Venerdì 10 Febbraio 2012
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Un saggio sull'identità

L'uomo contemporaneo e la ricerca della vocazione perduta

28 Febbraio 2010

Pubblichiamo qui di seguito l'introduzione al libro di Stefano Fontana, Parola e comunità politica appena pubblicato da Cantagalli.

La vocazione è una chiamata, una parola che ci viene incontro, chiedendoci una adesione. Comunicandosi, la vocazione ci attira e ci invita a costituirci nella nostra identità. Nella risposta al senso che ci interpella noi ci costituiamo nel nostro proprio senso. Quando troviamo un senso che non abbiamo prodotto siamo davanti ad una parola che ci viene rivolta, ad un appello, una vocazione. La vocazione è la manifestazione dell’incondizionato.

Il fenomeno più preoccupante dei nostri giorni è la crescente difficoltà a leggere nelle cose e nella nostra vita una parola su di noi, un appello. Si fatica a vedere nella persona amata una vocazione. Il matrimonio e la famiglia sono visti sempre più come scelte e convenzioni, non come realtà contenenti una proposta di senso importante per la nostra umanità, una bellezza che ci attrae e ci appassiona.

Nella stessa nostra natura di persone umane si fatica a riscontrare un discorso su come dovremmo essere, l’indicazione di un cammino da percorrere. Essere uomo ed essere questo uomo rappresentano ancora una vocazione davanti al soggettivismo e ad una cultura che vorrebbe inglobare in sé la natura? Molti oggi non vedono nella identità sessuale una vocazione, ma una scelta. Avere una umanità determinata sessualmente non è qualcosa che ci parli più e ci comunichi un progetto, ma una nostra costruzione. La nostra intera fisicità è fortemente tenuta in considerazione nelle società del benessere, ma come qualcosa da plasmare, pianificare, decostruire e ricostruire, mostrare, non come vocazione da valorizzare. Il pudore nasce dalla percezione che il corpo è parola, ma il nostro corpo non ha quasi più nulla da dirci, la prima ed ultima parola su di esso presumiamo di trovarla nelle creme e nelle pillole, nelle palestre e nel bisturi, nel silicone e nei chips. Anche l’ambiente naturale che sta davanti a noi – la natura nel senso naturalistico del termine – è prevalentemente visto come un insieme di oggetti funzionali. Esso non è più il ”creato”, discorso del Logos creatore, parola attuata, con un messaggio da comunicare. Agostino interrogava le acque e le terre per sapere se fossero loro il suo Dio. Esse rispondevano di no, che non erano loro perché Dio le aveva create. Dialoghi di questo genere con la natura oggi sono ardui e le perfezioni visibili di cui parla San Paolo (Rom 1, 19-23) sembrano non parlare più di quelle invisibili di Dio. Essere cresciuti in una cultura o essere stati educati in una religione non sono più visti come una vocazione, ma come un limite o una costrizione. Molti genitori rinunciano ad educare i figli in senso morale e religioso, lasciando che siano poi essi a fare le loro scelte.

Potremmo chiamare tutto questo crisi della vocazione, difficoltà esistenziale a intenderci non solo come produttori di discorsi ma anche come ricettori, ascoltatori, interpreti. Le cose sembrano essere solo cose e i fatti solo fatti. Il positivismo diventa senso comune.

La crisi della vocazione è molto preoccupante, anche in termini sociali e politici, perché inibisce tre atteggiamenti di fondamentale importanza per la convivenza: l’accoglienza, la gratitudine, la gratuità.

Accoglienza. Questo atteggiamento è basilare per la convivenza sociale, che è reciproca accoglienza. La giustizia, la solidarietà, la fraternità, la carità sono forme di accoglienza di progressiva intensità. La comunità presuppone la comunione e questa è impossibile senza l’accoglienza. Si tratta di accogliere l’altro assieme al senso di cui è portatore. Egli non è solo una presenza da registrare, ma una parola incarnata. Oggi, spesso, molti non riescono più ad accogliere una nuova vita perché nel figlio faticano a vedere una vocazione. Non solo una presenza, ma una presenza dotata di senso che ci interpella, ci attrae e ci mobilita a fargli spazio, cioè ad accoglierlo. La crisi demografica che colpisce molti paesi e li indebolisce moralmente prima che economicamente, è dovuta a questa diffusa difficoltà ad accogliere. Le leggi sul “suicidio assistito” denunciano una carenza di accoglienza della vita stessa. Il multiculturalismo e il suo fallimento mostrano che la tolleranza indifferente non è vera accoglienza. L’accoglienza dell’altro ci è del resto impossibile senza l’idea di accogliere noi stessi e l’esperienza di essere stati, a nostra volta, accolti. L’accogliersi e l’essere accolti precedono l’accogliere e solo se la società si fonda sull’essere accolti può sprigionare risorse di accoglienza.

Gratitudine. Se le persone e le esperienze non ci parlano, non ci scopriremo debitori e faremo certamente fatica ad essere grati di averle incontrate. La nostra famiglia, la nostra cultura, il nostro essere uomo o donna, avere dei figli, lavorare, provenire da una storia, avere ricevuto la vita … tutto ciò può essere oggetto di gratitudine se vi riscontriamo una eredità di parole dette, uno svelamento di senso che in qualche modo ci ha dato delle luci. Altrimenti c’è il rifiuto e la negazione di tutto ciò, o addirittura la vergogna o l’odio per avere subito una serie di imposizioni e violenze, quando non addirittura l’abiura oppure l’apostasia da se stessi e dal proprio passato. La nostra stessa identità può non essere vissuta con gratitudine. Parlo della identità personale o della appartenenza culturale o religiosa, che spesso oggi viene vista come una camicia di forza più che come una vocazione e quindi rifiutata perché lesiva della libertà. L’Occidente sembra particolarmente colpito oggi da questa sindrome della vergogna di se stesso e dall’ingratitudine. La mancanza della gratitudine è un grande impoverimento per la comunità umana in quanto rende difficoltosa o addirittura impossibile l’educazione, la trasmissione di principi e valori che riteniamo importanti. Se non proviamo gratitudine verso chi ce li ha trasmessi non ci riteniamo in dovere di trasmetterli a nostra volta. La carenza di gratitudine rompe la continuità tra le generazioni e produce l’ “emergenza educativa”.

Il terzo è la gratuità. La caratteristica principale della vocazione è di irrompere nella nostra vita da fuori e non essere nostra produzione. La vocazione ci è data in dono. Perdere il senso della vocazione significa perdere il senso del dono e pensare che il senso è sempre e solo prodotto da noi. Se il mio passato, la mia natura, gli altri non mi parlano significa che il loro senso lo stabilisco io, o noi, se ci riferiamo alle strutture culturali o sociali. Gratuito è ciò che va semplicemente accolto come grazia, verso cui si mostra gratitudine per averlo potuto accogliere. La vocazione comporta tutto questo in quanto non è una parola che pronunciamo noi, ma una parola pronunciata su di noi. Quindi una parola donata. Ci sono oggi molte esperienze significative di gratuità da parte di molte persone che vedono nel dolore e nelle difficoltà degli altri una vocazione per sé, ma c’è anche un’arida mancanza di gratuità che non sa più riconoscere ed apprezzare i molti doni che ci vengono incontro nella vita.

Oggi molti riscontrano una crisi della vocazione: crisi delle vocazioni sacerdotali e religiose, crisi delle vocazioni matrimoniali, crisi delle vocazioni politiche per esempio. Non sempre, però, si amplia sufficientemente il concetto di vocazione fino a legarlo alla capacità stessa di leggere nella realtà una parola di senso, che ci precede. E’ questa difficoltà ad impedire lo sviluppo umano, la convivenza sociale e politica, la tenuta della famiglia, l’impegno solidale nel lavoro, un rapporto non distruttivo con gli altri e con le cose. Il maggiore costo sociale ed economico di oggi è dato da questa atrofia della nostra intelligenza e del nostro cuore. Benedetto XVI parla dell’autolimitazione della ragione e del cuore. Credo che il punto decisivo di tale autolimitazione, dai costi umani e sociali altissimi, sia proprio la cecità e sordità verso la vocazione. Abbiamo perso il codice, non abbiamo più il vocabolario né la voglia di ascoltare, non che la realtà abbia cessato di parlarci.

Questo piccolo libro ha una grande pretesa. Vorrebbe indicare - niente più che indicare, e per questo è un piccolo libro -, il principale problema dell’uomo di oggi – e per questo ha una grande pretesa. Si propone di metterlo a fuoco come problema della vocazione e poi affrontarlo dapprima dal punto di vista fenomenologico, ossia esaminandone le manifestazioni nella nostra vita, poi antropologico ed infine politico. Lo scopo è soprattutto di segnalare la strada per una inversione di tendenza, perché l’uomo sordo alla vocazione non sa più dove andare.

Lo spunto di questo libro è contenuto in un altro mio libro, pubblicato qualche anno fa come studio sulla dinamica interna dei diritti e dei doveri. Da quella ricerca era emerso che mentre la dinamica interna ai diritti corrode la capacità di accogliere un senso ricevuto da fuori, la dinamica interna ai doveri, invece, attesta l’esistenza di una vocazione indisponibile. Il diritto, infatti, significa avere-a-disposizione, mentre il dovere vuol dire essere-a-disposizione. Di più: in quel libro si diceva anche che se la dinamica interna ai diritti viene lasciata a se stessa ne derivano conseguenze distruttive per la convivenza umana, perché tale dinamica corrode le riserve di accoglienza e gratuità di cui la comunità ha bisogno. Invece, la dinamica interna ai doveri deve essere potenziata proprio perché rafforza i legami sociali in quanto li fa derivare da qualcosa che non rientra nei nostri diritti di disponibilità. La priorità dei doveri sui diritti e l’urgenza di riprendere in mano una cultura dei doveri apriva così la strada ad una indagine di più ampio respiro sulla vocazione, mentre anche la richiedeva per fondare più adeguatamente lo stesso rilancio della cultura dei doveri. Ecco l’origine di questo libro e, insieme, il suo scopo. La sua vocazione, potremmo dire.

 

Commenti
Anonimo
28/02/10 16:02
GRAZIE
Finalmente un discorso serio che coglie la dimensione ESISTENZIALE della vocazione. Fate girare questo testo a Seminari e Ordini religiosi!
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