Venerdì 10 Febbraio 2012
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Pro o contro Bettino

Prima di condannare o assolvere Craxi bisogna ripercorrere la storia d'Italia

12 Gennaio 2010

La discussione sulla figura di Craxi che si sta svolgendo nella ricorrenza del decennale della scomparsa rischia di non risultare fruttuosa. Da una parte ci sono i difensori d’ufficio che, lamentando un eccesso di livore nei suoi confronti, ne rivendicano i meriti. Dall’altro ci sono i detrattori sistematici, che continuano a ritenere Craxi responsabile di tutti i mali della nostra vita politica. In sostanza il decennale, anziché essere un’occasione di ripensamento critico, rischia di risolversi in un dialogo fra sordi che non aiuta la comprensione del passato e la costruzione del futuro. Il fatto è che per intendere l’operato di Craxi, evitando un giudizio sommario (sia esso di condanna o di apprezzamento), è indispensabile caratterizzare temporalmente le varie fasi della sua attività pubblica.

L’uomo politico milanese diventa segretario del partito nel luglio del 1976, dopo che alle elezioni del giugno la strategia del suo predecessore, De Martino, aveva portato il Psi al minimo storico del 9,6%. Convinto che la politica di acquiescente subordinazione al Pci risulti suicida, Craxi riscopre l’autonomia socialista nel solco del migliore insegnamento nenniano. La polemica con i comunisti investe sia gli aspetti culturali (ricordiamo le polemiche su Gramsci e su socialismo e democrazia svoltasi sulle colonne di Mondoperaio), che quelli più direttamente politici (basti pensare alla opposizione alla linea della fermezza durante il rapimento Moro). Pure, la politica craxiana non è indirizzata solo al duello a sinistra, ma presta attenzione a quelli che un politologo chiamerebbe gli aspetti sistemici. Nel settembre del 1979, cogliendo l’esaurimento della spinta propulsiva della prima repubblica, in un editoriale sull’Avanti! rileva la necessità di una grande riforma che dia funzionalità ed efficienza a un regime politico avviato alla sclerosi.

A questa stagione, che possiamo definire della messa a punto programmatica, segue la fase dell’impegno nelle istituzioni. Dopo le elezioni del 1983, pur se il suo partito ha conseguito solo un modesto incremento percentuale (11,4%), approfittando di una circostanza strutturale, la crisi del partito di maggioranza relativa (incapace di selezionare una classe dirigente di valore), e di un vantaggio particolare (la presenza del socialista Pertini al Quirinale) riesce a diventare presidente del consiglio, rimanendo a Palazzo Chigi per tutta la legislatura.

Nel quadriennio della nona legislatura ottiene risultati non disprezzabili. In primo luogo abbiamo una sorta di rivoluzione culturale. Contrastando la tendenza ai governi deboli e di breve durata, tipici dell’ordine doroteo, afferma, con la prassi, l’importanza di esecutivi stabili ed autorevoli per assicurare continuità ed efficacia all’azione di governo. Sul piano pratico si segnalano alcune scelte significative. La riforma dei regolamenti parlamentari che impone il voto palese consente una maggiore coesione delle maggioranze, evitando il ricatto dei cosiddetti "franchi tiratori". Dal punto di vista delle politiche economiche degno di rilievo è il decreto sulla scala mobile che interrompe il consociativismo governo/sindacati e spezza per sempre la spirale inflazionistica. Decisivo a tal proposito è l’atteggiamento assai fermo tenuto sul referendum promosso dal partito comunista per ripristinare la scala mobile.

Le dolenti note cominciano all’indomani delle elezioni anticipate del 1987, che pure segnano un discreto incremento elettorale (14,3%). In questi anni finali della prima repubblica Craxi non riesce più a impostare e perseguire una linea politica credibile. Il progetto della grande riforma non solo non si precisa in una definita opzione costituzionale (presidenzialismo all’americana, semipresidenzialismo alla francese, premierato forte), ma non mette più in discussione il proporzionalismo spinto che era il tratto distintivo della costituzione materiale della prima repubblica. Sul piano dei rapporti a sinistra, poi, non viene colta l’occasione offerta dalla caduta del muro di Berlino, per reimpostare i rapporti con un partito comunista in grave crisi d’identità. Pensando di avere una rendita di posizione non scalfibile (cioè quella di ago della bilancia) Craxi si affida a una navigazione di piccolo cabotaggio, perdendo man mano influenza. Rivelatore di questa deriva è il referendum sulla preferenza unica del 1991. In quella occasione anziché nicchiare, come fanno saggiamente i maggiorenti Dc, invita gli elettori a disertare le urne, senza intendere che su quel quesito marginale si canalizzerà in modo massiccio il malumore popolare (i "sì" all’abrogazione arrivano al 95,6 %). La scarsa lucidità di questi anni spiega in buona parte anche la parabola finale del suo percorso. Al momento della crisi finale della prima repubblica, logorato da anni di scelte sbagliate, diventa il comodo capro espiatorio delle malefatte democristiane.

In sintesi, riconsiderare la figura e l’opera di Craxi è doveroso, farlo senza criminalizzare la sua azione è opportuno, ma per capire la ingiusta damnatio memoriae di cui è stato vittima non bisogna valutare in modo acritico il suo operato.

 

 

Commenti
vanni
12/01/10 13:58
Si giudica Craxi o il circo politico giudiziario?
Ma non è fuorviante porre quale fulcro della discussione attuale il giudizio sulla caratura di statista di Craxi? Già il fervore della discussione fa pensare. Non è in ballo piuttosto il giudizio su un recente periodo della storia italiana, che si ripercuote massicciamente sul presente? La deforme commistione di politica e giustizia è ancora adesso d'attualità rovente; nel giudizio sono addirittura direttamente coinvolti diversi attori che infestano tuttora il palcoscenico politico, è coinvolto il loro comportamento (non lo vorremo mica chiamare un modo di far politica, vero?). Prendendo ad esempio Dipietro, il caso più pernicioso e toccante al tempo stesso, lui mica attacca Craxi: sta difendendo semplicemente se stesso in termini di credibilità. Craxi - comunque se ne giudichi l'operato - per la rilevanza della sua personalità è assurto a simbolo, quale non potrà essere (per dire un'opinione e fra cent'anni, intendiamoci) Arnaldo Forlani. E' in discussione una bazzeccola, che la personalità di Bettino Craxi illustra con la sua vicenda: il ruolo di una magistratura opportunamente egemonizzata ad esercitare certe scelte oltre il cittadino.
pietro ancona
13/01/10 19:56
Nel decennale della morte di craxi
IL DECENNALE DELLA MORTE DI CRAXI ^ Il 12 luglio del 1976 mi trovavo a Roma per una riunione della CGIL. Saputo che all'Albergo Midas era riunito il Comitato Centrale del PSI decisi di andarci. Nella Hall dell'albergo c'erano i socialisti che passeggiavano a gruppetti forse in una pausa dei lavoro. Solo, seduto su un divano, c'era Francesco De Martino che rosicchiava nervosamente uno stecchino. Era di un pallore che tralignava nel giallo. I maggiorenti socialisti che fino a ieri si piegavano in due per ossequiarlo gli camminavano davanti come se fosse parte della tappezzeria. Mi fece davvero una fortissima impressione questa scena dal vivo di una congiura di palazzo con defenestrazione del Segretario del Partito. Francesco De Martino aveva guidato il Partito con grande onestà personale ma altrettanta indolenza. Era troppo uomo di studi per farsi assorbire completamente dai gravosi impegni della sua carica. Gli piaceva andare a caccia allevare canarini ed insegnare storia del diritto romano di cui era uno dei più grandi cultori. Negli ultimi anni forse si era convinto della inutilità della esistenza di due partiti della sinistra, il grosso pci ed il nervoso psi. Forse si era convinto che il centro-sinistra fosse una esperienza in perdita a fronte della predominanza dc. Inoltre, il PCI e la DC tendevano a colloquiare " ad inciucire" come si direbbe oggi sulla testa dei socialisti. Credo che considerasse esaurita l'esperienza del PSI difronte alla notevole trasformazione in senso socialdemocratico del PCI. La parola d'ordine della sua ultima campagna elettorale fu: "mai più al governo senza i comunisti". Il PSI naturalmente perdette quote consistenti di elettorato riducendosi sotto il 10% soglia allora considera pericolosa per la sua stessa sopravvivenza. Rispetto al 68 il PSI perdeva quasi un terzo del suo elettorato. Il putsh fu voluto da Giacomo Mancini ed ebbe come protagonisti Bettino Craxi, Claudio Signorile ed Enrico Manca. Tre giovani colonnelli. Signorile rappresentava l'ala sinistra del PSI, Craxi l'ala automista e Manca era Gano di Magonza, il demartiniano che pugnalava alla schiena il suo maestro e benefattore. Poi lo scoprimmo uomo della P2. Al Congresso di Torino del 79, dove ebbi l'amarissima sorpresa di trovare il simbolo dei Partito (falce, martello, sole nascente e libro) sostituito dal funereo Garofano, Craxi si era giù liberato di Manca e si accingeva a governare da solo relegando Signorile al ruolo di capo della opposizione interna. Aveva già le idee chiare sul da farsi. Prima di tutto liquefare il Partito con l'abolizione del Comitato Centrale che era un organismo di vero controllo e decisione a favore di un Consiglio Nazionale dove imbarcò molti cosidetti rappresentanti della società civile, una sorta di arca di noè di predisposti allo abbandono della nave in caso di pericolo ma di profittarne per saccheggiarne la cambusa ed i mari circostanti. Cinque anni dopo, al Congresso di Verona trasformato in una sorta di corrida di pretendenti a tutto, alle cariche, alle ricchezze, ai posti, con una platea di fanatizzati che batteva minacciosamente i piedi su un tavolato che rimbombava sinistramente, attaccava il Parlamento come "parco buoi", fischiava Berlinguer, mandava oscuri e cifrati messaggi ai capi della DC, dava una rappresentazione della politica corsara di "Ghino di Tacco" il bandito malandrino che si appostava per derubare i passanti. Il Congresso era dominato da simboli massonici fin troppo eclatanti. Vi fece la comparsa anche la Piramide con Occhio in quello di Palermo. Il glorioso partito socialista era finito forse per sempre. Sopravvivevano persone limpidissime come Riccardo Lombardi, Antonio Giolitti. Altri erano stati cacciati via dopo essere stati insultati come "intellettuali dei miei stivali." La bellissima figura di Tristano Codignola ed i tanti come lui che davano lustro al socialismo italiano nella scuola e nella cultura venivano sbeffeggiati ed allontanati. I nuovi astri tutti personaggi interpreti di una politica senza valori e di mero potere come De Michelis, Martelli,la Ganga e tanti tanti altri. Lo stesso Signorile divenne la sinistra "ferroviaria" un modo per descrivere le sue prevalenti attenzioni correntizie. Le idee divennero un puro orpello. L'ossessione del potere e dello "spazio vitale" dei socialisti divenne la paranoia prediminante nel Partito di Craxi. I risultati furono assai modesti. Non si recuperarono mai il 15% del 68. Il massimo fu un 14,2 che spingeva sempre di più il PSI nel vicolo cieco del partito indispensabile per fare maggioranza ma niente di più. La cosa peggiore del suo governo fu la cancellazione del tratto laico del PSI. Rinnovò e peggiorò i patti lateranensi mal consigliato da Gennaro Acquaviva un uomo del Vaticano che esercitò una influenza nefasta su di lui e sul PSI. Gli accordi del 1984 hanno stabilizzato un dominio della Chiesa nelle cose italiane che durerà ancora per molto riducendo la sovranità dell'Italia a paese concordatario. Sono peggiorativi di quelli stipulati da Mussolini anche se la religione cattolica non è più ufficialmente religione dello Stato. Il PSI fu rivoltato da Craxi come un calzino. Divenne un partito liquido controllato spesso dall'esterno da personaggi in alleanza trasversale con gruppi dei potere politico ed economico. Tutti i punti della riforma che Berlusconi vuole imporre all'Italia sono stati indicati da Craxi. L'assetto della Repubblica Presidenziale craxi-berlusconiana è naturalmente di destra, di una destra degradata più vicina alle esperienze delle repubbliche sudamericane di una volta che alla destra europea. Nella Repubblica di Craxi o di Berlusconi conta soltanto la volontà del Capo. La democrazia è una perdita di tempo. Craxi ha distrutto il socialismo italiano. Mussolini ne fu espulso e, nonostante i venti anni della sua dittatura, dopo di lui il PSI è tornato primo partito dell'Italia moderna. Dopo Craxi il socialismo italiano non esiste più se non nella nostalgia di un reducismo patetico o incarnandosi profondamente nel berlusconismo ad opera di personaggi come Stefania, Boniver, Sacconi, Tremonti, ed altri. Il socialismo italiano non tornerà mai più a vivere fino a quando non si sarà liberato del tutto della esperienza del quindicennio craxiano. Le celebrazioni di questi giorni, ampiamente usate dal regime berlusconiano, si svolgono in un clima del tutto negativo per il PSI. Da un lato i berlusconiani celebrano in Craxi il loro Maestro e Martire, dall'altro i detrattori ne oscurano anche taluni degli aspetti positivi e recuperabili della sua politica quali l'amicizia con Arafat ed i palestinesi, una malcelata insofferenza per il giogo statunitense. Sarebbe stato meglio per la sua memoria e tutti noi se non si fosse insistito tanto nella forzatura di farne un martire a tutti i costi. Non era un martire. Il suo discorso alla Camera "siamo tutti colpevoli" non lo assolve. Il socialismo italiano se vorrà tornare ad essere quello che era dovrà liberarsi del suo ricordo r rinunziare per sempre alla sua eredità. L'eredità di Craxi appartiene a Berlusconi e nell'ideologia e nel modo di gestire la politica. Le sue idee hanno infettato e contaminato il PCI oggi PD. Il leaderismo, il partito liquido, la menzogna della fine della lotta di classe, l'accettazione del liberismo come dogma sostitutivo del comunismo, fanno del PD di oggi un Partito privo di anima e di identità. Le idee di Craxi, sviluppate da Berlusconi, hanno dato vita ad una forte destra con forte identità. Accolte con invidia dal PCI lo hanno scompaginato e disorientato. I socialisti dobbiamo riprendere da dove lui ha cominciato. Un metro prima da dove lui comincia. Pietro Ancona http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/ www.spazioamico.it
vanni
14/01/10 13:46
Visioni mistiche
Insomma, per Pietro Ancona (socialista?) l'asse del male che si perpetua da Mussolini a Craxi a Berlusconi.
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