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Odio il lunedì

Il Pdl deve restare unito con il leader o affonderemo in mille correnti

2 Febbraio 2010

Il dibattito sui problemi e sul futuro del Pdl avviato da Sandro Bondi affronta e unisce due temi. Uno rappresenta un capitolo classico della storia dei partiti. L’altro - sia detto senza alcun intento denigratorio - incarna piuttosto un residuo paretiano di partitocrazia tutto italiano.

 

Quando i partiti iniziarono a dotarsi di organizzazioni territoriali come conseguenza dell’allargamento del suffragio - eravamo a metà dell’Ottocento - in Gran Bretagna, sul fronte liberale, si sviluppò una guerra intestina tra il leader carismatico, il mitico Gladstone, e il dominus dell’organizzazione, colui che aveva impiantato le radici del partito lungo i territori delle contee, che rispondeva al nome di Chamberlain. Per la prima volta andò così in scena il conflitto tra leadership e apparato. Nel pieno della tenzone, successe che sul territorio gli uomini che oliavano la macchina del partito e ne alimentavano gli ingranaggi si accorsero che del leader non potevano fare a meno, perché era lui che concedeva loro legittimazione e forza politica. Cosicché Chamberlain fu costretto ad andarsene e a fondare un altro partito, mentre in casa liberale, chiarito l’equivoco, si stabilì finalmente quell’alleanza tra carisma e organizzazione nella quale il più grande sociologo moderno, Max Weber, scorse gli embrioni dei partiti dell’era mediatica.

 

Nel Pdl si sta riproducendo questo schema. Non è in discussione la possibilità del territorio di esprimere la sua influenza, soprattutto in occasione delle elezioni amministrative. Ma questa forza non può essere autoreferenziale, e soprattutto non può pensare di minare la legittimità della leadership. Anche perché se così fosse, col passare del tempo, priva di vincoli e di autocontrollo, depotenziando la fonte del carisma, l’organizzazione finirebbe per erodere la sua stessa legittimazione.

E qui entra in gioco il residuo partitocratico, al quale ha fatto riferimento Fabrizio Cicchitto sulle pagine del Giornale. Egli insiste sulla diversa natura dei due principali partiti confluiti nel Popolo della Libertà. Mentre Forza Italia sarebbe l’aggregazione di persone approdate alla politica all’ombra del carisma di Silvio Berlusconi, per prassi e statuto mai organizzatesi in correnti, la consolidata strutturazione correntizia di Alleanza nazionale ha giocato invece un ruolo importante nella penetrazione territoriale di quel partito.

Come conseguenza di questo ragionamento, nel momento in cui il rapporto tra leadership e organizzazione viene rimesso in discussione, ci si troverebbe di fronte a una pericolosa asimmetria. Quella per cui, a conti fatti, pur col suo 30% di originaria rappresentanza, An sarebbe destinata a incrementare il suo potere di insediamento grazie all’impiego di una formula organizzativa - la corrente, per l’appunto - inibita ai «notabili» provenienti da Forza Italia. Cicchitto non lo dice ma lo lascia intendere: nella parte di Pdl che si riconosce nella vecchia An vi sono berlusconiani, agnostici e anti-berlusconiani. Queste «scuole di pensiero» sono organizzate in correnti distinte, ma non hanno smarrito il riferimento a una comune famiglia politica, e giocando i propri ruoli sullo scacchiere, organizzandosi, finiranno inevitabilmente per occupare spazi sempre più ampi nel nuovo partito, indipendentemente dalle «quotazioni» di partenza.

 

Come evitare che questo avvenga? Io non credo che la soluzione al busillis possa essere la formazione di una corrente contrapposta formata dagli «ex» di Forza Italia. Anche se lo volessimo, non ne saremmo capaci. E comunque, l’uovo di colombo non può risiedere negli assi preferenziali, nelle convergenze parallele, nelle formule geometriche che sanno di muffa fin dal nome con cui le si identifica. Confido piuttosto in un’unica ricetta possibile: quella di dar vita a una classe dirigente politica coesa e responsabile, in grado di affiancare la leadership carismatica e di supportarla. E, soprattutto, capace di evitare che il ruolo delle organizzazioni territoriali possa sconfinare nel prevalere di particolarismi che, se non disciplinati, finiranno per minare alla base la forza unificante della leadership: di quella di oggi o di quella di domani. Solo se questa classe politica nascerà, «reclutando» i suoi effettivi fra le file di Forza Italia e di An, e cooptando energie indispensabili dalla «generazione Pdl», il nostro partito potrà essere un protagonista della nuova Italia. In caso contrario, si tratterà di una parentesi destinata a chiudersi con l’entusiasmante stagione che stiamo vivendo, animata dalla forza carismatica, nazionale e popolare di Berlusconi. In tal caso, ognuno sarà destinato a prendere il largo con la propria corrente, il proprio segmento più o meno angusto, a bordo della propria piccola scialuppa. E se questo dovesse accadere, a perderci sarà non solo il Pdl ma il Paese, perché la diaspora dei liberali e dei moderati renderebbe inevitabile un processo di frammentazione che nessuna democrazia moderna ed efficiente può sopportare.

 

Commenti
carlo cetteo Cipriani
02/02/10 11:14
è un grave problema
Quello posto dall'on. Quagliarelo è un ben importante problema. Ma c'è anche da osservare che un partito è formato da uomini, con intelligenze più o meno sviluppate. Va bene il leader carismatico, ma un partito non si può esaurire in ciò. Indubbiamente egli crea il presupposto per un movimento coeso ma crea poco coinvolgimento negli elementi più svegli ed attivi. Costoro hanno spesso idee non collimanti e sono nel dubbio se tacere (per non danneggiare il partito) o parlare per dare un contributo d'idee positivo. A livello centrale alcuni (una decina ?) riescono a ritagliarsi uno spazio di parola ed intervento. Ma tutti gli altri ? ed a livello locale ? Che possibilità hanno di contribuire a far ''crescere'' il partito-movimento ? Fra l'altro col sistema elettorale attuale si arriva ai vertici per scelta dei capi ( o del solo Berlusconi, secondo le accuse dell'opposizione), senza possibilità di emergere per lavoro politico sul campo. Forse le correnti diventano uno strumento per avere visibilità e poter dare un contributo propruio al sistema.
Palinson
03/02/10 01:16
Berlusconi è il miglior lunedì
è ANCORA una mente vigorosa,desiderosa di migliorare nel G20 e va lasciato lavorare in pace,soprattutto risolvendo lle brutture della magistratura e dei media di sinistra
Anonimo
03/02/10 10:30
caro quagliariello, so che
caro quagliariello, so che probabilmente quanto sto per dire ti farà venire i brividi...ma non ti sembra che il pdl così come forza italia prima di esso, si basi sul modello del tanto detestato centralismo democratico?
Guido Guastalla
03/02/10 17:57
Il PDL deve restare unito
Chi non è d'accordo con il partito carismatico? I partiti di insediamento sociale di massa di sinistra e di destra non hanno dato buona prova di sé nel '900, e spesso hanno prodotto i totalitarismi più terribili. Ma il partito carismatico si trova a dover affrontare problemi non da poco; se è vero che il carisma del leader è fondamentale come elemento aggregante del consenso (vedi l'ultimo exploit di Berlusconi in Israele) si pone anche il problema di una classe dirigente che venga selezionata attraverso una corretta concorrenza sul territorio fra personalità capaci di aggregare il consenso e di svolgere correttamente attività sul piano amministrativo e politico. In asssenza di questo il partito perde la sua capacità di presa e di egemonia(certo non nel senso del principe gramsciano) nei confronti della società civile, le stesse associazioni della società civile perdono la capacità sussidiaria di organizzare la trasmissione e la creazione delle idee di rinnovamento, e il rischio in definitiva è quello di perdere progressivamente la capacità maggioritaria di aggregazione del consenso sul territorio. In questo caso nel centro-destra la concorrenza non sarà più interna al PDL ma verrà dalla Lega e dalla sua capacità di ascoltare i bisogni della gente e di promuovere una classe di amministratori e di politici sul territorio che non sia di apparato ma che riproduca il carisma del leader. Attualmenete la nomina dei dirigenti locali, provinciale, regionali e dei deputati e senatori è affidata ad una ristretta oligarchia centralizzata e burocratizzata spesso all'insaputa del leader: vedi Puglia ed altre regioni, secondo criteri che ben poco hanno a che vedere con l'obbiettivo del massimo risultato elettorale e la capacità di ben governare. Inoltre spesso si promuovono solo persone che in realtà sono solo yes men, senza visioni ideali alte, senza cultura, senza valori. Penso che le belle teorie dovrebbero confrontarsi con un esame attento della realtà effettuale, ed essere verificate, prima che la verifica venga da risultati non previsti, ma forse prevedibili. Guido Guastalla Presidente Società aperta Livorno federata Fond. Magna carta
16/02/10 16:07
la crisiavete visto cosa sta succedendo!!!!!!!!!!!!!!!
le idee non sono tutte uguali ma ci sono anche quelle stradeggiche!!!!!!!! o inviato questo messaggio anche a mara la crisi non e finita finiamola di spreculare soldi.il mio progetto vi dico di piu "i soldi non si perdono ma vanno triplicati"ristabbilendo tranquillita,lavoro e ripresa dell"economia al100% .come tutto questo il 3millennio dio berlusconi diventera!!!!!!!!!!!!!!!!
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