Ieri sera alle 21:06 l'Ansa ha dato notizia dell'arresto del presidente della Provincia di Vercelli, in Piemonte, ristretto ai domiciliari con l'accusa di concussione. Il fatto risaliva a metà della mattinata, ma fra le maglie ingolfate delle cronache giudiziarie è trapelato solo nella tarda ora di cena. In altri tempi l'esecuzione di una misura cautelare nei confronti di un presidente di Provincia, a prescindere dal merito della vicenda, avrebbe fatto scalpore. In questa campagna elettorale è tale l'assuefazione che sembra quasi una "non notizia".
Non dubitiamo che, caso per caso, ogni Procura sarà in grado di addurre ottime ragioni per dar conto del proprio operato e soprattutto della sua tempistica. Per spiegare ad esempio che a quindici anni dalle accuse di sedicenti "pentiti", dopo un lungo rumoreggiare di tamburi a mezzo stampa e nove mesi di "incubazione" sul tavolo del gip, alla vigilia della scelta dei candidati per la presidenza della Campania, l'ordinanza di arresto preventivo (!) di Nicola Cosentino sia derivata dalla "pericolosità sociale" di quest'ultimo e non già da considerazioni di altra natura.
Che solo per una casualità il tintinnar di manette fra i banchi della Giunta abbia risuonato fra le mura del Pirellone in concomitanza con la riconferma da parte di Berlusconi del governatore uscente Roberto Formigoni quale candidato alla guida della Lombardia.
Che sempre e solo per una ferale fatalità Gaspare Spatuzza sia riuscito proprio ora, dopo tanti anni, a scrollarsi di dosso il fetore dell'acido in cui scioglieva bambini men che adolescenti per annunciare mistiche conversioni e favoleggiare dei suoi antichi incontri al bar Doney in cui i padrini di riferimento gli raccontavano d'aver avuto "il Paese in mano" da "quello di Canale 5", e Massimo Ciancimino abbia iniziato a calcare le scene come una guest star dopo aver riesumato patacche dalle memorie familiari che il defunto don Vito non potrà mai smentire, ed entrambi abbiano fatto ingresso su invocazione delle Procure nelle pubbliche aule dei tribunali dove la giustizia viene amministrata in nome del popolo italiano.
Sicuramente è del tutto fisiologico che a quattordici anni dall'avvio delle indagini trentasei militanti leghisti, tra cui il sindaco di Treviso e il deputato Bragantini, siano stati rinviati a giudizio a Verona con l'accusa di banda armata per aver indossato la temibile camicia verde agli albori del movimento politico di Umberto Bossi, e lungi da noi operare retropensieri sul fatto che questo sia accaduto mentre il Carroccio impalmava l'agognata candidatura alla guida di due Regioni del Nord.
Non vi è da dubitare che la tempistica dell'inchiesta sulla Protezione civile, e il polverone sul nome di Guido Bertolaso che dall'Abruzzo a Napoli ha dato lustro alle istituzioni dello Stato e ci ha fatto sentire orgogliosi di essere italiani, sia del tutto estranea rispetto al serrato scadenziario che abbiamo fin qui enumerato.
Ed è certamente un caso anche che nell'ambito dell'inchiesta di Bari sulla sanità pugliese l'iscrizione di Nichi Vendola sul registro degli indagati, risalente a un paio di mesi prima, sia finita sulle prime pagine di tutti i giornali a pochi giorni dalle primarie del centrosinistra nel Tavoliere.
Per ognuna di queste vicende - e tante altre ce ne sarebbero da raccontare a livello locale - esistono senz'altro delle ottime ragioni che hanno indotto le varie Procure ad esercitare l'azione penale, e soprattutto a farlo adesso, non prima e non dopo. Ma visto che il nodo del rapporto tra giustizia e politica non è più un tabù, e a viso scoperto si sta cercando una soluzione per evitare che questi due poteri entrino in conflitto e la sovranità popolare sia messa a repentaglio, prim'ancora di pensare ad attribuire a Fabio Granata l'autorità morale per decidere della probità o meno dei candidati in lista alle regionali, sarebbe meglio pensare a un osservatorio che, mettendo in fila le nude cronache, tracci a conti fatti una stima dell'incidenza che la variabile giudiziaria ha esercitato e sta esercitando, volente o nolente, su questa tornata elettorale, dalle sue fasi preliminari a tutt'oggi.
E soprattutto, visto che l'autonomia della politica è un patrimonio di tutti e anche a sinistra dovrebbero averlo imparato, vale la pena ricordare che di tutti i casi fin qui elencati, quello che ha riguardato Nichi Vendola è l'unico ad aver ispirato una riflessione bipartisan e non monocolore. E anche questo dà parecchio da pensare.


Tempi e orologi
Il tempo delle recriminazioni é scaduto.
Per Vanni