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Storie poco ufficiali

Riflessioni sull'Europa di un europeista atipico ma ancora entusiasta

24 Agosto 2008

C’era un estremo bisogno di un libro come quello che Riccardo Perissich ha regalato al pubblico italiano. Il suo L’Unione europea. Una storia non ufficiale (Longanesi, 2008) è uno di quei testi che riesce ad unire narrazione storica e autorevoli punti di vista di un personaggio che è stato, e per certi versi è ancora, contemporaneamente spettatore e protagonista del percorso di integrazione europea.

Il primo grande pregio del volume è la sua scorrevolezza e facilità di lettura, anche nelle parti di maggiore analisi specialistica. Rendere un tema come l’integrazione comunitaria appealing per il lettore meriterebbe già di per sé una menzione d’onore. Ma la fluidità della scrittura è direttamente legata all’approccio di Perissich al tema: nessuno spazio per la “melassa” del politically correct.

Il secondo grande merito del volume sta proprio nel suo essere il frutto della riflessione di un europeista atipico: euro-entusiasta senza essere idealista, euro-pragmatico senza abbandonarsi al pessimismo o al cinismo. Grazie a queste attitudini e alla sua lunghissima esperienza nelle istituzioni, accanto a Spinelli e ad Antonio Giolitti, ma anche con incarichi ancor più rilevanti come quello di direttore generale del mercato interno nella fase cruciale di completamento del Mec, l’autore offre un affresco di una completezza assoluta.

Ebbene in questo quadro dove la ricostruzione storica occupa una posizione di rilievo Perissich conduce il lettore per mano in tutti i passaggi decisivi del percorso di integrazione e si sofferma in particolare sui momenti di crisi sottolineando cioè più i punti oscuri che quelli coronati da successo, mettendo in evidenza più le contraddizioni che gli ottimi risultati, mosso dalla convinzione che l’attuale congiuntura impone all’Europa di allargare il suo sguardo verso il futuro, piuttosto che ripiegarsi su sé stessa e sul suo passato glorioso.

Un approccio di questo genere non implica sottostimare il grandioso significato della Dichiarazione Schuman, il successo travolgente dei Trattati di Roma o tanto meno il fondamentale traguardo dell’euro. Ma significa continuare a trovare risposte all’attuale situazione di impasse anche in un passato che, se osservato da vicino, non è certo scevro di insuccessi e passi falsi.

Ecco il terzo grande merito: scardinare ad uno ad uno una serie impressionanti di falsi miti che troppo spesso fanno da corollario ad un europeismo solo teorico. Un euro-entusiasta come Perissich non ha timori reverenziali nel denunciare la scarsa trasparenza delle istituzioni europee e ad affermare come, per Bruxelles, si debba parlare di una “quasi capitale” e per la Commissione di un “quasi Governo”. In questa direzione l’autore ricorda, a chi l’avesse dimenticato, che il pregio maggiore di quella grande avventura che è la costruzione europea risiede nel suo carattere flessibile. Schuman e Monnet, grandi menti visionarie dei primi anni Cinquanta, non concepirono l’unificazione europea regolata da standard di rigidità. Al contrario essi pensavano a solidarietà di fatto su alcuni punti limitati e decisivi, convinti che l’integrazione degli interessi avrebbe progressivamente trascinato con sé l’amalgama politica. Ecco la grande forza della loro proposta, ma anche la contemporanea tremenda debolezza.

Creando un ibrido istituzionale, infatti, l’Europa si inchinava alla possibilità che giungessero letture anche non univoche dell’unificazione continentale. Quella degli anni Sessanta, portata avanti da de Gaulle, si mosse proprio in questa direzione: primato intergovernativo e garanzia di veto francese su qualsiasi decisione. Due dati negativi e uno positivo all’uscita del decennio gollista: l’immobilismo europeo nella crisi energetica degli anni Settanta e il principio dell’unanimità oramai assurto a dogma nelle decisioni europee. Accanto a questi due passi falsi il successo dell’adesione britannica. Anche su questo punto il testo evita di essere banale e di ripetere i soliti slogan (per molti aspetti anche motivati) a proposito dell’euro-scetticismo britannico. L’autore non lesina le critiche, in particolare all’operato di Margareth Thatcher sulla questione del “rimborso” britannico, giustificato in termini assoluti (frutto di una politica agricola e di fondi strutturali per nulla favorevoli alla Gran Bretagna), ma deprecabile in quanto mosso da finalità politiche più sottili. Ma allo stesso tempo sottolinea le gravi carenze di unità di intenti degli altri Paesi europei nel momento in cui si sarebbe dovuto fare fronte comune per mostrare a Londra una certa idea di europeismo solidale e legato più all’interesse generale che non a quello nazionale. E soprattutto si sofferma su un altro dato solitamente trascurato: la cosiddetta “perfida Albione”, liquidata come realtà insulare, è in realtà una presenza indispensabile per il processo di costruzione europea. Se così non fosse non si comprenderebbero gli sforzi compiuti da tutti i Paesi del nucleo storico dell’Unione (eccetto Parigi naturalmente) per favorire questo ingresso, quasi sempre avversato dai due principali partiti britannici per ragioni specularmente opposte (troppo dirigismo per i conservatori; troppo liberismo per i laburisti fine anni Settanta).

Proprio il contenzioso che vide protagonista la Lady di Ferro nel 1984, annoverò tra i suoi protagonisti anche Jacques Delors. Il tributo che il libro offre al Presidente della Commissione per dieci decisivi anni (dal 1985 al 1995) non è di quelli di facciata. Perissich ricorda che il grande merito di Delors fu quello di trovare una nuova missione per l’Europa, specificatamente il completamento del mercato comune. L’europeismo di altissimo livello di Delors si è manifestato nella sua capacità di leadership pragmatica e moderata, che non a caso ha condotto ai successi del Consiglio europeo di Milano del 1985, (che segnò la fine del compromesso del Lussemburgo e introdusse, anche se solo per alcune materie, il voto a maggioranza qualificata), dell’Atto unico europeo del 1986 e della firma del Trattato di Maastricht del 1992. L’evidente insistenza con la quale l’autore si sofferma sulle doti di leadership e sulla capacità di visione di lungo periodo di Delors implicitamente testimonia di quanto l’attuale impasse dell’Europa sia in larga parte dovuta proprio ad un vuoto di personalità in grado di individuare una nuova missione per l’Europa.

Una così diffusa analisi non manca di soffermarsi su altri due passaggi chiave del percorso europeo. Da un lato l’interesse ad osservare da vicino l’europeismo all’italiana. Ne esce un quadro abbastanza spietato di quella che Perissich definisce la “sindrome di Calimero”. Senza dimenticare il contributo offerto alla causa europea da personalità quali De Gasperi, Martino, Colombo, Segni, Spinelli, Craxi, Andreotti e Ciampi, non è possibile tacere dei limiti dell’europeismo nazionale. Se ogni Paese tende a proiettare all’esterno l’immagine che ha di se stesso, come si può dare torto a Perissich quando afferma: “noi ci siamo presentati in Europa con quel misto di complessi di inferiorità e di autocompiacimento, di passione e di cinismo, soprattutto di individualismo sfrenato caratteristici del costume nazionale”. L’incapacità italiana di “fare sistema” all’interno delle istituzioni europee e il continuo imporsi di logiche divisive e scarsamente condivise finisce per sminuire le possibilità del Paese ogni volta che proietta il suo operato fuori dai confini nazionali, dunque a maggior ragione nelle sedi comunitarie.

L’altro punto qualificante affrontato è quello del rapporto euro-atlantico. Ancora una volta è un’immagine affascinante quella che ci propone l’autore. Come l’ombra di Banco nel Macbeth, la presenza degli Usa nei rapporti con l’Ue molto spesso si rivela frutto dell’immaginazione, per poi scoprire che l’America “reale” è molto differente da quella “virtuale” che gli europei immaginano. La difficile fase che stanno attraversando i rapporti euro-atlantici è frutto di qualcosa di più profondo e complesso che non siano la scelta antiamericana di Chirac o l’opzione unilaterale di Bush. I problemi hanno radici più profonde e si devono individuare in quella che Perissich descrive come “asimmetria politica, militare e in parte economica” che contraddistingue le due sponde dell’Atlantico. Un possibile punto di ripartenza dei rapporti euro-atlantici può essere determinato dal nuovo approccio francese verso Washington. Se i segnali di rottura del cosiddetto consenso gollista-mitterrandiano avviata da Sarkozy saranno confermati, potrà forse aprirsi qualche spiraglio per una nuova partnership euro-atlantica. L’Europa dovrà però liberarsi dall’immagine del “gigante buono” amico degli Usa, ma refrattario ad assumersi impegni pericolosi. Dal canto loro gli Usa dovranno comprendere che ritrovare la via dell’Europa significherà prima di tutto limitare la propria potenza.

Come si è cercato di mostrare in questa Storia non ufficiale dell’Unione europea non mancano le analisi critiche e fuori dagli schemi consueti, ma non manca nemmeno un importante corollario propositivo. Perissich non nasconde il suo apprezzamento per il significato simbolico dell’allargamento ai Paesi dell’ex-blocco sovietico, ma allo stesso tempo ne critica le modalità di realizzazione (“sono stati ammessi in un club di cui i membri precedenti non avevano definito la vera ragione sociale”). Frena poi in maniera risoluta riguardo ad eventuali nuovi allargamenti e in particolare dice “no”, almeno in questa fase, all’apertura delle porte dell’Ue ad Ankara. Opinioni a tutto campo non potevano trascurare un giudizio sulle spesso citate “cooperazioni rafforzate”, peraltro previste dal Trattato di Lisbona e giudicate da molti come l’unica via d’uscita dallo stallo decisionale per l’Europa a 27. Perissich è categorico: sono un’opzione, possono rompere l’impasse ma non sono una panacea e soprattutto non servono a risolvere né il problema della politica estera comune né quello del completamento della riforma delle istituzioni. Oggi l’Europa è in preda ad una tragica paura: quella di perdere la sua sfida con la globalizzazione. Necessita in maniera spasmodica di un ruolo, di una missione.
Come dimostrato dalla recente crisi nel Caucaso gli strumenti a disposizione delle istituzioni comunitarie non sono ancora sufficienti, ma la volontà politica (in questo caso mostrata da Sarkozy) può in parte fungere da surrogato a queste carenze.

Tra le righe del fondamentale testo di Perissich la missione è delineata in maniera abbastanza nitida.  Ratificare il Trattato di Lisbona (secondo la logica che troppo spesso il meglio è nemico del bene), scegliere finalmente leader volontaristi e pragmatici per i ruoli chiave che esso prevede ed impegnarsi concretamente in quella che è la missione cruciale per il secondo cinquantennio di vita dell’Europa unita: lavorare per arrivare al traguardo di una politica estera e di difesa il più possibile comune, da condurre in maniera coordinata con lo storico alleato americano.

R. Perissich, L’Unione europea. Una storia non ufficiale, Longanesi, 2008
 

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