In fondo ce lo aspettavamo. Certo, non pensavamo sarebbe accaduto così in fretta. Credevamo che dieci giorni dalla morte Eluana fossero troppo pochi. Che l’elaborazione del lutto richiedesse più tempo trascorso in silenzio. E invece Beppino Englaro è tornato a parlare, è salito di nuovo alla ribalta. Non ha resistito alla tentazione di calcare di nuovo il palcoscenico, animato dalla stessa fermezza che lo ha appassionato nel corso della sua battaglia per far morire la figlia esattamente come voleva lui. Infervorato dall’idea che la “giustizia” per Eluana non era sufficiente a dire basta, senza aver ottenuto giustizia per tutti ha deciso che ora, anche solo simbolicamente, è il momento di “scendere in piazza”. Lo ha fatto prendendo la prima occasione utile che gli si è presentata: la manifestazione organizzata sabato prossimo a Roma da Paolo Flores D’Arcais e quelli di Micromega ("Sì alla vita, no alla tortura di Stato”: ma, a proposito, è questo il modo in cui il signor Englaro ha pensato di "abbassare i toni"?). E in quell’occasione, anche se fisicamente si troverà altrove, lui farà sentire la sua voce.
Stavolta Beppino ha abbandonato il tono dimesso, ha dismesso i panni del padre affranto, ha alzato la voce e assunto il piglio di chi arringa alla piazza. Un po’ Ignazio Marino e un po’ Di Pietro, ha sindacato: “La legge sul testamento biologico che il parlamento si appresta ad approvare è una vera e propria barbarie. Una legge assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce e scendano in piazza a manifestare”. “I cittadini, che hanno le idee molto più chiare dei nostri parlamentari – ha continuato - devono tutelare i propri diritti fondamentali che questa legge mette in discussione preparando il terreno per un vero e proprio Stato etico".
Poi si fa custode delle regole e difensore della Costituzione: se la legge in discussione in Parlamento dovesse essere approvata, ha continuato, allora solo due vie si prospetterebbero (e lui stesso si augurerebbe): una rapida abrogazione da parte della Corte Costituzionale oppure il referendum, via obbligata, vista la "manifesta anticostituzionalità di una legge che nega le libertà fondamentali dei cittadini". "La decisione sulla propria vita deve essere affidata a chi la vive" ha concluso Englaro.
E noi, che per un attimo avevamo creduto, che la battaglia di Beppino fosse strettamente personale. Che avevamo pensato che quanto è accaduto negli ultimi dieci mesi fosse bastato al padre di Eluana per sentirsi in pace con se stesso. Che ci eravamo forse anche illusi che il richiamo civile delle sue scelte fosse saturato dalla drammaticità degli eventi e che non avrebbe avuto quel seguito che oramai appare in tutta la sua fredda evidenza.
Sabato con ogni probabilità in piazza non si compirà alcuna battaglia reale. La battaglia politica si sta giocando tutta in parlamento. Proprio ieri il testo base di maggioranza (il ddl Calabrò) è stato approvato dalla Commissione salute del Senato con 13 sì, 6 no e 3 astenuti, ma ha già raccolto un’ampia disponibilità al dialogo, che lascia sperare non solo che la legge si farà ma che che la si farà anche coi voti di parte dell’opposizione. No, sabato in piazza si consumerà certamente una battaglia ma tutta simbolica. L’unico vero atto politico non riguarderà certo la legge sul fine vita, ma solo lui, Beppino, che dopo la morte di Eluana per la prima volta parlerà per se stesso e non per volontà della figlia. Non avremmo voluto che il dramma umano, come certamente è stato quello di Eluana Englaro, venisse usato per coprire un disegno politico personale, troppo personale.


una morte dignitosa
Apoto
dolore ?