Venerdì 10 Febbraio 2012
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Petraeus al Senato punta il dito contro l’Iran

9 Aprile 2008

Secondo il generale Petraeus, che ieri ha parlato davanti alla commissione Difesa ed Esteri del Senato, il ritiro delle truppe in Iraq va sospeso. Questo non vuol dire che non ci sia stato un sostanziale progresso militare e politico rispetto alla sua ultima audizione al Congresso nel mese di settembre, ma la situazione rimane fragile e un ritiro affrettato potrebbe pregiudicare il raggiungimento di livelli di sicurezza accettabili. Petraeus ha proposto un periodo di sospensione di quarantacinque giorni nel ritiro delle truppe supplementari inviate lo scorso luglio, al termine del quale verrà fatta una verifica delle condizioni sul campo cui seguiranno eventuali raccomandazioni sulle future riduzioni delle truppe. “Quest’approccio non ci permette di stabilire una scaletta con le date esatte del ritiro, ma garantisce flessibilità a chi di noi è sul terreno e vuole preservare la fragile sicurezza per la quale ha combattuto e sacrificato così tanto”.

Il piano del comandante della coalizione in Iraq prevede comunque il ritiro definitivo delle cinque brigate supplementari del surge entro luglio, e questa settimana, quando Bush parlerà alla nazione sulla situazione della guerra, annuncerà che i soldati non faranno oltre dodici mesi di combattimento consecutivi, tre di meno rispetto ad oggi.

Tra i progressi riportati da Petraeus e dall’ambasciatore americano in Iraq Crocker, le violenze nel complesso si sono attenuate fino a tornare al livello del 2005, vi è una diminuzione delle morti civili e sono stati compiuti progressi politici ed economici come l’approvazione di un piano finanziario, l’aumento del prodotto interno lordo e la legge sulla de-baathificazione. Entro breve, inoltre, l’accordo sulla divisione del petrolio diventerà legge. Secondo Crocker, “l’Iraq ora guadagna le risorse finanziarie di cui a bisogno” e “la fase in cui erano gli USA a finanziare i maggiori progetti per le infrastrutture è terminata”.

L’interesse degli Stati Uniti, dice Petraeus, è quello di rimanere in Iraq per prevenire il ritorno di Al Qaeda, fermare i tentativi dell’Iran di insinuarsi nel paese, evitare la violenza settaria che potrebbe propagarsi oltre confine rendendo le condizioni  dei rifugiati ancor più drammatiche, e aiutare l’Iraq a espandere il suo ruolo nell’economia globale e regionale.

Ciononostante, le critiche dei democratici non sono mancate. In prima linea troviamo Carl Levin, chairman della commissione, stando al quale i recenti episodi di violenza in Iraq mettono in dubbio l’efficacia del surge e gli obiettivi di Bush non sono stati raggiunti.

Le reazioni più attese sono state naturalmente quelle dei candidati alla Casa Bianca. Per il repubblicano John Mc Cain l’obiettivo rimane quello di un Iraq indipendente. “Credo che possiamo raggiungere questo obiettivo”, ha dichiarato, “magari prima del previsto. Ma credo che promettere un ritiro delle nostre forze, senza tener conto delle conseguenze, costituirebbe un fallimento della leadership sia politico che morale”.

La democratica Hillary Clinton non chiede un ritiro immediato delle truppe, ma sostiene che “è irresponsabile continuare una politica che non ha prodotto i risultati promessi all’enorme prezzo pagato dalla nostra sicurezza nazionale e dagli uomini e dalle donne in uniforme dell’esercito americano”. Se il rivale Barack Obama non crede in un ritiro affrettato, ribadisce che il dialogo con l’Iran è vitale per porre fine al coinvolgimento americano in Iraq.

A proposito degli scontri di questi giorni a Bassora e Bagdad, Petraeus punta il dito proprio sull’Iran per il sostegno finanziario e l’addestramento delle milizie sciite attraverso quelle che i militari americani chiamano “special groups”, corpi speciali che rappresentano il rischio maggiore per il futuro dell’Iraq democratico.

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