Martedì 7 Febbraio 2012
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Dopo Gaza

Perché l'esercito israeliano è sotto accusa e cosa significa per noi

21 Marzo 2009
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Secondo alcune testimonianze rilasciate da soldati israeliani nell’ambito di un corso di formazione dell’Esercito, riportate dal quotidiano di Tel Aviv Haaretz, nel corso di Piombo Fuso le forze di Tsahal si sarebbero rese colpevoli di atti che non fanno fatica a rientrare sotto la definizione di crimini di guerra. Il novero delle “confessioni” dei veterani di Gaza include racconti di fuoco a raffica nelle case, donne e bambini freddati da cecchini per banali difetti di comunicazione fra reparti, disprezzo per i palestinesi in quanto tali, atti di vandalismo e scherno nelle loro abitazioni.

La linea di difesa utilizzata da Israele per difendersi dalle periodiche accuse circa l’eticità del comportamento di Tsahal si impernia solitamente su tre punti.

In primo luogo, l’attendibilità delle fonti. Racconti di episodi come quelli di cui si parla su Haaretz, provengono nella stragrande maggioranza dei casi da “testimoni oculari” appartenenti a movimenti politici o organizzazioni palestinesi, ONG “umanitarie” super-politicizzate e testate giornalistiche con una fiorente tradizione di Bias anti-israeliano. Non si contano i casi di presunti episodi “criminali” rivelatisi, a seguito di indagini anche da parte di organismi indipendenti ed internazionali, esagerazioni e talvolta semplici invenzioni.

Secondo, le peculiarità operative di un conflitto asimmetrico unico e talvolta indecifrabile, sul piano tattico, anche agli esperti della materia oltreché, ovviamente, alle opinioni pubbliche. Nessun esercito convenzionale è costruito per combattere porta a porta in popolosi centri abitati contro uomini in abiti civili che si fanno scudo di civili. Ad esempio, la scelta di entrare a Gaza con forze di terra piuttosto che affidare l’operazione ad una maggiore potenza di fuoco dell’aeronautica, argomenta Israele, è di per sé una scelta “morale”, mossa dal desiderio di ridurre l’entità dei danni collaterali pur al prezzo di un maggiore rischio per le proprie truppe.

In terzo luogo, la guerra è la guerra. Per quanto educati ed addestrati, coloro che la fanno sono soldati e quindi uomini, anzi ragazzi, a volte stupidi, arrabbiati, nervosi, cattivi, sempre impauriti. La freddezza e i nervi di un uomo consapevole di poter essere ucciso in ogni momento non sono li stessi di quello che lo guarda in televisione e, in definitiva, una certa incidenza di episodi di comportamento immorale è fisiologica e inevitabile.  

Chi conosce la guerra in generale e questa guerra in particolare sa che si tratta di tre argomentazioni molto forti, che quasi sempre ingiustamente soccombono alla semplice, immediata, tragica forza mediatica dei morti e dei feriti. E tuttavia, a fronte della “confessione dei soldati israeliani, nessuno di questi tre punti sembra veramente reggere.

Le accuse provengono, in questo caso, da fonti che non hanno certo interesse a screditare Israele agli occhi del mondo, e anzi si battono in prima linea per la sua difesa. Provengono, inoltre, da uomini consapevoli, per averlo personalmente vissuto, del “dilemma operativo” e del fatto che la gente non lo capisce. Infine, dalle testimonianze dei soldati, il calo nell’etica del comportamento di Tsahal, sembra emergere come il risultato di uno strutturale calo di attenzione degli ufficiali verso il tema, piuttosto che di un aumento di episodi contingenti di natura “emotiva”.

Tolte di mezzo le argomentazioni generali e tradizionali, è giusto fare due osservazioni:

La prima è che nessuna delle testimonianze dei militari riguarda episodi accaduti a loro stessi in prima persona, ma solo comportamenti tenuti o menzionati da altri commilitoni.

La seconda è che Dani Zamir, capo del corso nell’ambito del quale sono state fatte le “confessioni”, è un militare che non ha mai tenute nascoste le sue opinioni politiche.

Allora un paracadutista della riserva, Zamir apparve per la prima volta agli onori della cronaca nel 1990, quando Haaretz pubblicò la notizia del suo arresto e della sua condanna a 28 giorni di prigione militare, seguiti al rifiuto di fare la guardia a una cerimonia di “right-wingers” che conducevano un rotolo della bibbia sulla tomba di Giuseppe, a Nablus. Nel 2004, Zamir ha scritto una parte del libro “Refusnik, Israel’s Soldier of Conscience”, che si è guadagnato le lodi nientemeno che di Noam Chomsky. Nel libro, la breve biografia di Zamir lo ritrae come “un ufficiale della riserva del Kibbutz Ayelet Hashahar, condannato a 28 giorni per essersi rifiutato di servire a Nablus”.

Con tono certo non analitico, e anzi vagamente epico, nella sua parte di libro Zamir scrive: “con stupida risolutezza e la superbia dell’onniscienza, predicatori primitivi nazionalisti senza redini ci stanno portando verso una calamità, e Pompei è occupata ad organizzare banchetti e divertimenti mentre si avvicina il disastro”.

Sia chiaro, il fatto che le testimonianze agli alunni di Zamir ben si concilino con le sue posizioni di vecchio refusnik non ne riduce la gravità né le invalida in alcun modo.

Haaretz è un serio giornale di sinistra, con un forte senso della libertà di stampa ma anche della patria, qualità comuni anche ad Amos Harel, il competente analista di cose militari che ha deciso di dare risalto all’episodio. Questo significa che la storia avrà un pubblico ampio, e che i racconti dei militari descrivono probabilmente eventi veri. A fronte di tutto quanto detto finora, e specialmente in un momento in cui uno dei fronti di Israele è quello dell’opinione pubblica internazionale, è difficile capire che interesse potrebbe avere un soldato a gettare gratuitamente fango sul suo Esercito e sul suo Paese.

Se, dunque, gli standard etici di Tsahal si sono realmente abbassati, è grave che la questione non sia emersa dalle indagini ufficiali condotte dall’Esercito stesso. Si tratta forse della conseguenza di una crescente disillusione, che spesso matura in rabbia, che gli Israeliani sembrano nutrire nei confronti della speranza della pace, trovando il suo sbocco politico nel risultato delle recenti elezioni.

Ma non si può fare a meno di notare che, come accade nelle vere democrazie, e nonostante il danno all’immagine del Paese, il campanello d’allarme che doveva suonare è suonato. Trovando il suo corso attraverso l‘integrità della coscienza di alcuni soldati, l’ideologia di quella di un Refusnik, la cronaca di un giornalista che lo ha ascoltato e il coraggio necessario di un direttore che lo ha pubblicato. Portando l’ufficio del Capo di Stato Maggiore a richiedere il transcript delle dichiarazioni dei soldati, ed avviare le relative indagini.

Queste indagini ci saranno veramente, perché la moralità del comportamento dell’esercito è per Israele, un asset strategico, indipendentemente dalle opinioni pubbliche internazionali. La sua autopercezione morale è l’elemento fondamentale che, pur a fronte delle divisioni politiche, rende la sua popolazione in grado di combattere. Come qualunque democrazia, Israele sopravvive anche grazie alle aspettative che nutre verso se stessa e i suoi standard etici. Le stesse aspettative che nutriamo anche noi nei suoi confronti, e che provocano rabbia e indignazione nei nostri comodi salotti italiani quando vengono disattese. Un’indignazione violenta e sproporzionata rispetto a quella riservata alle violazioni dei diritti umani dei suoi vicini perché, anche se per fortuna non ci tocca combattere, se lo fa Israele è un po’ come se fossimo noi.

 

Commenti
mj23
21/03/09 17:36
Due pesi e due misure
Perchè le stesse giustificazioni non furono concesse anche alla Serbia, quando si trovò ad avere a che fare con il terrorismo islamico albanese? Come al solito, due pesi e due misure...
alberto h.
22/03/09 00:28
le accuse a Tsahal
Allego in copia la "cartolina" di Ugo Volli già pubblicata da "Informazionecorretta" 21.03.09 Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli COMPLIMENTI, SIGNOR ZAMIR Una citazione di Ethan Bronner dal "New York Times" ci aiuta a capire il retroscena delle presunte crudeltà dell´esercito israeliano pubblicate ieri da molti giornali: "Dany Zamir, direttore del corso premilitare che ha sollecitato le testimonianze e poi le ha pubblicate e fatte filtrare sui giornali ha affermato di essere irritato dal peso crescente degli elementi nazionalisti religiosi [...] molte delle testimonianze, pubblicate da un istituto affiliato all´ala sinistra del movimento dei Kibbutz, mostravano intolleranza dei soldati religiosi [...] E´ evidente che il direttore del programma era felice di esporre le denunce" Capite la storia: per una lotta politica interna contro la destra religiosa questo signor Zamir ha "sollecitato" e "fatto filtrare" testimonianze, non vagliate da altri che lui, che diffamassero l´esercito e lo stato di Israele. Come ha scritto il "Jerusalem Post", la sua morale sembra essere "quando tutti ce l´hanno con noi, è l´ora di unirsi al coro", naturalmente per ragioni di politica interna. Complimenti, signor Zamir. Anche in Italia conosciamo il suo genere: dai nemici (antisemiti) mi difendo io, dagli amici (ebrei "democratici" "pacifisti", "dagli alti principi morali" ecc.) mi guardi Iddio. Ugo Volli http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
fifaus
22/03/09 10:31
Difendere Israele, avamposto
Difendere Israele, avamposto occidentale in oriente, non significa dover dimenticare che la guerra è guerra e che non si devono fare due pesi e due misure. Smettiamola con il politicamente corretto a tutti i costi. Gli atti di guerra non si possono giudicare, sono semplicemente atti di guerra.
22/03/09 12:12
Accusare Israele garantisce l'immunità?
Ciò che è più osceno, in questa come in altre storie, di violazioni dei diritti umani, è che, quando poi si prova che le accuse rivolte ad Israele, da gente come questi o organizzazioni del calibro di Amnesty International, Human right Watch,nessuno paga, nessuno, anche se ha dichiarato il falso, viene poi incriminato per diffamazione,calunnia: accusare Israele, garantisce l'immunità?
Anonimo
22/03/09 12:22
Israele siamo noi
Io ccredo che abbia ragione l'autrica: il problema siamo noi, noi che ammiriamo e stimiamo Israele e che non vogliamo credere che il suo esercito sia come tutti gli altri e faccia cose terribili come tutti gli altri. Lo scandalo deriva dal nostro pregiudzio positivo verso Tsahal e la sua supposta speciale moralità. Israele è cambiata e così il suo esercito: siamo davanti sempre di più ad un paese normale con un esercito normale e forse è meglio che sia così. ovviamente chi sbaglia deve pagare, come in tutti i paesi normali o aspiranti tali...
kawkab tawfik
22/03/09 17:32
non c'è nulla di morale in
non c'è nulla di morale in un esercito che utilizza bombe al fosforo bianco e bombe al grappolo quando si ha la certezza assolta di colpire civili, non c'è nulla di morale in un esercito che impedisce ai medici di curare le ferite che tali armi hanno provocato.
alberto h.
22/03/09 18:07
accuse smentite ma 7 anni dopo....
Sotto una delle tante accuse infondate che hanno infangato per anni l'immagine di Israele. Ricordo il flop delle "fosse comuni" di Jenin tanto auspicate anche dal Premio Nobel Josè Saramago bramoso di vedere l'Odiato Stato in castigo sul banco di un nuovo processo di Norimberga. I video a profusione della fiorente industria chiamata Pallywood trasmessi in tutte le salse come veritieri reportages. Il recente Presadiretta di Jacona su Rai 3 dove si dava per scontato che gli Israeliani fossero entrati a Gaza solo per divertirsi nel tiro a segno senza motivazione alcuna…Assoluto silenzio su le migliaia di kassam sganciati per anni contro le popolazioni del Neghev; dato per vero l’uso del fosforo negato dalla stessa Croce rossa sempre poco propensa a prendere le difese dei “sionisti”. Al signor Kawkab Tawfik vorrei chiedere che cosa c’è di morale nel far saltare autobus, discoteche, ristoranti, mercati…e lanciare missili su civili: donne, bambini, uomini, vecchi e ragazzi. Il TGCOM informa correttamente riguardo il caso di Mohammed Al-Dura a questo URL: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo382067.shtml . Titolo del messaggio: "M.O., mito bimbo-martire era falso". Dopo 7 anni: filmato costruito ad hoc" Ecco l'articolo: Sette anni dopo la diffusione delle immagini della sua fucilazione col padre sotto una pioggia di proiettili, il mito del bambino palestinese martire crolla. E si scopre che il filmato, mandato in onda su France 2, di Mohammed Al-Dura, fu costruito ad hoc per incolpare gli israeliani. La verità emerge da un tribunale francese per il quale l'operazione servì a giustificare l'inizio della 2° Intifada. Il bimbo pare ancora vivo.
Patrizia Alberici
23/03/09 07:47
auto-denunce di soldati israeliani, articolo di O. Persico
Mentre si leggono commenti sulla notizia di ''auto-denuncia dei soldati israeliani'', non trova altrettanto spazio nei media la precisazione - doverosa - di ''Maariv'', tradotta ieri dall'ANSA. Ve la giro, per completezza di informazione GAZA: ISRAELE, DENUNCE DI SOLDATI IN PARTE INFONDATE (ANSA) - TEL AVIV, 22 MAR - SONO INFONDATE,ALMENO PER QUANTO RIGUARDA GLI EPISODI PIU' GRAVI, LE DENUNCE DEI SOLDATI DEL 'SEMINARIO MILITARE RABIN' RIGUARDO L'OPERAZIONE 'PIOMBO FUSO' A GAZA. LO AFFERMA IL QUOTIDIANO MAARIV BASANDOSI SUI PRIMI RISULTATI DI UNA INDAGINE INTERNA CONDOTTA DALL'ESERCITO. NEI GIORNI SCORSI LA STAMPA LOCALE AVEVA RIFERITO CON GRANDE RILIEVO DELLE TESTIMONIANZE DI QUEI MILITARI CHE DESCRIVEVANO, FRA L'ALTRO, UNA SCARSA CONSIDERAZIONE VERSO LA VITA DEI CIVILI PALESTINESI E ATTI GRATUITI DI VANDALISMO NELLE CASE OCCUPATE IN ALCUNE ZONE DI GAZA PER MOTIVI OPERATIVI. IL QUOTIDIANO MAARIV HA ADESSO APPRESO DA FONTI MILITARI CHE LE UCCISIONI DESCRITTE DAI MILITARI - QUELLA DI UNA DONNA CON I SUOI DUE FIGLI, E QUELLA DI UN ANZIANA DONNA AVVISTATA CON UN BINOCOLO - NON SONO AVVENUTE. SECONDO MAARIV I MILITARI CHE HANNO LANCIATO LE LORO DENUNCE - DURANTE UN DIBATTITO AVVENUTO IL MESE SCORSO NEL 'SEMINARIO MILITARE RABIN', VICINO AL MOVIMENTO DEI KIBBUTZ - SI BASAVANO SU "VOCI", RISULTATE ADESSO INFONDATE. UN UFFICIALE CHE HA COMBATTUTO A GAZA HA DETTO OGGI A MAARIV: "DURANTE L'OPERAZIONE PIOMBO FUSO C'ERA CERTAMENTE IL 'GRILLETTO FACILE'. INDUBBIAMENTE SONO RIMASTI UCCISI CIVILI PALESTINESI NON COINVOLTI NEI COMBATTIMENTI. MA NON C'E' MAI STATO ALCUNO SPARO INTENZIONALE VERSO CIVILI INNOCENTI". (ANSA). XBU 22-MAR-09 09:38
un militare
23/03/09 14:13
ma come fare.
da militare mi pongo il problema di come fare la guerra, se le autorità legittime mi ci mandassero. SE MI MANDASSERO ALLA GUERRA SAREBBE PER VINCERLA, NON PER PERDERLA. Posto questo principio è chiaro che dovrei usare i mezzi necessari per vincere. Ma sarà sempre semplice, nel caos di una guerra guerreggiata, sul momento, prendere le decisioni migliori ? E' chiaro che sono abituato a ragionare in termini di salvaguardia di vite dei civili, protezione dei deboli, protezione dei beni culturali, ecc, ecc. ecc. ecc. Ma se so che all'interno di una biblioteca antica c'è un covo di mitragliatrici; se so che un terrorista con armi ed espolosivo si rifugia a casa dove ha moglie, figli, genitori anziani, che faccio ?? Anche perchè so che la consezione della guerra moderna è quella della guerra totale che coinvolge tutta la popolazione (bambini, vecchi, donne -ma non c'è la parità dei sessi??-), con ruoli più o meno attivi. Purtroppo non siamo più alla guerra medioevale che coinvolgeva solo le armate o le compagnie di ventura, ma appunto nella guerra moderna che è totale e prende tutta la nazione. E' chiaro che i civili sono coinvolti, ed il piangere sulle loro sorti è spesso una continuazione della guerra, ma sui mass media, E' ovvio che gli eccessi vadano puniti, ma questa è un'altra questione.
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