Cosa è rimasto da dire sull'antisemitismo? L’attuale attenzione a questo fenomeno non sarà un po' esagerata? Non dovremmo essere nell’epoca del "post": post-moderna, post-Auschwitz e post-anti-semita? La maggior parte delle dottrine anti-semite (e le loro conseguenze) non sono state in gran parte finite nella pattumiera della storia? Perché, allora, negli ultimi sei mesi sono stati pubblicati nuovi tomi dedicati a questo tema?
Edward Rothstein pone queste domande dalle colonne del New York Times e per rispondere recensisce due libri: il primo, “Trials of the Diaspora" (Oxford) di Anthony Julius, dove più di ottocento pagine sono dedicate solo alla storia antisemita britannica; il secondo invece è "A Lethal Obsession: l'antisemitismo dall'antichità al Jihad globale" (Random House), del peso di circa milleduecento pagine, firmato da Robert S. Wistrich, professore di storia ebraica moderna all’Hebrew University di Gerusalemme e direttore del Vidal Sasson Center, che offre abbondanti prove di come l’antisemitismo non sia un fenomeno anacronistico della storia e della Germania nazista, perchè rimane ancora una elemento chiave della storia contemporanea. Abbiamo potuto ascoltare recentemente Wistrich a Roma il 5 luglio al seminario intitolato "Perché l’antisemitismo: le domande della storia", promosso dal Comitato Parlamentare di Indagine Conoscitiva sull’antisemitismo presieduto dall’instancabile Fiamma Nirenstein.
Nel suo intervento telefonico da Gerusalemme, Wistrich chiarisce subito un paio di punti: "L’antisemitismo è un’eruzione di barbarie all’interno della civiltà e gli ebrei rappresentano un barometro della società per misurarne l'intolleranza. L'antisemitismo prende le forme dell'antisionismo e tutto ciò è molto preoccupante perché viene banalizzato, non viene piu' sentito come una minaccia. L’odio, la demonizzazione, la disumanizzazione d’Israele è un problema che si e' aggravato negli ultimi dieci anni soprattutto grazie a una parte degli accademici, degli intellettuali, dei media che hanno contribuito ad un clima di sospetto nei confronti dello Stato di Israele. In Italia il problema è relativamente minore ma in Europa soprattutto nella sinistra più radicale c'è la disponibilità ad allearsi con gruppi islamici favorevoli alla guerra jihadista contro Israele e contro l'Occidente, in un’ Europa che si confronta con un problema senza precedenti: l'immigrazione di massa di più di trenta milioni di musulmani non integrati".
Le parole di Wistrich sono state tradotte in numeri dall’Anti-Defamation League (ADL) che ha condotto una ricerca per esaminare l’atteggiamento dei cittadini di sette paesi (Austria, Francia, Ungheria, Polonia, Germania, Spagna e Regno Unito) europei nei confronti degli ebrei. Dal sondaggio, effettuato dal 1 dicembre 2008 al 13 gennaio 2009 su un campione di 3.500 adulti, emerge che il 31% degli intervistati incolpa gli ebrei che operano nel settore finanziario di essere i responsabili dell’attuale crisi economica globale. Circa il 40% degli europei che hanno partecipato al sondaggio ritengono poi che gli ebrei abbiano troppo potere nel mondo del “business”, con una percentuale che raggiunge il 50% tra ungheresi, spagnoli e polacchi. I risultati del recente sondaggio sono simili a quelli emersi dalla ricerca promossa nel 2007, ovvero che una significativa percentuale di cittadini europei continua a credere ad alcuni dei peggiori stereotipi antisemiti. E di stereotipi anche nel 2010, anche nella moderna Europa, ancora si muore.
Oltre al j’accuse di Wistrich, al seminario sull’antisemitismo abbiamo ascoltato la testimonianza di Ruth Halimi, madre di Ilan Halimi, un ragazzo francese di ventitre anni rapito, torturato, taglieggiato, bruciato e infine buttato per strada ancora semi vivo (“nonostante avesse un buco in gola respirava ancora, aveva cercato di vivere […] dopo che gli hanno dato fuoco come una torcia ha subito anche il calvario dell’ultima marcia, il calvario di migliaia di ebrei prima di lui”). Avevamo già parlato sull’Occidentale dell’ignobile fine di Ilan, ora è possibile leggerla nel libro "24 giorni. La verità sulla morte di Ilan Halimi" (Ed. Belforte, 2010), appena uscito in Italia e di cui Ruth è coautrice: "L 'Italia è il primo paese a tradurre il libro sul calvario di Hilan e di questo vi sono molto grata. Lo hanno scelto in quanto ebreo, pensavano che gli ebrei fossero ricchi. Oggi sono qui nella speranza che la storia di mio figlio possa toccare sentimenti al di fuori della Francia: vorrei che questo libro fosse letto nelle scuole".
Ruth crede ancora nell’educazione, nella formazione, è ancora madre. Invece di vendetta e odio per chi si droga di Hamas (tra i libri preferiti dei boia di Halimi) chiede e offre istruzione. Eppure, mentre ancora ci si pone lo staffilante interrogativo “Perché?”, ombra della storia ebraica, si continua a incensare la cultualità della morte all’ebreo. La scorsa settimana, infatti, in occasione della morte di Abu Daoud, ritenuto uno degli ideatori (per sua stessa confessione) del massacro alle Olimpiadi di Monaco del 1972, il moderato presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas cosa fa? Ricorda in un bell’elogio funebre il macellaio di Monaco “uno dei leader di spicco del movimento di Fatah. Ha vissuto una vita impegnandosi nella di lotta per il suo popolo. E' stato in prima linea su ogni campo di battaglia, con l'obiettivo di difendere la rivoluzione [palestinese]. Un fratello meraviglioso, compagno, duro e ostinato, implacabile combattente, uno shaid che si è immolato”. Lo riporta il quotidiano Al-Hayat Al-Jadida dove continuiamo a leggere : “Abu Daoud è uno dei simboli del movimento Fatah. Le sue ferite testimoniano il suo percorso di lotta per il suo popolo e per la sua patria. Lui rimarrà sempre il nostro ideale e un modello per le generazioni a venire”.
Finché intere generazioni verranno educate al culto della morte, all’odio, alla demonizzazione e disumanizzazione dell’ebreo singolo e collettivo, cioè Israele, alla domanda di Edward Rothstein “Serve ancora parlare antisemitismo?, bisognerà gridare: Sì.

