuta con il linguaggio informatico, elettronico e anche televisivo. È cambiata non solo la comunicazione, ma anche il modello antropologico. È una comunicazione di tipo freddo, perché essa si svolge prevalentemente davanti a uno schermo, non è più diretta e interpersonale. Vogliamo studiare questo fenomeno anche per portare avanti una pastorale specifica in ambito ecclesiale. Abbiamo intenzione di invitare il direttore della Bbc, ma anche Umberto Eco e altri che lavorano concretamente in questo ambito, come ad esempio il critico televisivo Aldo Grasso.
Continueremo poi a convocare i vari artisti per settore, per alcuni confronti, così da continuare a dialogare, e sviluppare il progetto del padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia ma anche altre iniziative più generali.
Un altro impegno è quello relativo alle culture emergenti, in particolare India e Cina.
Altro tema è quello dell’economia, come scienza umanistica, non come tecnica finanziaria o scienza dei mercati. E su questo vorremmo fare proposte di tipo culturale.
Altro tema è stabilire i contatti con le università soprattutto americane, sull’aspetto della ricerca.
Infine, con la nomina di un africano alla segreteria generale del dicastero, ci sarà una maggiore attenzione all’Africa. Insomma siamo un cantiere…
Conosciamo più da vicino monsignor Ravasi. Quali sono le sue letture preferite? Quale libro consiglierebbe? Quale è il suo santo prefereito?
Le mie letture preferite? Ovviamente sono stato per oltre 40 anni docente di scienze bibliche ed esegesi e quindi domina per me la saggistica teologica (ma non solo). Ma amo tanto anche la letteratura e la poesia. Sono anche un grande appassionato di musica. Prediligo Bach, ma Mozart è un altro amore.
Io non mi vergogno di dire che sono eclettico, amo leggere tante cose. Se dovessi consigliare un libro suggerirei di fare l’esperienza dei grandi romanzi dell’Ottocento (penso a Dostoevskij) e della grande poesia, come Eliot.
I miei santi preferiti? Direi quelli del mio nome, da una parte San Giovanni, l’evangelista. Dall’altra parte San Francesco, anche perché in lui brilla l’aspetto del dialogo, dell’apertura, della visione cosmica della salvezza e della redenzione.

