Le Hawaii sono state il cinquantesimo e ultimo Stato a entrare, volontariamente, nell’Unione. Dalla fine degli anni Cinquanta hanno vissuto una rapida crescita economica e un impressionante boom edilizio. Nel 1963, in uno dei suoi discorsi, John F. Kennedy disse: “Le Hawaii sono ciò che il resto del mondo è destinato a diventare in futuro”. 22 mesi prima, il 4 agosto del 1961, Barack Obama veniva alla luce al Kapiolani Medical Center di Honolulu.
Nell’immaginario americano le Hawaii sono la terra della fiducia, della tolleranza e dell’accoglienza. Lo stato con il più alto tasso di mescolanza razziale. La filosofia degli isolani è la curiosità: ti guardano per quello che sei non per la "categoria" che rappresenti. Un posto ideale per rappresentare la “nuova frontiera” di Obama, insomma.
Le Hawaii sono anche un feudo democratico. Il partito qui ha dominato per 40 anni ininterrotti. Negli anni Sessanta dalle isole partivano o soggiornavano i Marines diretti in Vietnam. Le Hawaii sono state il punto scelto per lo splash-down dei progetti Gemini e della Missione Apollo. Il posto in cui, nel ’75, furono sperimentati i primi pannelli solari (ma anche avanzati programmi di assistenza sanitaria pubblica). La patria di Steve Case (il fondatore di Aol) e di Hiram Bingham, il celebre antropologo, viaggiatore ed esploratore americano che ha ispirato la saga di Indiana Jones.
Per Obama è stato un segno del destino nascere alle Hawaii. Qui ha trovato il senso della famiglia, della comunità, dell’impegno. Una piccola oasi che nei tormentati anni Settanta – tra Watergate, “sindrome del Vietnam” e sconvolgimenti sociali – rappresentava un luogo tutto sommato felice e protetto. Tutto intorno, “il trionfo e la crisi dello stato liberale americano”, come l'hanno definito gli storici.
Obama cresce nell’America che scopre i suoi limiti, dopo la sbornia del "boom". Il Paese che all’apice della “presidenza imperiale”, con il tracollo di Nixon, si accorge che il margine di manovra dell’inquilino alla Casa Bianca va ridimensionato. La nazione che deve fare i conti con la rivoluzione del mondo del lavoro, una inflazione galoppante e il collasso dello stato assistenziale. Nel 1972, quando Obama ha 11 anni, le spese sociali toccano il 41 per cento del bilancio federale, il 9 per cento del PIL. Quello stesso anno, il progetto Apollo viene chiuso e l’America rinuncia alla conquista dello spazio, dopo aver portato il primo uomo sulla Luna.
“Barry” è appena un ragazzo nell’epoca delle “identità politiche”, quando le minoranze razziali sempre più arrabbiate si prendono la rivincita sulla maggioranza silenziosa: l’affermazione del “potere nero” e del movimento femminista, la crisi politica che porterà alla separazione dei “movimenti” dalla classe lavoratrice, gettando nello sconforto e nella sconfitta il partito democratico.
Vede passare sotto i suoi giovani occhi 3 presidenti: il repubblicano Nixon – “Tricky Dicky”, Riccardino il furbetto – un avvocato di provincia che odiava l’establishment di Washington e che ricordiamo come il primo, e tutt’ora unico, presidente degli Usa che si è dimesso dalla sua carica. Avrebbe ceduto il passo per un biennio al suo vice, Gerald Ford, prima della vittoria del democratico Jimmy Carter.
Nel ’79, quando Carter è al suo secondo anno di mandato, Obama si prepara a lasciare per sempre le Hawaii. Ha 18 anni e si è appena diplomato. Qualche anno prima, al Congresso, è passato un emendamento alla Costituzione che permette di votare anche ai giovani della sua età. (continua…)


Le Hawaii sono entrate