Venerdì 10 Febbraio 2012
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Controtendenza

Quel feeling che lega il revisionismo alla democrazia liberale

12 Settembre 2008

Tornando al tema del fascismo, l’interpretazione, a mio avviso, più veritiera e documentata è quella revisionista, che in Renzo De Felice ha trovato la sua espressione più prestigiosa. Ovviamente, trattandosi di vicende riguardanti l’uomo - l’umanità è stata intagliata in un ‘legno storto’, come diceva Immanuel Kant, traducendo in una suggestiva metafora laica l’idea cristiana del peccato originale - il porto della Verità rimarrà sempre irraggiungibile: la ricerca popperianamente “non ha mai fine” e oggi sappiamo che il principio vale non solo per le Humanities ma, altresì, per la fisica, la chimica, la biologia, le stesse matematiche. Quando una teoria - o una interpretazione - viene definita ‘scientifica’ si ha in mente un approccio comparativo, un “più” e un “meno”: la teoria galileiana è più scientifica di quella tolemaica perché è in grado di spiegare più fenomeni e, quindi, di consentire calcoli astronomici più precisi. In campo storiografico, il revisionismo è “più” scientifico rispetto alle tre visioni classiche che i libri di De Felice - ivi compresa la controversa Intervista–hanno letteralmente fatto a pezzi: il fascismo come autobiografia della nazione (Piero Gobetti,l’azionismo e oggi Norberto Bobbio, Luciano Canfora e altri), il fascismo come reazione di classe (i marxisti di ogni colore, la sinistra antagonista), il fascismo come ‘malattia morale’ (i conservatori e, in genere, la destra antipopulista, cattolico-tradizionalista o laica), giacché è in grado di raccordare fatti che le altre tre non sono in grado di spiegare se non facendo ricorso a teorie ‘inconfutabili’ nel senso di Karl Popper. Sennonché insostenibili (o, comunque, datate e unilaterali) sul piano delle scienze storico-sociali, le tre interpretazioni obsolete hanno ricadute non trascurabili nelle menti e nei comportamenti di una consistente area culturale del paese ,che forse spiegano le tante polemiche ideologiche sul passato che ancora continuano ad affliggerci, facendo segnare all’Italia un poco invidiabile primato, quello di polemizzare, come se fosse storia di qualche mese fa, su un regime caduto da più di sessant’anni. (Nella Francia della Restaurazione e della rivoluzione di luglio, Napoleone poteva essere ricordato da Stendhal o da Balzac come se fosse deceduto qualche secolo prima!).

 Iniziamo con ordine. La visione azionista del fascismo come ‘autobiografia della nazione’ finisce - lo hanno fatto rilevare storici come Ernesto Galli della Loggia, Roberto Pertici, Roberto Chiarini e, in genere, la ‘scuola defeliciana’--per contrapporre all’eterna provincia italiana, segnata in negativo da secoli di dominazione straniera e dall’insegnamento antimoderno della Chiesa, una minoranza illuminata e progressista che l’altro ieri scrisse le pagine più belle del Risorgimento e ieri animò la lotta antifascista. Tutta la storia d’Italia, in quest’ottica, è il tentativo di una frazione esigua della borghesia ‘aperta’, rafforzata poi dalle avanguardie proletarie, di ricongiungere l’Italia all’Europa civile, di farci superare il ‘ritardo storico’ accumulato nei secoli della Controriforma, di riportarci all’onor del mondo nelle arti, nelle scienze, nell’economia. A questo tentativo generoso si sarebbe sempre opposta la zavorra della tradizione, la ‘quantità’ nemica della ‘qualità’, colpevole di averci fatto perdere non poche occasioni storiche. Nel 1948, ad esempio, quando il meglio dell’Italia civile era impegnato nel ‘Fronte Popolare’ le masse gregarie delle campagne e delle città (donne, preti, monache), terrorizzate dai Comitati Civici e dagli slogan dei ‘comunisti che mangiano i bambini’ consegnarono il paese al clerico-fascismo, tradendo gli ideali della Resistenza e gli stessi principi posti a fondamento della Costituzione. Con le vittorie elettorali di Berlusconi, la storia si è ripetuta: la legalità - l’ineccepibile risultato delle urne - si è scissa dalla legittimità etico-politica lasciando ai figli dei ‘Padri della Patria’ la malinconica funzione di denuncia e di protesta sugli organi di stampa che raccolgono i sempreverdi ‘gridi di dolore’ che si levano da ogni parte della penisola contro lo scempio che si fa delle istituzioni.

 Se la democrazia liberale è, come s’è scritto tante volte su queste pagine on line, registrazione di bisogni e loro traduzione in leggi e decreti - nel rispetto dei diritti e delle libertà di tutti - e non riforma morale e intellettuale delle masse ovvero pedagogia collettiva intesa ad affermare determinati ideali riguardati come assoluti e preliminari a qualsiasi progetto di vita buona, la tesi del fascismo come disvelamento di vizi antichi è, oggettivamente, la negazione della ‘democrazia reale’ quale viene intesa e praticata negli Stati Uniti. Nell’America anglosassone “l’uomo della strada” è il ‘sovrano e ci si sforza se non di mostrarsi eguale a lui, per lo meno di non urtare la sua suscettibilità in fatto di credenze e di costumi, a differenza che da noi dove l’”uomo qualunque” diventa l’eterodiretto da tenere a bada, l’irresponsabile che, secondo Fortini, dice sempre sì---al padrone, al vescovo, al maresciallo.

 Ben diversa è l’interpretazione del fascismo come reazione di classe. Qui le analisi , aliene da ogni moralismo, sono sostenute da un pensiero robusto, il marxismo, unilaterale quanto si vuole ma capace di scavare a fondo negli eventi storici. Che la borghesia (agraria) abbia incoraggiato o subito (la borghesia industriale) il fascismo è innegabile, anche se gli studi di Piero Melograni e di altri storici dell’economia ne ridimensionano il ruolo: non si può accettare, invece, una ricostruzione della crisi del primo dopoguerra che le metta in mano le carte decisive del gioco politico. In un’economia che rimaneva in misura rilevante un’economia di mercato, il timore di una rivoluzione  che colpisse al cuore l’ assetto sociale fondato sulla proprietà privata poteva ben essere giustificato: Gramsci era un teorico geniale ma il modello politico prefigurato nei suoi Quaderni (con tutto quel parlare di ‘egemonia’ e di ‘blocco sociale’) avrebbe significato in ogni caso, qualora avesse vinto, la guerra civile. La tesi in esame, svolta in maniera coerente e senza gli acrobatismi storicistici, porta all’equazione: “capitalismo in difficoltà = deriva fascista”. Se ne deduce che una forma di governo può dirsi tanto più al riparo dalla tentazione totalitaria delle classi borghesi quanto più si allontana dal mercato e dalla logica del profitto. In altri termini, solo il socialismo e una Repubblica fondata non a parole “sul lavoro” hanno piena legittimazione democratica sicché quanti intendono il liberalismo come ‘sistema di libertà’ e non come sistema di controlli intesi a incatenare il bestione capitalista rischiano di passare per cittadini sospetti, difensori di quel “terribile diritto”, la proprietà appunto, al quale si debbono tutte le tragedie del secolo breve.

 Ad esiti diversi ma non meno antidemocratici porta la terza interpretazione che vede nel fascismo la malattia morale dell’epoca moderna. I suoi sostenitori, rispetto agli azionisti, rivelano uno sguardo più lucido almeno nella misura in cui fanno del fascismo non un episodio provinciale (padano) ma un morbo esteso, con diversi esiti, all’intera Europa. Nell’età delle masse, scrivono nei loro saggi, viene meno ogni senso del limite, Dio e la Tradizione non disciplinano più le passioni umane e l’arena politica si riempie di demagoghi di ogni specie. Se per gli azionisti, il fascismo è antilluminismo radicale, per i fautori della tesi della pestilenza etica, il fascismo è il punto d’approdo, l’esito obbligato dell’illuminismo: in entrambi i casi, però, il turbinio di individui, privi di norme e di ogni senso di responsabilità, dimostra quanto sia pericoloso “far votare tutti” laddove non soccorrano agenzie spirituali radicate nel territorio, capaci di educare quanti abbandonati a se stessi non esiterebbero a seguire i più pericolosi demagoghi. E’ evidente che questa filosofia, per la quale “il mondo è vulgo” senza i pastori delle anime e senza la guida dei segretari regolarmente iscritti al partito, è incompatibile col modello liberaldemocratico, che prende sul serio tanto le richieste del portinaio quanto le richieste del docente universitario, meno evidente è che tale pregiudiziale ‘antiplebea’sta diventando oggi masochistica. Dinanzi a una sinistra culturale che sempre più intende restringere l’ambito delle decisioni riservate ai rappresentanti del popolo sovrano per elevare a norma costituzionale ogni e qualsivoglia diritto e consegnarne poi la tutela al giudice, potrebbe essere l’uomo della strada, infatti, a preservare, con il suo voto, i “pregiudizi” e le ragioni della tradizione, a riconferma delle attitudini conservatrici dell’”imbecilgente”.

 Le tre interpretazioni sommariamente delineate, come si vede, si prestano, in diversa misura, a far da supporto a una concezione non liberale della democrazia (la prima e la seconda) o alla critica della democrazia ispirata a stili di pensiero premoderni (la terza). Col revisionismo storiografico, al contrario, entriamo in un altro continente. L’aver ridato centralità alla dimensione politica e alla crisi delle istituzioni nel primo dopoguerra, l’aver preso in considerazione gli interessi, le speranze, i timori di tutte le parti in causa: da un lato, ha significato un approccio più attento ai fatti, alle dinamiche sociali, ai conflitti dei partiti e alla capacità delle istituzioni di contenerli, dall’altro, contro ogni fatalismo storico ha riproposto, sia pure indirettamente, il tema etico-politico della responsabilità. I nemici della società aperta non erano belve scatenate dall’odio di classe ed esacerbate dalla “relative deprivation” ma persone come noi che alla libertà anteponevano la sicurezza, quella sicurezza che Thomas Hobbes vedeva alle origini dello Stato moderno. Pur nella puntuale e rigorosa ricostruzione degli avvenimenti, la storiografia revisionista è consapevole che quando certi beni primari non vengono assicurati dai governanti democratici i governati si rivolgono ai loro avversari statalisti e autoritari che finiscono per dare soluzioni liberticide a problemi che sono tuttavia reali. (Rosario Romeo non riuscì mai a perdonare a Giovanni Giolitti l’incapacità di difendere le classi borghesi dagli attacchi ad esse rivolti dalle frange estremiste e radicali della sinistra) .

 Ciò che non si tollera nella storiografia revisionista è l’attitudine scientifica a porre tutti gli attori sociali e politici sullo stesso piano, a esaminarne mosse e contromosse senza pregiudiziali ideologiche nel tentativo mai concluso di capire gli uni e gli altri e nella convinzione che solo uno sguardo non prevenuto sul mondo può evitare a quanti hanno a cuore le libere istituzioni di commettere errori irreparabili. E’ un pluralismo della mente che non si converte necessariamente nel pluralismo liberale ma che sicuramente è legato ad esso da un feeling profondo.

 Alla luce di queste considerazioni veder riproporre la ‘vulgata antifascista’ - in una polemica mai apertamente dichiarata col revisionismo defeliciano - fa pensare non tanto a un passatismo storiografico quanto alla difficoltà di scrollarsi di dosso vecchie mitologie del tutto estranee alla natura e allo spirito della “democrazia dei contemporanei”.

 

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