Giovedì 24 Maggio 2012
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Occidente e libertà

Democrazia in Medio Oriente,
la rivoluzione ha inizio con le parole

25 Dicembre 2010
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Dalla caduta dell’Impero Ottomano, attraverso gli innumerevoli conflitti del ventesimo secolo, il Medio Oriente e il Nord Africa hanno innescato due dinamiche compensative: l’aumento di regimi autoritari e di gruppi politici radicali e la crescita di movimenti di resistenza che combattono contri di questi per una maggiore autonomia.

Da una parte, ci sono il partito baathista siriano, i wahhabiti dell’Arabia Saudita, i khomeinisti dell’Iran, insieme a organizzazioni come i Fratelli Musulmani in Egitto o gruppi terroristici come Hezbollah e di al-Qaeda. D’altra parte, ci sono i Curdi, i Berberi, i Copti, gli africani del Sudan, e le forze democratiche dalla Siria e il Libano fino all’Algeria.

Negli ultimi cento anni, il Grande Medio Oriente ha sperimentato colpi di stato, terrorismo, genocidi e oppressione, ma anche dimostrazioni di massa, elezioni, resistenza e rivolte democratiche. Ha dato vita a dozzine di movimenti riformatori e scatenato ondate di donne, studenti e altri dissidenti che invocano la democrazia.

Nel 2005, un milione e mezzo di uomini e donne di diversi retroterra religiosi ed etnici hanno marciato nelle strade di Beirut contro l’occupazione e il terrore e per la libertà; nel 2009, un milione di iraniani - la maggior parte giovani - ha dimostrato a Teheran invocando la democrazia; il genocidio nel Darfur è stato denunciato; gli africani del Sudan meridionale stanno ottenendo l’autodeterminazione; i Cabiliani di Algeria sono in ascesa; in Afghanistan l’esito del conflitto sarà deciso tra le giovani donne che insegnano la pace alla loro futura prole e il ritorno dei Talebani, mentre in Iraq il futuro si giocherà tra le milizie del terrore e gli insegnanti umanisti delle scuole medie. In tutta la regione, insomma, dissidenti e riformisti sono in competizione con i fondamentalisti jihadisti per conquistare il cuore e le menti della gioventù.

Il mondo ha visto entrambe le facce di questa medaglia: sia la violenza dei gruppi terroristici e delle milizie, sia le aspirazioni pacifiche di milioni di persone che sono scesi nelle strade di metropoli e città per rivendicare i diritti che i loro governi gli continuano a negare. Nei prossimi anni, io credo, tutti e due i movimenti  cresceranno vistosamente. E, dunque, chi vincerà e cosa potrà fare l’Occidente per aiutare libertà e democrazia a prevalere sull’oppressione?

Intanto, con o senza di noi, la corsa nella Terra di Mezzo è in corso, e la rivoluzione alla fine sta arrivando. Ma la scelta è anche la nostra. Come le precedenti generazioni si sono schierate con gli operai di Solidarność in Polonia e intellettuali come Vaclav Havel e hanno supportato il cambiamento in Sud Africa, queste possono e dovrebbero ripetere lo stesso grande esercizio democratico in Medio Oriente, almeno  con le parole. E nella battaglia delle idee le parole sono l’inizio della libertà.

© Washington Post
Traduzione Costantino Pistilli

Commenti
esseti10
27/12/10 22:13
L'involuzione dell'Islam
Articolo un po' scontato, forse sognatore: ci si dimentica che se non c'era un Walesa, e un Papa polacco, le grida di solidarietà avrebbero avuto lo stesso effetto di quelle del '56 a Imre Nagy; se non c'era un Gorbaciov, aveva voglia Vaclav Havel a sperare nella sua primavera; in Sudafrica solo un'eredità culturale anglosassone ha fatto sentire a un certo momento storico l'insostenibilità dell'apartheid. Quello che dovrebbe sollecitare la curiosità degli storici è il percorso del pensiero e della cultura mediorientale dagli anni '60 ad oggi: esemplare l' Egitto dove si è passati dal socialismo di Nasser ad un nazionalismo che oggi, nascosto dietro le denunce di corruzione verso l'attuale classe politica, ha generato flange accanite di integralisti Al-Quaeda-dipendenti. Chi ha fatto le classiche crociere sul Nilo, o la tipica settimana fra templi e piramidi, si sarà certo accorto di come l'attenzione delle varie guide sia sempre finalizzata ad indicare l'occidente, gli Usa e Israele, ma anche Francia e Europa in genere, come i nemici degli eredi dei faraoni, come un conglomerato di forze economiche che tengono compresso l'Egitto, impedendogli di attuare le proprie enormi potenzialità. Spesso confondendo, in uno strano brodo storico, l'eredità della civiltà faraonica con l'influsso dell'Islam, aggregando in un unico segmento, senza soluzione di continuità, le due grandi correnti di civiltà, dimenticando l'Egitto copto ma, soprattutto, la fondamentale, violenta e traumatica frattura fra le due ere. Gli analoghi fenomeni in Pakistan, in Iraq, in Iran, dove l'eredità dello scià è stata demonizzata ben oltre i limiti della sua reale responsabilità, favorendo l'avvento di un Khomeini che ha avuto un peso devastante in tutta la regione, meritano profonde attenzioni: Che cosa ha fatto esplodere, dopo gli anni '70, un radicale nazionalismo panarabo contro l'occidente, dove decine di correnti musulmane, spesso dedite a scannarsi fra di loro, trovano nella lotta contro l'empio piede crociato che viola il sacro suolo l'unica forza di coesione? Ecco, il passaggio dal fermento social democratico degli anni '60 al radicalismo anacronistico dell' integralismo attuale è forse un fenomeno unico, o almeno singolare, di involuzione antistorica di un'intera regione del pianeta; né è possibile trovarne radici in ipotesi di colonialismo economico americano o occidentale, visto che da secoli la regione è ricca di grandi sperequazioni, se non di vero schiavismo. Credo che questo sia il nocciolo della questione, e comprenderlo costituisca un passaggio obbligato per iniziare a risolvere un conflitto di civiltà che rischia di caratterizzare, in modo sempre più violento, il prossimo secolo.
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