Due squadre scendono in campo per disputare una partita decisiva per la loro promozione o retrocessione. Lo stadio è stracolmo di tifosi e l’atmosfera è tesa e satura di violenza. I giocatori, incoraggiati ed eccitati dalle grida che si levano dalle tribune, si comportano come tori inferociti. Non si risparmiano sgambetti e colpi bassi che attivano le rumorose proteste del pubblico solo quando a farne le spese sono i suoi beniamini. L’arbitro e i guardalinee spesso fingono, in genere, di non vedere e quando segnalano una scorrettezza e prendono un provvedimento sono subissati dai fischi e dalle minacce di fan scatenati e accecati dall’odio.
Che la partita si concluda a mazzate, con invasione dell’arena e intervento delle forze di pubblica sicurezza non stupisce nessuno. Stupisce, invece, che qualcuno se la prenda con le “regole del gioco” e che possa pensare seriamente che, nel caso in questione, non hanno funzionato e che, pertanto, siano da rivedere – modificando, nel caso, le norme relative al calcio di rigore, al fallo laterale, al fuori gioco etc. Certo se quelle norme (quelle o altre più o meno modificate) fossero state rispettate, la competizione sarebbe stata leale, il vincitore avrebbe avuto il premio meritato e il vinto l’onore delle armi. Ma tutto è andato storto: e perché? Perché i regolamenti non sono stati rispettati o perché non c’erano le condizioni oggettive perché lo fossero? Insomma, la colpa è dello jus calcistico o dei giocatori, dell’arbitro,degli spettatori? Sono domande che i critici della democrazia – reazionari o progressisti – ben raramente si pongono. E si comprende quando si tratta di giuristi per i quali contano solo le ‘sovrastrutture’ sicché le figure costituzionali finiscono per avere più consistenza di ciò che “si passa sotto”, nella feccia di Romolo. Ci si rassegna meno quando si ha a che fare con i sociologi e gli scienziati della politica che dovrebbero sapere come l’abito’ – i ‘principi fondamentali’ – non faccia il monaco ma tutt’al più gli renda l’esistenza più facile e più regolare.
Un esempio da manuale degli equivoci concettuali che si annidano nella critica della democrazia svolta da chi dovrebbe avere una certa dimestichezza con il ‘realismo politico’ è l’articolo di Alessandro Pizzorno, Il mito abusato del popolo sovrano, pubblicato il 14 maggio 2003 su ‘Repubblica’. L’autore, noto e apprezzato politologo, è uomo di sinistra ma, nella sua (legittima) polemica nei confronti dell’offensiva del premier Berlusconi contro il potere giudiziario, si lascia andare a valutazioni diverse se non opposte a quelle espresse, storicamente, dalla sua ‘pars politica’. Nell’articolo, si contrappone, sostanzialmente, la concezione liberale anglosassone a quella democratica francese ed eurocontinentale e si eleva la prima a vera e unica garante di ogni autentico progresso civile. Le anime di Alexis de Tocqueville e di Edouard de Laboulaye, dall’aldilà, se esiste, saranno esultate di gioia, leggendo nel quotidiano in cui si danno convegno gli esponenti più prestigiosi della cultura post-azionista e post-comunista un riconoscimento così inaspettato. Nell’ideologia costituzionale francese, secondo Pizzorno, la democrazia s’identifica con la sovranità del popolo che la “esercita attraverso i suoi rappresentanti eletti. Il potere legislativo è quindi la vera, in un certo senso l’unica, espressione della volontà del popolo” Ne consegue che “i giudici sono solo funzionari che il popolo non ha eletto. Il potere giudiziario è quindi un potere per modo di dire. Vero che può dar ordini alla polizia. Vero che nelle sue decisioni, quando sono definitive, nessun altro potere può metterci bocca. Vero anche che le sentenze sono emesse in nome del popolo, non differentemente dalle leggi, che in nome del popolo sono promulgate. Ma i giudici, le leggi debbono limitarsi ad applicarle. Sono la ‘bocca della legge’, “la bouche de la loi”, come si usa dire nella Francia dell’800”.
Le democrazie non anglosassoni, in parole povere, sono caratterizzate dal primato – se non dall’imperialismo – del legislativo e poiché il legislativo è eletto da maggioranze che possono chiedere e ottenere tutto quello che vogliono, il risultato è la ‘tirannide del numero’, qualcosa che fa rimpiangere i vecchi dispotismi del passato. Quando lo si leggeva nei testi ottocenteschi, tale discorso faceva pensare inequivocabilmente a tematiche conservatrici, a correnti di pensiero politico e a dottrine giuridiche che vedevano, ad esempio, nella proibizione del lavoro dei minori una violazione dei diritti di libertà e di proprietà del padrone delle ferriere nonché la riprova di come i partiti popolari se ne infischiassero delle leggi. Allora il liberalismo (conservatore) si alleava col diritto per contrastare la democrazia, oggi la sinistra si rivolge al diritto per difendersi dal populismo dei partiti di centro-destra (che, stando alla sociologia politica Giovanna Zincone, sono democratici ma non sono liberali). Cambiano i tempi, cambiano le opinioni e le prospettive ma sarebbe non poco strano che, di questo passo, il republicanism franco-giacobino finisse per venir collocato in un’area politico-culturale che ha sempre guardato in cagnesco.
Pizzorno condanna senza mezzi termini ‘il mito abusato’che mette nelle mani del popolo (e dei suoi ‘rappresentanti eletti’) un potere illimitato e chiede che tale potere venga limitato non più dalle “leggi fondamentali del Regno” - come pur chiedevano i teorici dell’assolutismo alla Jean Bodin – ma dalle Carte Costituzionali e, in Italia, da quella espressa dalla Resistenza e dall’antifascismo che fonde, com’è noto, istanze liberali, socialiste e cristiano – solidaristiche. Nessun dubbio è consentito sulla sicurezza e sull’affidabilità di quei limiti e, per quanto riguarda i nostri vicini d’oltralpe, non viene neppure il sospetto che, trattandosi di una delle società civili più progredite dell’Occidente, qualcosa deve aver funzionato piuttosto bene, nonostante la progenie di Robespierre a sinistra e quella di Pétain a destra. Fin qui ci troviamo, comunque, in compagnia dei classici greci e latini: la democrazia ‘montagnarda’ è l’onnipotenza del demos che governa nel suo esclusivo interesse, calpestando i diritti delle altre classi (quindi elevato livello di imposizione fiscale, obbligo di assicurare tetto, lavoro e pane a tutti, istruzione e sanità gratuite etc.).
Sennonché Pizzorno, a questo punto cambia registro. La democrazia solo in apparenza è il “governo del popolo”, come aveva già visto acutamente il grande Gaetano Mosca. “Il mito della sovranità popolare – per il padre nobile dell’elitismo liberaldemocratico-- non era altro che il frutto ipocrita della classe politica democratica, la quale voleva governare il popolo facendogli credere che fosse lui il padrone” e oscurando la realtà che mostrava, invece, “quanto fosse debole e ininfluente a partecipazione popolare in democrazia”. Senza i vincoli del diritto, si è liberi di fare ciò che si vuole ma a farlo non sono “i più” – come accadde per qualche mese a Parigi in seguito alle barricate del febbraio 1848 – ma gli imbroglioni che pretendono di esserne i rappresentanti.
Il discorso, però, non finisce neppure qui giacché viene introdotta un’altra accezione di democrazia, quella che affida alla libera scelta degli elettori il compito di designare i futuri timonieri dello Stato. E su questo piano la povera democrazia, messa sul banco degli imputati, non sembra avere più scampo: è stata lei che ha portato Mussolini e Hitler al governo (Stalin, Lenin, Mao invece non ne hanno avuto bisogno): “grazie alla volontà popolare” è stato “possibile sopprimere la democrazia”. Le “dispute storiografiche” al riguardo sono irrilevanti: “solo conta il fatto che attraverso le istituzioni nelle quali essa si esprime proceduralmente, la volontà popolare volle quei governi e quei governi hanno soppresso la democrazia”.
La colpa, insomma, ce l’hanno le procedure, che affidano al popolo il reclutamento della ruling class, così come, nella metafora calcistica impiegata sopra, la partita è degenerata per via dei regolamenti! Per la verità, è difficile capire quale altro ‘regolamento’, nei casi italiano e tedesco, avrebbe potuto evitare la catastrofe: si doveva impedire ai cittadini di recarsi alle urne, perché prevenuti ed ‘eterodiretti’? Il re doveva assumere i pieni poteri, come avvenne, senza risultati apprezzabili, in qualche paese balcanico? La classe operaia avrebbe dovuto instaurare la”dittatura del proletariato” come rivoluzione preventiva al fine di evitare “il colpo di Stato della borghesia” (per usare, ovviamente, trite categorie storiografiche)? Si doveva puntare a una riforma del sistema elettorale che scoraggiasse le coalizioni con i partiti estremisti di destra? E in quali termini e con quali criteri?
In realtà ad affossare la democrazia non sono state le urne e i ludi cartacei ma il mancato accordo, all’interno della costellazione dei poteri dominanti – agrari, imprenditori, chiese, università, partiti, sindacati, organizzazioni varie di categorie etc. –, sui “valori”, posti a fondamento della convivenza civile, e sui confini entro cui contenere il processo legislativo. Non sono state le regole del gioco, il principio di maggioranza, a far sì che la partita “finisse a schifìo “ma gli arbitri (i magistrati) che non hanno fatto il loro dovere, punendo i trasgressori del codice sportivo, e il pubblico sulle tribune che ha sostenuto e incoraggiato l’illegalità. E come poteva accadere diversamente quando una parte considerevole della società civile applaudiva i camion delle squadre nere che spaccavano la testa ai ‘rossi’ e un’altra parte giustificava sputi ed aggressioni agli ufficiali che avevano il coraggio di mostrarsi, dopo la “inutile strage” bellica? Se in Italia e in Germania le campagne elettorali che portarono rispettivamente il duce e il Fuehrer al potere si fossero svolte in un clima di legalità, di ordine e di rispetto degli avversari, probabilmente gli esiti sarebbero stati molto diversi. Ma come si può pensare all’impiego della violenza--richiesta appunto dalla pacificazione coatta degli avversari – da parte delle autorità costituite e legittime (magistrati, questori, prefetti, ministri), in mancanza di una “costituzione materiale” ovvero di un tacito e granitico “accordo sociale di fondo” in virtù del quale, ad es., un poliziotto che, per legittima difesa, uccida un rivoltoso non finisce sotto inchiesta?
La volontà popolare che porta al governo i capi autoritari o totalitari non è la democrazia che sopprime se stessa: è la ‘maggioranza’ che, ritenendo a torto o a ragione, di doversi difendere da quanti minacciano il suo mondo, i suoi valori, i suoi beni, chiude la partita, consegnando il paese a un dittatore in grado di reprimerne velleità e conati. (E’ la ragione che induce Tocqueville ad appoggiare, con convinzione, Eugène Cavaignac, il generale repubblicano, che pone fine, con le cannonate e le baionette, alla nuova ‘guerra servile’ scatenata dai democratici sociali, dai neo-giacobini e dai neo-babuvisti nel giugno 1848)
Forse è superfluo far rilevare che le due concezioni ‘degenerate’ della democrazia – il potere di far tutto in nome del popolo, infischiandosi dei diritti individuali e il potere di conferire, attraverso le votazioni, le più alte cariche dello Stato a chi si vuole, anche a personaggi abietti – non stanno necessariamente in rapporto. Un dittatore, legittimato dall’elezione popolare, può con mezzi violentissimi –e inaccettabili per la nostra sensibilità morale – restringere decisamente l’ambito delle ‘competenze della politica’, ridando spazio, ad es., alle libere imprese (è quanto è avvenuto in Cile, in seguito al colpo di Stato di Augusto Pinochet, con risultati non sottovalutabili sotto il profilo economico); e, per converso, un’osservanza scrupolosa della ‘separazione dei poteri’ potrebbe sottrarre spazio all’esecutivo e al legislativo per conferirlo a un ‘giudiziario’ al quale nessuno potrebbe impedire di applicare alla lettera il principio costituzionale che riconosce la proprietà privata solo “per la sua funzione sociale” e, coerentemente, di espropriare tutte quelle di cui è impossibile dimostrare tale funzione.
Pizzorno dispone di una ricetta contro i mali della democrazia e gli effetti indesiderati della sovranità popolare e la ravvisa nel “bel saggio(raccolto nel volume Lo stato moderno in Europa, Ed. Laterza 2002)” in cui “il costituzionalista Maurizio Fioravanti dimostra che, con l’adozione, dopo la seconda guerra mondiale, delle costituzioni rigide come norma superiore alla stessa legge dello Stato, e con la corrispondente introduzione del controllo di costituzionalità delle leggi da parte delle Corte Costituzionale, è avvenuto il distacco dello Stato democratico dal principio della sovranità politica”. Poiché “la volontà popolare lasciata senza freni, in troppi paesi” è fallita, il rimedio consisterebbe nell’”inserire contrappesi nel gioco degli equilibri della classe che governa”.
Sembra di capire che se, nella Germania di Weimar e nell’Italia degli anni venti, ci fosse stata una “costituzione rigida” non avremmo avuto né il nazismo, né il fascismo. In realtà, non avremmo avuto l’investitura quasi indolore di Hitler e di Mussolini ma sicuramente non ci saremmo risparmiata una guerra civile come quella che infuriò sanguinosa nella Spagna repubblicana, finendo non in una dittatura totalitaria ma in una dittatura autoritaria (e non ideocratica) contrassegnata, però, da un’erogazione di violenza di gran lunga superiore a quella dispiegata dalle camicie nere.
I liberali dell’Ottocento volevano limitare con i lacci del ‘garantismo’i movimenti del Gulliver popolare: quei lacci erano le eredità del passato – in Francia “la libertà è antica” diceva Madame de Stael – non le ali per librarsi nei cieli delle ‘magnifiche sorti e progressive’. Per loro il legislativo era il potere addetto all’innovazione e poiché l’innovazione avrebbe potuto far danni – spingersi, per così dire, troppo in là – al contropotere giudiziario doveva essere affidata la funzione delicata di predisporre un complesso sistema di “freni”. Per cambiare bisogna essere tutti (o almeno una manifesta maggioranza) d’accordo e per questo va consultata la volontà popolare: per porre argini al cambiamento, al contrario, c’è bisogno di ‘leggi fondamentali – consegnate o no a un testo costituzionale – custodite e interpretate da un ceto professionale competente e ‘conservatore’. Se i mutamenti sostanziali introdotti nello ‘spirito delle leggi’ non nascessero da un ampio dibattito pubblico bensì da un’imposizione ‘dottrinaria’ dei giudici, sarebbe davvero retorica e demagogica, in un’ottica liberale classica, la domanda “ma questi giudici chi li ha eletti?”.
Criticare l’operato di un governo è legittimo e doveroso ma diventa rischioso quando la critica si trasforma in un tentativo, più o meno larvato, di delegittimazione. E il rischio sta nel mettere in campo armi che si convertono in un vero e proprio boomerang per chi ne fa uso: i principi hanno una loro logica che, a differenza delle leggi italiane che nello spiritoso bon mot di Gaetano Salvemini si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, non si arresta a comando.

