Venerdì 10 Febbraio 2012
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Prove tecniche di dialogo

Per Bersani e Casini il patto col Cav. è la chance per la sfida delle riforme

18 Dicembre 2009
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Silvio Berlusconi prova a dare una chance a Bersani. La visita al San Raffaele del leader Pd lo ha sorpreso positivamente e forse è stato il segnale per verificare se ci sono i margini per ristabilire un clima politico nuovo e avviare il cantiere delle riforme. Il Cav. offre a Pd e Udc un “patto democratico” col sigillo (all’unanimità) dell’ufficio politico del Pdl, ricevendo in cambio i primi segnali di disponibilità. Un’offerta che il premier rinnova prima di lasciare l’ospedale e affida alla nota di Palazzo Chigi: “Il mio dolore è utile se cambia il clima. In ogni caso, noi andremo avanti sulla strada delle riforme che gli italiani ci chiedono”.

Nel Pd qualcosa sta cambiando. Bersani ha capito che tenere alto il livello dello scontro non porta da nessuna parte e che avviare un dialogo costruttivo può far definitivamente tramontare l’ipotesi di elezioni anticipate (rischio che i democrat vorrebbero evitare malgrado il refrain “siamo pronti”). Il segretario sa anche che insistere nella logica del no a prescindere alla fine porta acqua solo al mulino di Di Pietro.

Non solo: l’aggressione al Cav. in piazza Duomo ha evidenziato due  linee diverse nel campo democrat:  quella più oltranzista che si riconosce nella tesi della presidente Rosy Bindi (solidarietà al premier ma se l’è cercata perché è lui che istiga, è il senso delle dichiarazioni che Bersani prima e D’Alema poi hanno dovuto in qualche modo correggere) e dunque più incline al filone dipietrista. E c’è, invece, la parte che con Bersani è pronta a cogliere l’occasione per inaugurare una nuova stagione e contribuire insieme alla maggioranza a fare le riforme che servono al paese.

Ieri Bersani è tornato sul tema: non ha chiuso all'offerta del "patto democratico" che tuttavia deve essere ancorato al rispetto delle regole e finalizzato a riforme fatte per il paese. Nella maggioranza non è passata inosservata neppure l'intervista al Corriere della Sera di Massimo D'Alema  che, marcando la distanza dal ''populismo'' di Di Pietro, rilancia la stagione delle riforme istituzionali e invita a ripartire dalla bozza Violante. Sulla giustizia critica gli effetti "devastanti" del processo breve sull'ordinamento giudiziario e osserva che allora "è quasi meglio una leggina ad personam per limitare il danno". Un passaggio che nel centrodestra viene letto se non come una vera e propria apertura, come il segnale almeno di una disponibilità a non salire sull'Aventino.

Bersani boccia il legittimo impedimento come "una legge ad personam" pur distinguendolo dal processo breve definito "un'amnistia per i colletti bianchi". Una cosa è certa: se Bersani per ora appare cauto sugli appelli della maggioranza, è consapevole che pure con i paletti necessari, ora non può sottrarsi a quella che lui stesso definisce "la sfida delle riforme".

Pierferdinando Casini domani dovrebbe formalizzare quel “valuteremo con grande attenzione e responsabilità” con cui ha risposto all’offerta del Pdl , ma intanto, sul no all’uso politico della giustizia che la maggioranza considera l’ineludibile nodo da sciogliere preliminarmente, a Montecitorio si registra una significativa convergenza tra centristi e Pdl-Lega. Il testo base sul legittimo impedimento adottato in commissione Giustizia è, infatti, una sintesi bipartisan delle proposte di legge presentate da Costa-Brigandì (Pdl-Lega) e Vietti (Udc).  Riguarda il premier e i ministri e andrà in Aula il 12 gennaio,  lo stesso giorno in cui Palazzo Madama discuterà il ddl Gasparri sul processo breve.

Anche Casini come Bersani chiede al centrodestra un cambio di passo che potrebbe iniziare col ritiro del ddl sul processo breve. La piattaforma dell’accordo la spiega il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello quando agli “avversari, che per noi non sono mai stati nemici” rilancia la sfida del confronto sul terreno delle riforme, partendo tra tre assunti: che la via giudiziaria “alla conquista del potere debba essere messa al bando; che dal '93 la modernizzazione del Paese è bloccata dallo scontro tra giustizia e politica; che nella Carta costituzionale vi sono pagine incompiute ancora da scrivere che i padri costituenti lasciarono alle generazioni successive. Ovvero, come rendere più snelle le istituzioni; come superare il bicameralismo perfetto; come dare maggiore forza e autonomia all'esecutivo”.

E’ questo, dunque, il campo che il Pdl indica a Pd e Udc  ammonendo al tempo stesso sul fatto che dopo l’aggressione del premier in piazza Duomo “è ancor più evidente che non si possa immaginare alcuna strategia riformista o alcuna prospettiva di governo stabile del paese che si basi sulla costruzione di Cln, union sacree, armate Brancaleone o non meglio precisati fronti, evocando i fantasmi di inesistenti strappi futuri e tappandosi gli occhi di fronte agli strappi concreti e reali messi in atto dagli artefici della campagna d’odio che in questi giorni sono stati individuati con una certa precisione”, sottolinea Quagliariello.

D’altra parte, la maggioranza è consapevole che legittimo impedimento e processo breve hanno una scadenza temporale  non superiore all’anno, perché la Corte Costituzionale – osserva un deputato berlusconiano – prima o poi “sarà chiamata, magari dal tribunale di Milano a pronunciarsi sulla questione di incostituzionalità, come del resto ha già certificato il Csm a proposito del processo breve. E visto come è andata con il Lodo Alfano c’è da aspettarsi un epilogo identico”. Per questo,  è necessario guardare alla riforma costituzionale della giustizia: non solo un nuovo Lodo Alfano (tenendo presenti i rilievi della Consulta nella sentenza dell’ottobre scorso), ma un nuovo assetto  dell’ordinamento giudiziario sul quale  possano convergere tutti i protagonisti del patto democratico, unendo la riforma costituzionale della giustizia a quella più generale dell’ordinamento della Repubblica: dal presidenzialismo, al ruolo del parlamento, dal Senato delle Regioni alla riduzione del numero dei parlamentari.

Un percorso che nel Pdl riporta a sintesi  i contrasti dei mesi scorsi tra Berlusconi e Fini, reso possibile anche dall’intesa raggiunta dal presidente della Camera  con l’ex stato maggiore di An: il punto di equilibrio è che Fini rappresenterà per tutti l’interlocutore con Berlusconi, ma con un impegno non formale a rifiutare qualunque sirena di governo istituzionale, o patto per la Repubblica. E ieri alla Camera i segnali di distensione tra la maggioranza e le due "opposizioni democratiche" (come nel centrodestra vengono considerati Pd e Udc) ci sono stati: Pd e Udc non hanno assunto posizioni oltranziste e la maggioranza ha accolto buona parte degli ordini del giorno presentati da democrat e centristi.

Un clima più disteso che ha accompagnato anche il brindisi di Natale organizzato nella sala Colletti di Montecitorio dal presidente e vice del gruppo Pdl, Cicchitto e Bocchino (che solo due giorni fa in Aula non se l'erano mandate a dire) per gli oltre duecento deputati. Entrambi li hanno ringraziati per l'impegno in Aula e nelle commissioni rimarcando così un'armonia ritrovata dopo le tensioni dei giorni scorsi (berluscones-finiani) e confermata anche dalla presenza - in contemporanea - dei ministri Tremonti e Brunetta .

 

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