Straordinario ancora oggi questo testo di Jean Améry che riappare ora nella collezione economica (la Universale) di Bollati Boringhieri, dopo essere stato pubblicato per la prima volta nel 1966. Ogni volta che lo leggo provo la stessa emozione intellettuale, la stessa ammirazione profonda per quest’uomo che si è sforzato, vincendo resistenze non facili, di comprendere razionalmente la tragedia che aveva sperimentata nei campi di sterminio nazisti.
Améry appartiene alla categoria degli intellettuali sopravvissuti ai campi: una categoria insolita e poco numerosa, dal momento che in genere gli intellettuali nei lager erano i primi a morire o a essere avviati alle camere a gas. Erano infatti, come spiega bene il primo dei saggi che formano il libro, del tutto inadatti a svolgere i lavori faticosi: quelli ai quali venivano destinati tutti coloro che non sapevano svolgere qualche attività pratica. Così, mentre idraulici o meccanici trovavano lavoro al chiuso e riuscivano con meno difficoltà a salvarsi, gli intellettuali, i professori universitari, gli insegnanti, gli scrittori, erano destinati quasi automaticamente al macello dal momento che ciò che sapevano fare era disprezzato e considerato niente: qualcosa di assolutamente inutile se non di pericoloso. Venivano infatti mandati a svolgere i lavori non specializzati che si svolgevano all’aperto: scavare, poggiare tubi, trasportare traversine di ferro.
Ma Améry spiega un senso ulteriore in cui gli intellettuali erano impreparati a sopravvivere alla vita del campo: non erano robusti, veloci, svelti nell’approfittare delle opportunità che garantivano la sopravvivenza. Non riuscivano neppure a parlare con gli altri detenuti nel loro linguaggio gergale e popolare. Non potevano parlare con gli altri prigionieri del loro lavoro, perché anche gli altri detenuti non lo rispettavano: come rispettare qualcosa che nel momento del supremo pericolo non serve ad assicurare la sopravvivenza? Così, gli intellettuali perdevano ben presto, anzi immediatamente, la loro identità: più e in modo più sottile, più profondo, delle percosse e delle privazioni di cibo, più della fatica e del freddo, produceva questo effetto la mancanza di senso che il loro bagaglio culturale, le loro competenze, il loro sapere, si trovavano ad avere lì nel campo: un verso di Hölderlin, ammesso che fosse ancora ricordato, non significava più nulla, non sembrava neppure bello, non procurava quell’effetto consolatorio che la bellezza in genere non manca di avere e che in altri momenti aveva avuto. In più, la cultura tedesca era diventata patrimonio del nazismo al potere, che la rivendicava come propria: l’imbarazzo e la lontananza aumentavano per questo motivo.
Inizia con la descrizione di questo straniamento la discesa agli inferi raccontata da Améry: la disumanizzazione degli intellettuali è un momento particolare della disumanizzazione alla quale il sistema del campo sottopone ogni uomo prigioniero al suo interno. Ma nell’occuparsi degli intellettuali in particolare, Améry deve fare quello che un ex prigioniero sopravvissuto solo può fare: raccontare la sua propria esperienza, raccontare la sua personale storia. Nessun ragionamento generale può essere fatto sui lager, così come nessuna spiegazione cercata per il nazismo e lo sterminio degli ebrei finora secondo Améry ha dato qualche risultato: scriveva questo nel 1976, e giudicava egualmente non valide la spiegazione in base al carattere tedesco così come quella della utilizzazione del nazismo da parte del capitale finanziario. Tutte e due non coglievano nel segno anche perché volevano generalizzare senza passare per le esperienze singole, e così sfuggiva loro ciò che era davvero accaduto. Non possiamo sapere che cosa Améry penserebbe oggi della storiografia che si è accumulata su questo tema, ma crediamo di non sbagliare dicendo che guarderebbe con scetticismo ad alcune interpretazioni epocali, e invece con approvazione alle ricerche sul consenso generalizzato dei tedeschi per il regime nazista, con approvazione e interesse al lavoro di ricostruzione, di conservazione e accumulazione delle memorie, che ha riguardato gli internati e la loro esperienza. Fra gli intellettuali che incontra, Améry ricorda Primo Levi e il suo "Se questo è un uomo": lo ricorda come un intellettuale che ce l’ha fatta a salvarsi, ma con grande asciuttezza e poche parole, in linea con la personalità del torinese.
Mettere a confronto questo esile volume cone le opere più note sul totalitarismo, e in particolare con quelle che si occupano del campo di concentramento, del terrore, come fulcro del sistema totalitario, fa una curiosa impressione: sembra che Améry, che ha scritto dopo Arendt e il suo "Le origini del totalitarismo", ad esempio, ne sia la fonte diretta. Le pagine di Arendt (che Améry non ama affatto) sembrano letteralmente costruite sul percorso di Améry, su ciò che egli racconta in modo sobrio ed essenziale. Il testo dell’ebreo sopravvissuto allo sterminio oggi fa un effetto di già noto probabilmente per tutto ciò che abbiamo visto e letto sullo sterminio ebraico in questi anni, dai libri di Ernst Nolte al film Schindler’s list. Eppure, nel ripercorrere per mano di Améry le tappe dell’abiezione e poi le sue riflessioni, si coglie un tratto inedito, che ancora non avevamo letto né visto: la riflessione specifica sull’intellettuale internato. E’ la cifra di Améry e il valore tutto particolare della sua opera distillata, profonda, asciutta. Anche la parte che riguarda il ruolo della vittima rispetto a conciliazioni auspicate sarebbe tutta da rileggere, così come le considerazioni sull’essere ebreo, davvero non banali.
Ciò che contraddistingue questo saggio, infatti, è l’assenza di vittimismo nel punto di vista che adotta, che pure aderisce alla vittima, alla persona della vittima, fino in fondo. La sua caratteristica è l’assenza di moralismo nel giudizio sugli eventi: quegli eventi hanno superato decisamente ogni possibilità di fare del moralismo o di trarre una morale dalla storia. A differenza di quanto scrive Claudio Magris nella prefazione attuale al testo: forse questa differenza si deve esattamente al fatto che Améry c’era, dentro il campo, mentre il prefatore ovviamente no. Magris si scaglia contro “la nuova compattezza sociale, su scala planetaria” che esige l’integrazione dell’intellettuale e il suo adeguamento alle cose, denuncia la società-spettacolo, rimpiange i grandi scontri ideologici del passato. Nell’epoca della spettacolarizzazione della vita, dell’asservimento dell’intellettuale all’esistente, Magris richiama la necessità di personaggi come Améry che difendano la nostra libertà e dignità. In questo modo afferma implicitamente che la società nella quale viviamo è totalitaria. Peccato che il testo di Améry trovi proprio con la prefazione attuale una consonanza così debole: Améry così ponderato nelle valutazioni, così originale nelle sue riflessioni su temi tanto praticati, così aderente all’esperienza vissuta. Améry che si richiama a un illuminismo animato dalle emozioni e dalla passione.
Jean Améry, Intellettuale a Auschwitz, trad. it. Torino, Bollati Boringhieri, 2008 collana Universale, pp. 150, euro 12.

