La discussione sulla figura di Craxi che si sta svolgendo nella ricorrenza del decennale della scomparsa rischia di non risultare fruttuosa. Da una parte ci sono i difensori d’ufficio che, lamentando un eccesso di livore nei suoi confronti, ne rivendicano i meriti. Dall’altro ci sono i detrattori sistematici, che continuano a ritenere Craxi responsabile di tutti i mali della nostra vita politica. In sostanza il decennale, anziché essere un’occasione di ripensamento critico, rischia di risolversi in un dialogo fra sordi che non aiuta la comprensione del passato e la costruzione del futuro. Il fatto è che per intendere l’operato di Craxi, evitando un giudizio sommario (sia esso di condanna o di apprezzamento), è indispensabile caratterizzare temporalmente le varie fasi della sua attività pubblica.
L’uomo politico milanese diventa segretario del partito nel luglio del 1976, dopo che alle elezioni del giugno la strategia del suo predecessore, De Martino, aveva portato il Psi al minimo storico del 9,6%. Convinto che la politica di acquiescente subordinazione al Pci risulti suicida, Craxi riscopre l’autonomia socialista nel solco del migliore insegnamento nenniano. La polemica con i comunisti investe sia gli aspetti culturali (ricordiamo le polemiche su Gramsci e su socialismo e democrazia svoltasi sulle colonne di Mondoperaio), che quelli più direttamente politici (basti pensare alla opposizione alla linea della fermezza durante il rapimento Moro). Pure, la politica craxiana non è indirizzata solo al duello a sinistra, ma presta attenzione a quelli che un politologo chiamerebbe gli aspetti sistemici. Nel settembre del 1979, cogliendo l’esaurimento della spinta propulsiva della prima repubblica, in un editoriale sull’Avanti! rileva la necessità di una grande riforma che dia funzionalità ed efficienza a un regime politico avviato alla sclerosi.
A questa stagione, che possiamo definire della messa a punto programmatica, segue la fase dell’impegno nelle istituzioni. Dopo le elezioni del 1983, pur se il suo partito ha conseguito solo un modesto incremento percentuale (11,4%), approfittando di una circostanza strutturale, la crisi del partito di maggioranza relativa (incapace di selezionare una classe dirigente di valore), e di un vantaggio particolare (la presenza del socialista Pertini al Quirinale) riesce a diventare presidente del consiglio, rimanendo a Palazzo Chigi per tutta la legislatura.
Nel quadriennio della nona legislatura ottiene risultati non disprezzabili. In primo luogo abbiamo una sorta di rivoluzione culturale. Contrastando la tendenza ai governi deboli e di breve durata, tipici dell’ordine doroteo, afferma, con la prassi, l’importanza di esecutivi stabili ed autorevoli per assicurare continuità ed efficacia all’azione di governo. Sul piano pratico si segnalano alcune scelte significative. La riforma dei regolamenti parlamentari che impone il voto palese consente una maggiore coesione delle maggioranze, evitando il ricatto dei cosiddetti "franchi tiratori". Dal punto di vista delle politiche economiche degno di rilievo è il decreto sulla scala mobile che interrompe il consociativismo governo/sindacati e spezza per sempre la spirale inflazionistica. Decisivo a tal proposito è l’atteggiamento assai fermo tenuto sul referendum promosso dal partito comunista per ripristinare la scala mobile.
Le dolenti note cominciano all’indomani delle elezioni anticipate del 1987, che pure segnano un discreto incremento elettorale (14,3%). In questi anni finali della prima repubblica Craxi non riesce più a impostare e perseguire una linea politica credibile. Il progetto della grande riforma non solo non si precisa in una definita opzione costituzionale (presidenzialismo all’americana, semipresidenzialismo alla francese, premierato forte), ma non mette più in discussione il proporzionalismo spinto che era il tratto distintivo della costituzione materiale della prima repubblica. Sul piano dei rapporti a sinistra, poi, non viene colta l’occasione offerta dalla caduta del muro di Berlino, per reimpostare i rapporti con un partito comunista in grave crisi d’identità. Pensando di avere una rendita di posizione non scalfibile (cioè quella di ago della bilancia) Craxi si affida a una navigazione di piccolo cabotaggio, perdendo man mano influenza. Rivelatore di questa deriva è il referendum sulla preferenza unica del 1991. In quella occasione anziché nicchiare, come fanno saggiamente i maggiorenti Dc, invita gli elettori a disertare le urne, senza intendere che su quel quesito marginale si canalizzerà in modo massiccio il malumore popolare (i "sì" all’abrogazione arrivano al 95,6 %). La scarsa lucidità di questi anni spiega in buona parte anche la parabola finale del suo percorso. Al momento della crisi finale della prima repubblica, logorato da anni di scelte sbagliate, diventa il comodo capro espiatorio delle malefatte democristiane.
In sintesi, riconsiderare la figura e l’opera di Craxi è doveroso, farlo senza criminalizzare la sua azione è opportuno, ma per capire la ingiusta damnatio memoriae di cui è stato vittima non bisogna valutare in modo acritico il suo operato.


Si giudica Craxi o il circo politico giudiziario?
Nel decennale della morte di craxi
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