Venerdì 10 Febbraio 2012
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La vera resistenza

Quando mezzo mondo cambiava classe dirigente il Pci cambiava nome

9 Novembre 2009
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vignetta di Valerio Marini

Sabato scorso era il 7 novembre; oggi è il 9 novembre. Due date di calendario che stanno nello spazio di un week end, ma che indicano ricorrenze simmetriche ed opposte. Il 7 novembre del 1917 ebbe inizio la “Rivoluzione d’ottobre” (in Russia non era ancora stata applicata la riforma del calendario per cui erano indietro di qualche settimana rispetto al resto del mondo). Per oltre settant’anni, il 7 novembre, si festeggiava quell’evento con grandi manifestazioni a Mosca nella Piazza Rossa. Sfilavano le Forze Armate con tanto di missili, le strutture del partito e quant’altro significasse potenza e prestigio della “patria del socialismo reale”. Sull’enorme palco tutta la gerarchia dell’Urss e i vertici dei “partiti fratelli” di tutto il mondo, tra cui occupava un posto d’onore la delegazione del Pci, che era pur sempre il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. C’era addirittura una Camera del Lavoro in Italia che per molti anni – prima che il processo unitario con Cisl e Uil prendesse forza e consistenza – nella giornata del 7 novembre chiudeva i battenti per festeggiare la ricorrenza.

Quella data non la ricorda più nessuno, neppure come evento storico. Tutti invece, a partire dagli ex comunisti, celebrano oggi la caduta del Muro di Berlino: il manufatto che spaccava in due una ex capitale europea, per decenni considerato come un baluardo che proteggeva la DDR dalle provocazioni e dalle penetrazioni del capitalismo e dal “revanscismo tedesco” come si diceva allora. Quel Muro, invece, non difendeva i cittadini-sudditi dell’Est; li teneva prigionieri. Fino alla caduta del Muro il Pci non aveva mai preso le distanze dai “partiti fratelli”, nonostante le critiche e i distinguo, sempre formulati con giri di parole caute e circospette (quando gli eserciti del Patto di Varsavia aggredirono la Cecoslovacchia l’Ufficio politico del Pci si limitò a parlare di “grave dissenso”). Eppure quelle espressioni caute ed ambigue venivano salutate dai corifei nostrani alla stregua di svolte epocali.

Nei giorni scorsi si sono incontrati Kohl, Bush padre e Gorbaciov, presentati dai media come i protagonisti della caduta del Muro. Niente di più falso: Gorbaciov la caduta del Muro la subì, non la volle né la sollecitò. Eppure Gorbaciov ha sempre ottenuto una grande audience in Europa perché, come Dubcek, era un “comunista democratico”, un leader che credeva nella riformabilità del regime comunista e quindi non voleva mettere in discussione le “conquiste” dei lavoratori (che poi tali non erano) derivanti dalla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio. I russi, invece, non amavano Gorbaciov, tanto che gli preferirono Eltsin, un alcolizzato che era stato comunista, ma che non aveva esitato a gettare alle ortiche l’ideologia.

Dopo l’’89 la storia del mondo cambiò. E i cecoslovacchi, tornati liberi, non andarono a cercare nelle catacombe i dirigenti dell’era Dubcek, ma mandarono al potere una nuova classe dirigente che nulla aveva da spartire con il comunismo, tanto dal volto umano quanto da quello disumano. Il Pci risolse i suoi problemi di identità mutando nome (lo ha fatto più volte). Quei passaggi suscitarono un intenso dibattito interno che venne imposto a tutti gli italiani mediante film, dibattiti e fiction televisive, come se tutti noi dovessimo patire le stesse pene di chi non voleva smettere di essere comunista. Come se dovessimo tutti correggere Benedetto Croce e la sua considerazione (“non possiamo non dirci cristiani”) nel modo seguente: non possiamo non dirci comunisti.

Insomma, la svolta del 1989 arrivò all’improvviso. E in modo immeritato per il Pci che non aveva mai rotto fino in fondo con l’Urss e i regimi dell’Est. Basti pensare che solo da pochi anni si ammette che Enrico Berlinguer, ai tempi del compromesso storico, subì un attentato in Bulgaria, dal momento che l’incidente automobilistico di cui fu vittima presentava troppi aspetti dubbi. E che dire del clima di freddezza e di sospetto con cui fu accolta l’esperienza di Solidarnosc in Polonia o, anni prima, l’idea di organizzare a Venezia una “Biennale del dissenso”, a cui invitare i dissidenti dell’Est europeo, allora considerati in Europa, dai comunisti e dai loro “compagni di viaggio”, alla stregua dei provocatori ?

Oggi gli ex comunisti nostrani rimproverano a Putin cose assai meno gravi di quelle che non avrebbero mai rimproverato a Breznev. E la Camera vota mozioni sul rispetto dei diritti umani in Russia che mai avrebbe votato con riferimento all’Urss. Per fortuna sono entrati a far parte dell’Unione i Paesi dell’Est che a quell’esperienze non vogliono più tornare. Per queste ragioni è sciocco e sbagliato l’atteggiamento che esiste nel centro destra contro migliori condizioni di cittadinanza da riconoscere agli stranieri, compreso il diritto di voto. Quelli che nei loro Paesi hanno avuto a che fare col comunismo (anche se ne hanno sentito solo parlare dai padri e dai nonni) non vorranno mai saperne degli eredi.

 

 

Commenti
Anonimo
09/11/09 14:36
Commemorazione
La RAI dovrebbe mandare in onda i molti filmati originali dei discorsi dei dirigenti del nostrale PCI, da Togliatti in poi, volti all'esaltazione del "benessere" e dell'"uguaglianza" esistente nella brava e buona madre Russia post-rivoluzionaria. Queste farneticazioni, pronunciate all'epoca da politici oggi addirittura compianti (??) e a cui si intitolano piazze e vie d'Italia, dovrebbero essere alternate o messe come sottofondo sonoro ad altri filmati originali: quelli delle invasioni sovietiche dei paesi satelliti, quelle delle marce militari sulla piazza rossa con i missili, i carrarmati e i militari a passo dell'oca, quelle delle delegazioni italiane del PCI nel palco d'onore cui a tali marce assistevano compiaciute, quelle della miseria Stalinista, quelle del KGB, quelle delle uccisioni di chi cercava di scappare da Berlino, quelle dei gulag...e via via, sempre con le immagini delle brutalità comuniste in primo piano, arrivare ai giorni nostri, con Ferrando e Diliberto, passando per tutti quelli che dicono "comunista non è una parolaccia" e che praticano lo sport quotidiano di dare del fascista (sic!) a chi ci ha garantito e ci garantisce LA LIBERTA' e governa BENE questo paese sotto l'egida del LIBERO volere popolare.
Erasmo
09/11/09 15:10
Il Pci, i post-comunisti e Gorbaciov
L’ambiguità e il doppio binario del Pci, che raggiunsero il loro acme con Enrico Berlinguer, consentirono al Pci sia di esaltare la democrazia (in teoria), sia di appoggiare (in pratica) il Cremlino; sia di sostenere il muro, sia di festeggiarne poi la caduta. Cià consentì poi ai Veltroni di dichiarare, sfidando il ridicolo, di non essere "mai stati comunisti" e ai D'Alema di esserlo stato "fino al 1968". Dai comunisti italiani Mikhail Gorbaciov era esaltato in pubblico, come “riformatore democratico” (in quanto dimostrava la riformabilità del sistema comunista), ma maledetto in segreto perché minacciava con la “glasnost” di scoprire i cadaveri nell’armadio del comunismo internazionale (leggi Togliatti) e di spiazzare così il Pci, rendendo obsoleta la sua ambiguità ed il doppio binario, su cui esso fondava la sua rendita di posizione. Gorbaciov non si oppose ed anzi sostenne persino attivamente (attraverso il Kgb in Cecoslovacchia, Germania Est, Bulgaria e Romania) la fine del blocco comunista europeo e la caduta della cortina di ferro, nonché del muro di Berlino. Furono chiari i messaggi di Gorbaciov nel 1989: sia sostituendo la vecchia “dottrina Breznev” con la “dottrina Sinatra” (“from now they do it their own way” – disse il suo portavoce Gennady Gerasimov a Varsavia nell’agosto 1989) e, quindi, con il rifiuto di fare intervenire le truppe sovietiche di stanza nei paesi est-europei per fermare le manifestazioni durante tutto il 1989. Il Kgb fece anche qualcosa di più, accelerando la caduta dei vecchi arnesi e cercando di favorire l’ascesa di nuovi leader riformisti. E chi doveva capire capì. Gorbaciov fece quella scelta perché probabilmente la ritenne, sbagliando i suoi conti, il prezzo necessario da pagare in anticipo per ottenere dall’Occidente un aiuto sostanziale anche economico per poter conservare l’Urss ed il potere del Partito comunista in Urss. L’Occidente si rifiutò. Ciò spiazzò e indebolì Gorbaciov, che fu estromesso nei seguiti del “colpo di stato” dell’ agosto 1990. Da allora sorse, con l’appoggio occidentale, l’astro Boris Eltsin, che distrusse il Pcus e l’Urss. Difficile dire se siano state scelte oculate. E’ la Storia. E la Storia continuò.
Liù
09/11/09 18:43
re: erasmo
come si evince dal bell'articolo di Cazzaniga, i compagni non erano particolarmente intelligenti: fu il nostro establishment a imporci i postcomunisti e tutta la loro lagna sul dolore per la caduta del muro. Questo perché il Pci era funzionale al sistema italiano e quel sistema non è ancora caduto, nonostante la vittoria del centrodestra. Qui il muro non è caduto.
mauro
10/11/09 10:35
1984?
E' interessante leggere cosa scriveva "l'Unità" del 10 novembre 1989: "Il giorno più bello per l'Europa!" "siamo tutti berlinesi, come disse John Kennedy!". Bene, allora vediamo cosa diceva il 13 agosto 1961: "Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest" "Contro l'attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn" "Si tratta di normali e legittimi controlli di confine". Per quanto riguarda il discorso di Kennedy davanti al muro del 25 giugno 1963 l'"Unità" scriveva: "Kennedy è venuto a Berlino per dire che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di arrivare a una giusta e pacifica soluzione della questione tedesca...si è rifatto all'episodio più pericoloso quando col famoso ponte aereo fu decretata la divisione dell'ex capitale tedesca". Nessun cenno al "io sono un berlinese!" di Kennedy. Aveva ragione il Grande Fratello di Orwell: i vecchi giornali vanno bruciati, sennò le bugie si vedono!
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