L’obiettivo del referendum sulla legge elettorale è già stato raggiunto un anno fa, alle politiche. Allora gli elettori premiarono la semplificazione del sistema politico e la stessa indicazione – con le dovute proporzioni - è uscita dalle urne delle europee e delle amministrative. Per questo, oggi non c’è un ragionevole motivo per sostenere la campagna a favore del quesito referendario. E’ la linea netta che il Pdl riafferma per bocca dei tre coordinatori Verdini, La Russa e Bondi nel giorno in cui nei palazzi della politica si parla del nuovo “patto” Berlusconi-Bossi dopo la cena di Arcore, sancito dopo il successo elettorale alle amministrative, e del “sì” che, invece, il presidente della Camera Gianfranco Fini proprio oggi ha riconfermato a favore della consultazione popolare: “Vado a votare e lo faccio convintamente”, ha dichiarato. Una posizione peraltro non nuova. Già in passato l’inquilino di Montecitorio aveva espresso apprezzamento e sostegno all’iniziativa di Guzzetta, ma che sul piano politico segnala un nuovo distinguo rispetto alla linea di Berlusconi il quale al Senatur ha confermato che non farà campagna perché “non appare oggi opportuno un sostegno diretto”'. E il Carroccio garantisce sostegno totale sui candidati del Pdl nella partita per i ballottaggi. Partita, peraltro decisiva dopo la messe di Comuni e Province che il centrodestra ha già strappato al Pd da Nord a Sud, eccetto l'enclave rossa dell'Emilia e della Toscana dove tuttavia, la sinistra è costretta ai ballottaggi (Firenze, Prato, Bologna, i casi più eclatanti).
Il Pd e i referendari insorgono e aggiungono benzina al fuoco delle polemiche dipingendo un premier “ostaggio” dei diktat leghisti. In realtà il patto di ferro tra Pdl e Lega – rinsaldata dal voto amministrativo - è molto di più che un’accordo elettorale: è, anzitutto, un’alleanza strutturale che si sostanzia nell’azione del governo e riverbera i suoi effetti positivi sul territorio se è vero come è vero – fa notare il ministro Bondi – che oggi “al nord non ce n’è più partita per nessuno”.
Nelle file del Pdl la mettono giù così. La Russa dice che i referendum attraversano le coalizioni, i partiti e “molto spesso anche i gruppi all'interno di essi; quindi, io credo che il Pdl abbia fatto bene a non impegnarsi nella campagna elettorale. La norma è quella di lasciare libertà, l’eccezione sarebbe stato indicare di votare sì oppure no. Bisogna però dire di andare a votare perchè ci sono i ballottaggi poi sul referendum ognuno decide per sé”. Nessuna polemica, tantomeno scontro tra il premier e il presidente della Camera – rimarca – perché “ciascuno è libero di decidere cosa fare”. E per tagliare la testa la toro ricorda che lui andrà a votare e voterà sì “ma tutti sanno che l'80% di quello che prevede il referendum è già avvenuto con la semplificazione del quadro politico che c’è stata un anno fa. Credo che sia stata una scelta saggia quella del partito di non dare indicazioni tassative sulla scelta del voto”.
Bondi osserva che la linea del presidente del Consiglio è chiara e certamente non c’è alcun nesso tra l’affermazione elettorale della Lega nella tornata elettorale che si è conclusa e la decisione di Silvio Berlusconi di non appoggiare il referendum in accordo con Bossi. Non a caso fa notare che “se anche avessimo preso il 40% non sarebbe cambiato nulla perchè la riflessione nel partito era già maturata da tempo. Nel Pdl ci sono posizioni diversificate, ma nemmeno prima delle elezioni era emersa una posizione di un impegno vigoroso del nostro partito a favore del referendum”. Sulla stessa lunghezza d’onda Verdini che ricorda come e quando l’iniziativa è nata sottolineando che oggi il quadro politico è profondamente mutato al punto che “c’è uno svilimento del significato del referendum, perchè l'obiettivo del quesito è già stato conseguito. Oggi con la legge attuale non c'e' bisogno di altro. Il partito lascia libertà di coscienza ma non si impegnerà certo in campagna elettorale".
Il valore dell’alleanza Pdl-Lega torna nelle parole del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti : ogni volta che c’è una qualche decisione da prendere all'interno della maggioranza “interviene un accordo preciso tra il senatur Bossi e il presidente Berlusconi. Tutto viene sistemato in questa sorta di ‘camera di compensazione’ sulla base di accordi precisi che poi- reggono nei fatti''.
La differenza di ruoli tra Berlusconi e Fini è il concetto sul quale si sofferma il vicepresidente vicario dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello che ai microfoni di Red Tv spiega: “'Berlusconi e Fini hanno due funzioni diverse, per Fini l’etica della convinzione può prevalere su quella della funzionalità. Io penso sia cambiato lo scenario da quando il referendum è stato proposto, prima c'era una frammentazione politica maggiore, in quel momento la concessione del premio di maggioranza era sub iudice, mentre oggi Pdl e Pd esistono ed il quadro politico si e' semplificato”.
Analisi che respingono al mittente i tentativi di costruire - ad arte - l’ennesimo incidente politico tra il premier e il presidente della Camera in chiave Pdl. Ma a ben guardare, i distinguo di Fini, almeno sulla vicenda referendum, nei ranghi del nuovo partito vengono relegati in secondo piano. La priorità è un’altra. E il voto per le amministrative lo ha ampiamente dimostrato. (L. B.)



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