Giovedì 24 Maggio 2012
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Perché l'economia italiana non cresce più

7 Aprile 2008

Continuano a peggiorare le previsioni di crescita per l’Italia nel 2008.  Alcune agenzie di stampa hanno anticipato venerdì che le previsioni formulate dal Fondo monetario internazionale, che saranno pubblicate tra pochi giorni nel rapporto di primavera sull’andamento dell’economia mondiale, indicherebbero che il Prodotto interno lordo nel nostro paese crescerebbe appena dello 0,3 per cento. A ottobre scorso lo stesso FMI prevedeva una crescita dell’1,3 per cento; a gennaio, la Banca d’Italia pronosticava una crescita dell’1 percento.

Se per un verso è vero che la riduzione delle aspettative di crescita riguarda tutte le economie industriali, il calo è proporzionalmente più vistoso per il nostro paese.

Fa quindi sorridere il Presidente del Consiglio Prodi che commentando queste notizie, aveva dichiarato“ Il mio successore a Palazzo Chigi sia molto attento, perché in queste situazioni di difficoltà occorre molto, molto rigore". Fa sorridere perché, certamente, una buona parte del rallentamento specifico che colpisce l’Italia è dovuto al poderoso aumento della pressione tributaria da lui realizzato. Fa sorridere anche che sia lui a richiamare l’esigenza di governare con rigore dopo che nei periodi di vacche grasse  il suo Governo si sia sbizzarrito a spendere i successivi “tesoretti” generati,  in buona parte, dalla crescita del PIL superiore alle aspettative.

Resta comunque il problema di fondo:  perché l’economia italiana cresce poco e meno di quella dei nostri partner europei.

Un interessante lavoro comparativo, pubblicato in questi giorni sul prestigioso Journal of Economic Perspectives, offre pregevoli spunti di riflessione. Il saggio evidenzia che nel periodo 1995-2005 la differenza di crescita tra Stati Uniti e Europa nel suo complesso è imputabile prevalentemente alla dinamica della produttività - più elevata negli SU - piuttosto che al numero di ore lavorate, aumentate grosso modo nella stessa misura nelle due aree.

A sua volta l’aumento della produttività negli SU è risultato molto più rapido rispetto a quello in Europa, perché in America è migliorata molto la produttività nel comparto dei servizi (distribuzione commerciale, trasporti, finanza, turismo, ristorazione, servizi sociali e alle persone). Essa é cresciuta più del triplo rispetto al quanto avvenuto in Europa. La crescita di produttività nel comparto dei beni è stata invece pressoché identica nelle due aree. Nell’analisi disaggregata, l’Italia si distingue essendo l’unico paese che presenta una crescita negativa della produttività nei servizi.

Alla luce di questa impietosa analisi il rilancio dell’economia italiana non può prescindere dallo sviluppo del settore dei servizi. Al riguardo due linee di intervento appaiono prioritarie. La necessità di liberalizzare ulteriormente un comparto ancora molto ingessato – in particolare nel nostro paese - e l’esigenza di investire in educazione; nei servizi infatti la produttività dipende essenzialmente dalla qualità del capitale umano.

Nel programma del Popolo della libertà e nei contributi per governare l’Italia predisposti  dalla Fondazione Magna Carta (Magna Carta Papers) non mancano proposte concrete per dare sostanza a tali linee di intervento.

 

Commenti
Gianluca
08/04/08 09:35
Vediamo di fare chiarezza...
http://www.officinavolturno.com/wp-content/uploads/2008/04/ecoconfronto.pps Ecco a cosa servono le tasse, e soprattutto, SE sono aumentate… e soprattutto a CHI sono aumentate… mentre SE erano diminuite, e per CHI erano diminuite… Gianluca
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