Giovedì 24 Maggio 2012
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Una nuova iniziativa del Presidente della Camera

Per Fini la Costituzione è la nuova patria ma dimentica le radici

14 Giugno 2009

Chiedere a un costituzionalista cosa ne pensa del patriottismo costituzionale e delle politiche di integrazione rivolte alle giovani generazioni, ai “nuovi italiani” e agli italiani all’estero, potrebbe equivalere a chiedere all’acquaiolo se l’acqua è fresca. Se poi quel costituzionalista, da giovane, ha studiato l’Integrationslehre di Rudolf Smend, la domanda parrebbe a risposta ancor più scontata.  Nel mio caso, non è così. Sono un costituzionalista e ho studiato Smend. Ma forse proprio per questo non mi esibirò nello scontato ossequio alle tesi integrazioniste basate sul valore della Costituzione, la “Bibbia laica” ultimo testo sacro del pensiero politically correct secolarizzato comme il faut. Darò quindi un giudizio culturalmente critico sull’iniziativa annunciata dal Presidente della Camera, il quale, insieme a un certo numero di fondazioni, promuove il progetto “Patriottismo costituzionale  e cittadinanza nazionale”, destinato a tradursi in prossimi convegni e in corsi di storia politico-costituzionale e di cittadinanza nazionale rivolti agli studenti delle scuole medie superiori, con un occhio di riguardo, come si diceva, ai “nuovi italiani”.

Prima questione, relativa al valore della Costituzione. E’ questa l’occasione di scrivere che le continue, reiterate e insistite celebrazioni ascoltate, nel corso di tutto il 2008, e relative al sessantennale della Carta, mi hanno lasciato un profondo senso di insoddisfazione. Una Carta davvero viva nei suoi valori nel popolo di riferimento non ha bisogno di essere celebrata, con stanchi rituali, negli anniversari canonici. A dirla tutta, anzi, quelle celebrazioni mi sono sempre piuttosto sembrate la conferma del fatto che quella Costituzione noi l’abbiamo in  realtà oggi superata. Se una Costituzione vive, vive nel sentimento spontaneo e profondo di chi la rispetta tutti i giorni e la sente parte quotidiana della propria storia e della propria identità, nazionale e culturale. Se non è così – e credo che in Italia NON sia così, se si vuol dire la verità – quel sentimento non si impone con iniziative generosamente illuministiche, né promuovendo un’ennesima versione dei corsi di educazione civica. Non mi si replichi, per favore, col solito refrain del glorioso patto costituzionale tra le forze politiche espressive delle masse cattoliche e marxiste, con qualche spruzzatina di liberalismo elitario. Quelle masse non esistono più, così come significa molto poco oggi quel patto. Sono almeno vent’anni che si sono affacciate sulla scena politica forze sociali ed economiche del tutto estranee al mondo italiano del 1948; e sono almeno vent’anni che i movimenti politici espressivi di quelle forze cercano di sedersi al tavolo della Costituzione, senza riuscire – per inesperienza, per errori propri e per abilità degli avversari – ad ottenere il rinnovamento della Carta, su basi molto diverse da quelle originarie. Sono stati anzi proprio questi tentativi a determinare la feroce visione, conservatrice ed escludente, del “”giù le mani dalla Costituzione”, “la Costituzione non si tocca”. Slogan letteralmente gettati in faccia alle proposte innovatrici in materia costituzionale che quelle nuove forze hanno via via elaborato: col risultato di farle sentire semmai più estranee ad un rinnovato arco costituzionale, davvero anacronistico e assurdo.

Altro che integrazione intorno ai valori della Costituzione! Vorrei ricordare che fu proprio Berlusconi, lo scorso 25 aprile, a provare a dare un senso nuovo a quella celebrazione, avvicinandovi quella parte di popolo che vive nel nuovo millennio e non soffre di torcicollo. Lo stesso non si può certo dire delle iniziative dei vari comitati per la difesa della Costituzione.

Seconda questione, non meno importante, relativa al patriottismo costituzionale e alle dottrine dell’integrazione. Chiedo scusa, ma che programma seriamente integrazionista è mai, quello del patriottismo costituzionale? Nel suo vero ed originario significato, quello di Habermas, il patriottismo costituzionale è il succedaneo, di serie B o C, dell’integrazione intorno a valori identitari forti e realmente presenti nella comunità sociale di riferimento. Ha un mero significato residuale e procedurale, è una sorta di aggiornamento del relativismo kelseniano all’epoca della retorica “multi-culti”, è ciò che resta quando appunto si accetta la sconfitta dei valori che stanno dietro alle -  e prima delle -  Costituzioni positive. E’ ciò che resta quando ci si limita a sperare che un minimo di accordo rimanga sulle procedure, quelle tipiche della democrazia contemporanea, ma si è rinunciato a parlare di contenuti e di politica. Si dirà che è già molto, per chi proviene da culture lontane dalla nostra. Ma, in realtà, l’accettazione delle procedure parlamentari ed elettorali, le regole dello Stato di diritto, il ragionare in astratto dei diritti fondamentali: tutto ciò è solo la precondizione minimale per la costruzione di una società pacificata. Non la si può spacciare per un grande programma di rinnovamento, né ci si può costruire intorno una vera prospettiva integrazionista.

Provate a prendere sul serio il patriottismo costituzionale e testatelo su qualche caso critico, ad esempio sulla questione del rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo nelle comunità etnicamente o culturalmente chiuse. Vi si risponderà che il principio di eguaglianza costituzionalmente prescritto esige anche il rispetto delle differenze di cultura, di genere, di religione, e che la tolleranza e il multiculturalismo impediscono di imporre realmente a quelle comunità uno standard riconosciuto di regole a difesa della dignità della persona. Mi si dirà che il patriottismo costituzionale serve proprio a questo? Non è così: a questo servono semmai politiche costituzionali e scelte politiche tout court ispirate da scelte di valore e di campo, capaci di riempire di significati e di senso formule altrimenti vuote e corrose da usi ideologicamente disinvolti o sciagurati.

Speriamo ne tengano conto gli “integrazionisti” prossimi venturi.




 

Commenti
marco
15/06/09 16:05
Se Fini intende fare il
Se Fini intende fare il futuro così, e non c'è dubbio che così pensi,è un futuro molto passato.Di tutto quello che sta succedendo in europa,all'ombra di tali idee,nulla.Che l'identità religiosa venga percepita come superiore a quella statuale,proprio nei giovani islamici,di seconda o terza generazione, a Fini non dice nulla.Che la Gran Bretagna e l'Olanda siano diventati,ma non solo loro,paesi in cui questo pensiero soffoca la libertà, idem.Ma se,come credo,a Fini non interessano queste cose,ma solo il presunto tornaconto,da buon politicante dai tanti principi cangianti,allora va bene.Faccia i convegni che vuole,approffittando del suo ruolo.Io spero solo che il pdl comprenda il pericolo rappresentato da gente come lui.E,se non il pdl,gli elettori.
Massimo
16/06/09 17:10
Il solito Fini...
Beh ormai anche sul "patriottismo costituzionale" Fini scimmiotta la sinistra... Sono assolutamente d'accordo con l'articolo e con il conseguente commento di Marco. Inutile poi rilevare come temi quali l'identità nazionale e culturale siano ormai da tempo scomparsi dai discorsi finiani, ma certo questo non soprende vista la nuova via politica (sinistrorsa e politically correct) intrapresa dal nostro presidente della camera e dai suoi lacchè della fondazione FareFuturo... Poi per carità libero di pensare e dire ciò che vuole Fini, ma abbia perlomeno il buon gusto di non etichettare il suo "pensiero" (fotocopiato dalla sinistra) come di "Nuova Destra".
Daniela Santus
17/06/09 12:23
Il Presidente Fini non scimmiotta nessuno
Sono cittadina italiana, di origini piemontesi. In un periodo in cui era divenuto di moda chiamare i propri figli Jessica, Sue Anne, Richy o John, ho preferito scegliere nomi sabaudi per i miei: Emanuele Filiberto e Umberto. Eppure ho sentito anche la necessità di aggiungere “Israel” quale secondo nome per il mio figliolo minore. Perché se è vero che sono italiana e piemontese, di fatto sono anche ebrea. Un’ebrea che a prima vista va controcorrente e che, in un’Italia dove l’ebraismo è ortodosso, frequenta la corrente riformata nordamericana (che permette addirittura il rabbinato alle donne!), un’ebrea che ama Israele, ma porta la mano sul cuore e si mette sull’attenti alle prime note dell’Inno di Mameli. Ad un’osservazione superficiale della mia immagine - di donna che non disdegna gustare un buon tajin marocchino, anche se nulla potrebbe mai sostituire una gustosa bagna cauda fatta in casa - potrei essere considerata un classico esempio di meticciato, frutto della sradicante opera globalizzatrice della modernità. Invece mi sento profondamente italiana, fortemente attacata ai valori costituzionale, sinceramente ebrea (e per questo convinta della mecessità di uno Stato laico) e persino piemontese. Ma allora su cosa si fonda l’identità di un singolo o, ancor più, di una collettività? Sulla semplice cittadinanza? Sul retaggio storico-culturale? Sull’appartenenza territoriale? Cosa vuol dire essere italiani? Ha senso definirsi europei? Le domande non sono banali e, forse, è proprio per questo motivo che la complessa relazione tra luogo, identità e cultura rappresenta uno dei temi centrali della riflessione geoculturale contemporanea. D’altronde, come suggerisce Dell’Agnese, “appiattiti dal punto di vista architettonico in collezioni più o meno omogenee di edifici di forma standardizzata, che trasformano la realtà visiva in una sorta di flatscape, da tecniche costruttive che distribuiscono ovunque autostrade e cemento…i luoghi rischiano di essere uniformati in uno spazio privo di significato”. Eppure se è vero che “le persone fanno i luoghi”, è altrettanto vero che ciò accade “attraverso immagini deliberatamente costruite, a tutte le scale. E molto spesso queste scale si intersecano, come nel caso degli indigeni dell’Honduras, e delle loro rivendicazioni, che non sono battaglie del locale contro il globale, ma una lotta in cui questioni globali (il diritto degli indigeni alla terra) vengono rivendicate alla scala locale e, contemporaneamente, de-localizzate” . Anche Claudio Morpurgo, presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, lascia trasparire la propria preoccupazione, facendo notare come il dramma dei nostri giorni stia nel fatto che viviamo in un’Europa senz’anima che rifiuta il concetto di appartenenza. Secondo l’attuale modo laicista di pensare, continua Morpurgo, “le identità forti terrorizzano” ed è per questo che vengono combattute a favore di una collettività indistinta e, in sostanza, priva di valori. Quest’Europa incapace di scaldare i cuori “sta ricreando moderni ghetti in cui emarginare coloro i quali scelgono di essere se stessi e di andare fino a fondo alla loro irripetibile individualità” 2. Identità e appartenenza Il termine identità deriva dal vocabolo latino idem che – com’è anche d’uso nel linguaggio comune – sta a significare “identico”. Ciascuno è cioè uguale a se stesso, il che non implica – ovviamente – che non si possa essere moralmente o culturalmente uguali a un altro. “Io sarò sempre quello che sono” (Esodo 3, 14a) disse Dio a Mosè, che gli chiedeva come avrebbe potuto rispondere agli israeliti schiavi in Egitto quando loro gli avessero chiesto chi lo mandasse a liberarli. E forse è proprio per questo motivo che il popolo ebraico è sempre stato particolarmente attento alla questione dell’identità: non certo per altezzosità nei confronti degli altri popoli, ma semplicemente perché ognuno di noi è così com’è per esplicita volontà di Dio, di quel Dio che non ha esitato a farsi addirittura chiamare “Io sono” (Esodo 3, 14b). D’altra parte, come sostenne Ben Gurion al termine della Guerra dei Sei Giorni , «Essere ebrei significa porsi ogni giorno la domanda: cosa significa essere ebrei?». E la domanda se la pose infatti anche la Knesset, il parlamento israeliano, nel 1970, durante il governo di Golda Meïr . Il dibattito che ne seguì portò così a un cambiamento della “legge del ritorno” , nonostante intellettuali come Scholem non avessero esitato ad accendere la polemica: il governo – lasciò intendere Scholem - non può stabilire per legge chi sia ebreo e chi no, poiché l’ebraismo è un organismo vivente in continua formazione che si autodetermina storicamente. Si potrebbe trarre da questa presa di posizione la seguente conclusione: chiunque sia ebreo può appartenere allo stato di Israele, ma questo essere ebreo non è definibile una volta per tutte, e tanto meno lo è dallo stato che non può decidere, su queste basi, circa l’attribuzione o meno della cittadinanza. L’ebraismo è parte dell’identità del singolo individuo e non è certamente qualcosa di immutabile o statico. A voler attualizzare il discorso entro un ambito alla gran parte dei lettori più comune, sarebbe come dire che il Parlamento Europeo non può decidere ope legis chi sia europeo e chi no, chi abbia il diritto di far parte dell’Europa - sulla base di una serie di parametri da rispettare - e chi debba restarne fuori. Il discorso è infatti molto più complesso e per certo non può prescindere dagli eventuali legami storico-economici che i popoli hanno intessuto tra loro nei secoli passati, oltre che da un altrettanto eventuale retaggio culturale, ma anche religioso, comune, dando al termine “religioso” l’accezione più ampia. E se è vero che la religiosità debole post-moderna difficilmente è riuscita, per lo meno in Italia, a far nascere una forte religione civile connotata da un significativo impegno etico-pubblico, da un profondo senso civico e dalla lealtà verso lo Stato e le istituzioni, è altrettanto vero che l’Italia è un paese ricco di simboli di appartenenza territoriale che aiutano, in maniera significativa, a fare dei singoli un popolo. Se, su scala locale, l’esperienza quotidiana del territorio e l’interrelazione tra le persone costituiscono infatti l’ordito intorno a cui si intrecciano il senso di appartenenza e di solidarietà, su scala nazionale l’italianità non può che fondarsi su “rappresentazioni collettive” non necessariamente legate all’esperienza del singolo. La nazione costituisce quindi la “comunità mentale” per eccellenza, per la coesione della quale giocano un ruolo di grande rilievo storia etnica, leggende, miti fondatori. Ma il senso di comunanza, per continuare ad esistere, deve essere alimentato e questo compito è tradizionalmente assolto dall’inno nazionale, dalla bandiera, dalle festività, da comuni valori, dalle personalità più rappresentative del paese con le quali identificarsi. Ogni società, com’è normale che sia, organizza i propri luoghi, produce il proprio territorio, dà forma al proprio paesaggio imprimendovi segni e simboli legati alla propria cultura materiale (campi, case, strade, città,…), ma soprattutto alla propria cultura non materiale (toponimi, luoghi sacri, confini,…). Tutto ciò porta a un’identificazione uomo-luogo, gruppo-territorio, società-paesaggio che definisce una precisa appartenenza, un preciso legame biunivoco, che non è ovviamente da intendersi nel senso deterministico di “causa-effetto”, ma che deriva esclusivamente da un processo di oggettivazione culturale in costante evoluzione. L’identità italiana, come anche quella europea, non è qualcosa che si possa conquistare né per diritto di nascita, né tanto meno con un viaggio per nave: italiani o europei si diventa, sempre. Non è sufficiente ricordarsene soltanto in occasione delle partite di calcio della nazionale del proprio paese: l’unico modo per poterci riuscire è attraverso l’introiezione del senso di comunanza e di appartenenza territoriale. Cosa che, per un migrante, è ovviamente più difficile. La tentazione è quella di mantenere i vincoli con il proprio passato, resistere a qualsiasi forma di sincretismo, tenere stretta la propria identità fondamentale in una sorta di revival etnico che, di fatto, impedisce la piena integrazione. Da qui il nascere dei vari fondamentalismi, da qui la tentazione di chiudersi agli altri fino al punto di voler creare un “partito degli immigrati” proprio nel momento in cui si intravede la possibilità della piena integrazione grazie all’acquisito diritto di voto. Non possiamo infatti dimenticarci che siamo figli di un Dio che ci ha fatti a Sua somiglianza e che non soltanto ha detto a Mosé: “Io sarò sempre quello che sono”, ma ancor prima ha posto l’accento sul concetto di nazione, con la promessa fatta ad Abramo di far diventare la sua discendenza “un popolo numeroso, una grande nazione” (Genesi 12, 2). Il che non sottintende – come qualcuno potrebbe pensare - un senso di supremazia. La tradizione ebraico-cristiana non suddivide gli uomini, come fa quella islamica, in dar al-islam (casa dell’islam, ovvero dei credenti) e dar al-harb (casa della guerra, ovvero degli infedeli da assoggettare con la spada). La tradizione ebraico–cristiana ci dice che tutte le nazioni sono benedette, non importa che tu sia italiano, francese, marocchino o indiano perché, per mezzo di Abramo, Dio benedirà “tutti i popoli della terra” (Genesi 12, 3). 3. Identità e cittadinanza L’identità presuppone, da quanto si è detto, una certa qual individualità. Geograficamente parlando, la scala nazionale è possibile soltanto grazie alla coesione e all’unione di un certo qual numero di scale locali: il sentirsi profondamente cattolico, valdese o ebreo, come anche piemontese, umbro o siciliano, piuttosto che creare suddivisioni, permette il rafforzamento della poliedrica identità italiana e arricchisce il sentimento nazionale... solo se il tutto è fondato sulla laicità dello Stato. Ma per essere italiani è sufficiente avere la cittadinanza italiana? Sono convinta che non sia così. Il termine “cittadinanza”, per come viene inteso in Occidente, tende sempre più ad assumere il significato sinonimico di identità e a definire in qualche modo l’appartenenza politica. Le lingue mediorientali, invece, non possiedono – o non hanno posseduto sino ad epoche molto recenti – vocaboli che indicano il concetto di cittadinanza. I termini che generalmente vengono tradotti con il significato di “cittadino” – muwatin in arabo, vatandas in turco, hamvatan in persiano – significano letteralmente “compatriota”, ovvero appartenente allo stesso watan (paese, villaggio, quartiere). Infatti pare che il califfo ‘Umar avesse esortato i suoi dicendo: “Imparate le vostre genealogie e non fate come i nativi della Mesopotamia che, interrogati sulla loro origine, rispondono ‘vengo da quel villaggio’” . In altre parole è il lignaggio, secondo questo modo di pensare, a definire l’identità, piuttosto che l’appartenenza a una determinata collettività. E se i monarchi europei, cristiani, erano soliti definirsi, a titolo d’esempio, re d’Inghilterra o re di Francia, quelli islamici si definivano, invece, principi dei credenti. Quasi che l’aggressivo proselitismo e il conseguente espansionismo territoriale messi in atto dai diversi leaders musulmani prevaricassero la relazione affettiva tra uomo e territorio, intendendo per territorio quello spazio all’interno del quale l’uomo non soltanto si localizza, ma si autodefinisce. Il senso del luogo, o di appartenenza a un luogo, è invece ciò che sta alla base dell’identità occidentale e che affonda indiscutibilmente le proprie origini nella tradizione ebraico-cristiana. E se l’equazione “luogo certo=identità certa” è, secondo me, sostanzialmente priva di valore, lasciando intendere che il luogo sia un’entità culturalmente chiusa, unica, dotata di un proprio genius loci capace di elaborare strategie proprie di relazione con l’ambiente, e modi e generi di vita specifici, che difficilmente possono essere scalfiti da quanto avviene al di fuori, di fatto così non è per il concetto di nazione. L’Italia, che pure è il prodotto di una serie di invasioni, insediamenti e conquiste da parte di differenti gruppi etnici, appartenenti a differenti culture, che parlavano lingue differenti, si è gradualmente evoluta in un’unica nazione composita e si è rafforzata grazie alla sua Costituzione. Compito della cultura nazionale è stato non tanto quello di rispecchiare, nei suoi accomodamenti politici, un popolo e una cultura già unificati, quanto quello di produrre una cultura nella quale i diversi elementi si sono potuti gradualmente unificare nel senso di una comune appartenenza. Di fatto – ed è inutile negarcelo – la sfida del prossimo futuro sarà proprio una sfida di tipo culturale. Huntington, già una decina di anni fa, aveva sostenuto che i nuovi conflitti avrebbero in qualche modo assunto aspetti fortemente culturali e, già allora, il teorico della democratizzazione aveva parlato di scontri tra civiltà, al di sopra delle nazioni . La cultura appare, secondo questa impostazione, quasi come un sorta di “forza originaria”, di malattia ineluttabile che porta alla frammentazione le diverse comunità. E la frammentazione diventa il luogo comune che comprende tutti gli sforzi nefasti e i conflitti sanguinosi che si richiamano all’origine etnica, dovendo giustificare una regressione politico-sociale in nome della cultura. La formazione e l’articolazione delle identità culturali vengono incredibilmente interpretate come reazioni dei popoli al livellamento sociale e politico nell’era della globalizzazione. Una sorta di strenuo tentativo di resistenza nei confronti di un dilagante McWorld dove la cultura è ridotta alla funzione di supermercato ben fornito. Mondi un tempo autentici, ci viene detto, vengono distrutti dall’ubriacatura consumistica occidentale che impedisce di fatto la costruzione di un sé autentico, intendendo per autentico ciò che ha un radicamento originario, storico e possibilmente non occidentale . Tuttavia ciò che ritengo significativo mettere in evidenza è come, di fatto, l’autenticità si basi, piuttosto, sull’appropriazione riuscita dei fenomeni culturali. Secondo Hegel l’uomo crea qualcosa di “originario” nel corso di un processo che inizia con l’alienazione e passa attraverso l’estraniazione che conduce all’insoddisfazione, la quale si trasforma in forza motrice del successivo processo di appropriazione. E’ così che, nell’ultima fase del ciclo evolutivo, l’uomo riconosce come originariamente proprio ciò che si supponeva estraneo. La dialettica hegeliana coglie dunque il processo continuo all’interno del quale la cultura cambia: l’autenticità non dipende dall’origine, ma dal grado di appropriazione. Di fatto non è un caso se i fondamentalismi rifiutano la globalità pur servendosi talvolta dei metodi propri della globalizzazione, dai media elettronici ai trasferimenti di capitali sino ai pellegrinaggi. 4. Conclusioni La globalizzazione pluralizza e frammenta le comunità nazionali e locali, con la conseguenza che sempre meno individui di un medesimo luogo condividono un patrimonio culturale comune, cioè leggono gli stessi libri, parlano la medesima lingua e difendono gli stessi valori. Grazie alla crescita esponenziale di contatti diretti e mediatici tra gli individui, si dispone oggi di una grande varietà di alternative e visioni del mondo per dare forma alla propria vita privata e sociale. Ampi orizzonti che richiedono però all’individuo un’elevata misura di responsabilità: non tutte le differenze sono infatti superabili e non è bene che siano superate. Esiste ciò che non è condivisibile, ciò che non è integrabile: l’immolazione delle vedove in India sarà, ad esempio, sempre incompatibile con i diritti umani e i valori dell’Occidente. Il ruolo della cultura nazionale non dovrebbe perciò essere quello di esprimere “sentimenti unitari” di appartenenza, ma di rappresentare quelle che sono, di fatto, le vere differenze “in qualità di unità”; produrre – attraverso l’educazione, la letteratura, la pittura, i media, la cultura popolare, il retaggio storico, il marketing – un’identificazione, un senso di appartenenza che, se non venisse costantemente alimentato, perderebbe la sua forza unificatrice nazionale. Soltanto così sarà possibile una vera Europa dei popoli, creata su una forte base identitaria. Anche perché, com’è scritto nelle Mishnà : "Se io non sono per me, chi è per me? Ma se io sono soltanto per me, che cosa sono? E se non lo sono adesso, allora quando devo esserlo?" Tutto ciò Gianfranco Fini l'ha compreso prima e meglio di altri.
Paola
17/06/09 15:51
Mi conforta leggere
Mi conforta leggere l'articolo di Zanon quale voce autorevole e i commenti precedenti. E' sempre confortante sapere di non essere soli a preoccuparsi per la piega pericolosa presa da una così alta carica istituzionale. Fossimo sotto il governo- carrozzone di sinistra che abbiamo avuto per circa due anni potrei farmene una ragione.Comunque c'era da aspettarselo, Fini non è un giorno che segue quella deriva. Infatti vorrei tranquillizzare anche Marco, già nelle ultime elezioni ho votato cdx non certo per la presenza di Fini e quando mai dovessimo ritrovarcelo alla guida del pdl, il mio voto non lo avrà mai. Spero di essere un caso tipico di ex-elettrice di AN....
Marius miles
18/06/09 09:28
Fini ed il suo senso d'identità perduta
Fini è alla ricerca di un'identità personale visto che ha perduto ogni valore,ogni idea del partito in cui era. La sua ricerca passa atraverso una ricerca che considera di tutti i cittadini, non sapendo che lui è il perso ! Per Daniela Santus, mamma mia che lunga analisi professorale...onore a lei che si sente ebrea ed italiana come tanti di quelli immolati all'altare del panteismo nazista e che sono stati degnamente salvati da quegli italiani e cattolici, pure, che pur cittadini di un'Italia fascista si sentivano principalmente italiani eredi VERI di un'antico impero cosmopolita e frutto di una religione clemente e liberatoria !E per finire, cara Daniela le cui parole mi commuovono, per il profondo senso di appartenenza che suscitano, lo stato laico non può prescindere comunque dalla realtà religiosa che lo accompagna e sostiene nella popolazione.Così lo stato italiano non può prescindere dai valori cristiani così come lo stato d'Israele non può prescindere dai valori ebraici, pur mantenendo una propria individualità che può permettere, ad ogni stato di valorizzare un bene collettivo al di là di presupposti religiosi. (ma come la mettiamo con la esclusione da ogni eredità per le vedove cristiane, è ancora vigente in Israele ? Nell'83 conobbi un francescano, ebreo di origine, che aveva fondato una comunità d'accoglienza per le vedove cristiane diseredate ed abbandonate da figli e dallo stato.)Se esiste ancora, questo purtroppo è un NON valore per uno stato "laico"
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