Domenica 1 Agosto 2010
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Partita doppia

L'Università migliore non è quella che fa tutti laureati

5 Gennaio 2009
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Il nono rapporto del Comitato nazionale  di valutazione del sistema universitario (CNVSU) pubblicato a sei anni dall'introduzione generalizzata dei nuovi corsi di studio ne dà un giudizio negativo, solo in parte condivisibile.  La prima cosa che il Ministro dovrebbe fare  è cambiare la sigla del CNVSU:  perché non chiamarlo semplicemente CVU? La parola “Nazionale” dopo Comitato è superflua. Infatti se il Comitato valuta le Università, al plurale  è implicito che non è un comitato della Lombardia o del Lazio ma dell’Italia. Ed è inutile la parola “sistema”. L’obbiettivo del Comitato non deve essere solo di valutare la riforma, ma in primo luogo l’efficienza e l’efficacia delle Università. E’ dal concreto che la si può giudicare e modificare .  

Il CVSU  afferma che la riforma dell' università che ha introdotto il "3+2" non ha prodotto i risultati sperati perché il  numero totale di iscritti alle università si è  praticamente stabilizzato da circa quattro anni un po’ sopra il milione 800 mila unità, di cui poco più di 1milione 500 mila sono gli  iscritti a corsi del nuovo ordinamento: circa 1,3 milioni gli iscritti alla laurea breve e 280mila iscritti a corsi di laurea specialistica o di laurea a ciclo unico. Ci sono ancora  272 mila gli studenti che sono rimasti nel vecchio ordinamento (è ovvio che questi accada, visto che allora per molti tipi di laurea bastavano 4 anni di corso per laurearsi, ora ce ne vogliono 3+2).

Dopo un triennio di aumento degli immatricolati, con la punta di 338 mila nel 2004/05 è iniziata una diminuzione. E il 2006/07 si attesta a 308 mila. Nel 2000/01 si registravano 45 immatricolati ogni 100 diciannovenni. All'avvio della riforma (2001/02) erano il 51%; superavano il 56% nel 2005/06 e nel 2006/07 sono  53%.  Non mi pare che ciò sia negativo. Non tutte le persone che lavorano hanno bisogno di una laurea breve o specialistica. E non tutti i giovani hanno cervelli adatti all’Università o sono desiderosi di impegnarli nei corsi universitari, se questi sono seri.

Se si vuole aumentare il numero di iscritti all’Università e di laureati è facilissimo: basta promuovere tutti, come si sta facendo nelle scuole inferiori. Ma ciò è deleterio. Gli stati con una percentuale troppo alta di giovani che si laureano, in ogni generazione, sono quelli con università non serie o meglio con alcune università di elite assieme a moltissime  altre non serie. E ciò alimenta la disuguaglianza sociale ed è uno spreco di risorse. Quindi ha torto il CVSU quando considera negativo il fatto che ogni dieci studenti iscritti, ben quattro sono fuori corso  e che la loro percentuale,  il 40,7%, rappresenti il valore più alto del periodo considerato. Ed ha torto a lamentare che resti invariata al 20% la quota degli abbandoni, dopo il primo anno.

Il Rapporto, poi, sbaglia quando come rimedio indica la necessità di una più efficace attività di orientamento e tutoraggio nei confronti dei nuovi ingressi. Questi valutatori non hanno capito che la selezione è un fenomeno inevitabile che fa bene a chi vi partecipa, sia che riesca a superarla bene, sia che non ci riesca. L’unico modo di imparare a sciare è di cadere. I pannicelli caldi del tutoraggio servono essenzialmente a giustificare l’aumento di docenti. Il CSVU lamenta che gli ''immatricolati inattivi'' sono una quota alta del 15,7 Il rimedio anche qui  non è l’aumento di tutoraggio. È l’aumento delle le tasse per chi non dà alcun esame durante l’anno.  Il CSVU ammette che il fatto che ogni anno in Italia ci siano 300 mila nuovi laureati è un fatto positivo, che contribuisce ad elevare la quota di laureati sulla nostra popolazione ma sbaglia a pensare che l’obbiettivo sia quello di raggiungere una quota di laureati massima. E sbaglia a lamentarsi che meno di uno su tre si laurei nei tempi previsti. Il  culto degli alti tassi di crescita quantitativi  e del breve periodo che informa questa metodologia è sbagliato.

L'attuale crisi finanziaria è in parte dovuta al fatto che per non pochi anni ci si è esaltati per l’elevato tasso di rendimento e di crescita dei valori di banche, di fondi di investimento e di altre istituzioni finanziarie o imprese senza porsi la domanda se questi alti tassi fossero compatibili con una buona qualità degli impieghi, nel medio e lungo termine. E alla fine è esplosa la “bolla” . E si è scoperto  che un mutuo subprime aveva un elevato rendimento perché conteneva un elevato rischio di insolvenza. Ma quando le insolvenze hanno cominciato ad aumentare il rischio è emerso e si è finalmente scoperto che l’elevato rendimento immediato cela spesso un basso rendimento futuro, cioè che la quantità priva di valutazione della qualità e del tempo non ha significato.

Il rapporto del CSVU però merita consenso  là dove evidenzia  l'eccessivo proliferare dei corsi di studio. Dall'avvio della riforma i corsi sono aumentati da 3.234 a 5.734 , e il numero degli insegnamenti, sono passati da 116mila nel 2001/02 a 180.001 nel  2006/07.  E  71.038, valgono solo 4 crediti. Il 10,1% dei corsi di studio attivati ha meno di 10 immatricolati . Ciò  dice il CSVU è accaduto ''a dispetto delle raccomandazioni a livello centrale di razionalizzare l'offerta formativa''. Ma a mio parere le raccomandazioni servono a poco. Va abrogata la norma che stabilisce che per ogni corso di laurea ci deve essere un numero minimo di docenti di ruolo di 3 per anno di corso di laurea, indipendentemente dal numero di iscritti . Norma che è espressione della teoria burocratica che ha animato questa riforma, che in tal modo contraddetto lo  scopo vero del 3+2: che non è di aumentare il numero di laureati, ma di dare alla offerta formativa una struttura più snella e aderente alla realtà della società. Ciò comporta che una quota dei docenti debba non essere di ruolo e debba provenire dall’esterno, per collegare l’Università con la realtà che la circonda. E  i docenti di ruolo dovrebbero insegnare più ore di quelle che risultano dallo schema dei 3 docenti di ruolo minimi per anno di corso di laurea. In cambio di ciò,  si dovrebbero togliere dalle ore che contano per le ore  di servizio dei docenti di ruolo, quelle passate nei numerosi comitati assembleari  con cui l’Università, dopo il 1968, è stata trasformata in una sorta di “comune di Parigi”. Per questi comitati dovrebbe valere la presenza per delega, anche per ridurre il gruppo che discute a proporzioni adatte per delibere efficaci ed efficienti.

Questi suggerimenti, di cui non vedo traccia nel CSVU li giro direttamente al Ministro Gelmini  

 

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Commenti
rosario nicoletti
05/01/09 15:19
finalmente!
Si legge – finalmente – un articolo dove viene demolito uno dei luoghi comuni che maggiormente inquinano il dibattito sulla efficienza delle università: “ritardi” nei percorsi delle lauree ed abbandoni. Giustamente si dice nell’articolo che “Gli stati con una percentuale troppo alta di giovani che si laureano, in ogni generazione, sono quelli con università non serie o meglio con alcune università di elite assieme a moltissime altre non serie”. Ed il punto è proprio qui: Le “lauree” distribuite con generosità in molti paesi (chiamate nei paesi anglosassoni “degree”) non sono paragonabili alle nostre, almeno fino a quando non è stato introdotto il 3+2; tra l’altro, il titolo di “dottore” viene riservato in molti paesi a chi ha il Ph.D. , che da noi si chiama “dottorato di ricerca”. Ed è stato un grave errore immettere in una struttura indifferenziata per l’organizzazione, quale è quella delle università statali, una modifica rivoluzionaria come i corsi triennali imponendo la loro omogeneità per tutte le discipline e rigorosamente “in serie” rispetto al successivo percorso (laurea magistrale). Un ulteriore vincolo – inesistente in ogni parte del mondo – è stato posto quando si è preteso che i corsi triennali fossero anche “professionalizzanti”, oltre che , come già detto in serie con le lauree. Questo assurdo pasticcio – “lauree” triennali finalizzate ad apprendere un lavoro “ma anche” propedeutiche a successivi approfondimenti - è stato affidato alle università, tutte uguali in linea di principio, ed ispirate al binomio didattica-ricerca, dotate di autonomia organizzativa e didattica. Le università non hanno saputo fare di meglio, nella maggior parte dei casi, che progettare dei corsi “bonsai”, moltiplicando il loro numero, tenendo d’occhio gli equilibri interni tra gruppi e discipline più che all’efficienza didattica, del resto poco comprensibile. Su tutto questo pasticcio, oramai inestricabile, arriva ora il CVSU, lamentando il non raggiungimento degli obbiettivi prefissati: in particolare, un alto numero di “laureati”, e la abbreviazione dei percorsi di laurea. Se il Ministro volesse riprendere in mano la situazione dovrebbe partire dall’idea che le università degne di questo nome e nella accezione da noi sempre considerata – sede di una didattica avanzata strettamente commista alla ricerca - non possono essere più di una ventina (e non novantacinque quante sono oggi). Le altre – utilissime – dovrebbero essere scuole superiori, votate all’insegnamento più che alla ricerca, e popolate da docenti con una esperienza nel mondo delle professioni e delle attività produttive. Le università di eccellenza servono in tutto il mondo a formare la classe dirigente; le scuole superiori servono a formare i quadri. Se si continueranno a confondere lauree, dottorati, titoli professionali in un unico indistinto pasticcio, lamentando lo scarso numero,non sarà possibile neppure discutere sui problemi dell’istruzione superiore.
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