Venerdì 10 Febbraio 2012
Per ricevere la Newsletter dell'Occidentale
Il meglio dell'Occidentale

Un viaggio alle Hawaii per scoprire da dove viene il Presidente Obama

6 Agosto 2010
barack.jpg

Le Hawaii sono state il cinquantesimo e ultimo Stato a entrare, volontariamente, nell’Unione. Dalla fine degli anni Cinquanta hanno vissuto una rapida crescita economica e un impressionante boom edilizio. Nel 1963, in uno dei suoi discorsi, John F. Kennedy disse: “Le Hawaii sono ciò che il resto del  mondo è destinato a diventare in futuro”. 22 mesi prima, il 4 agosto del 1961, Barack Obama veniva alla luce al Kapiolani Medical Center di Honolulu.        

Nell’immaginario americano le Hawaii sono la terra della fiducia, della tolleranza e dell’accoglienza. Lo stato con il più alto tasso di mescolanza razziale. La filosofia degli isolani è la curiosità: ti guardano per quello che sei non per la "categoria" che rappresenti. Un posto ideale per rappresentare la “nuova frontiera” di Obama, insomma.

Le Hawaii sono anche un feudo democratico. Il partito qui ha dominato per 40 anni ininterrotti. Negli anni Sessanta dalle isole partivano o soggiornavano i Marines diretti in Vietnam. Le Hawaii sono state il punto scelto per lo splash-down dei progetti Gemini e della Missione Apollo. Il posto in cui, nel ’75, furono sperimentati i primi pannelli solari (ma anche avanzati programmi di assistenza sanitaria pubblica). La patria di Steve Case (il fondatore di Aol) e di Hiram Bingham, il celebre antropologo, viaggiatore ed esploratore americano che ha ispirato la saga di Indiana Jones.

Per Obama è stato un segno del destino nascere alle Hawaii. Qui ha trovato il senso della famiglia, della comunità, dell’impegno. Una piccola oasi che nei tormentati anni Settanta – tra Watergate, “sindrome del Vietnam” e sconvolgimenti sociali – rappresentava un luogo tutto sommato felice e protetto. Tutto intorno, “il trionfo e la crisi dello stato liberale americano”, come l'hanno definito gli storici.

Obama cresce nell’America che scopre i suoi limiti, dopo la sbornia del "boom". Il Paese che all’apice della “presidenza imperiale”, con il tracollo di Nixon, si accorge che il margine di manovra dell’inquilino alla Casa Bianca va ridimensionato. La nazione che deve fare i conti con la rivoluzione del mondo del lavoro, una inflazione galoppante e il collasso dello stato assistenziale. Nel 1972, quando Obama ha 11 anni, le spese sociali toccano il 41 per cento del bilancio federale, il 9 per cento del PIL. Quello stesso anno, il progetto Apollo viene chiuso e l’America rinuncia alla conquista dello spazio, dopo aver portato il primo uomo sulla Luna.

“Barry” è appena un ragazzo nell’epoca delle “identità politiche”, quando le minoranze razziali sempre più arrabbiate si prendono la rivincita sulla maggioranza silenziosa: l’affermazione del “potere nero” e del movimento femminista, la crisi politica che porterà alla separazione dei “movimenti” dalla classe lavoratrice, gettando nello sconforto e nella sconfitta il partito democratico.

Vede passare sotto i suoi giovani occhi 3 presidenti: il repubblicano Nixon – “Tricky Dicky”, Riccardino il furbetto – un avvocato di provincia che odiava l’establishment di Washington e che ricordiamo come il primo, e tutt’ora unico, presidente degli Usa che si è dimesso dalla sua carica. Avrebbe ceduto il passo per un biennio al suo vice, Gerald Ford, prima della vittoria del democratico Jimmy Carter.

Nel ’79, quando Carter è al suo secondo anno di mandato, Obama si prepara a lasciare per sempre le Hawaii. Ha 18 anni e si è appena diplomato. Qualche anno prima, al Congresso, è passato un emendamento alla Costituzione che permette di votare anche ai giovani della sua età.

Suo padre era un economista nero nato in Kenya e sua madre una studentessa bianca del Kansas che si chiamava Ann Dunham. Si erano conosciuti mentre studiavano all’Università di Manoa alle Hawaii. Ann era cresciuta nelle isole, dove la sua famiglia si era trasferita negli anni ’50 dopo aver vagato in 4 stati americani. Barack Sr. e Ann si sposarono nel febbraio del ’61 ma non fu un matrimonio felice, visto che appena tre anni dopo arrivò il divorzio. 

Quando Barack Sr. scelse di andare ad Harvard per un dottorato il matrimonio con Ann finì. L’America della crisi stava cambiando anche in questo. I matrimoni diventavano sempre più instabili e il tasso di divorzio cresceva: dal 2,2 per cento nel ‘60 al 5,3 per cento del 1979. Obama avrebbe rivisto suo padre solo 8 anni dopo, per poco tempo. Poi Barack Sr. sarebbe tornato a lavorare in Kenya, dove morì in un incidente d’auto.              

"Barry" trascorse l’infanzia con la madre e i nonni materni sulle isole. Passava le giornate in spiaggia a fare il bagno sulle spalle del nonno. Rimase alle Hawaii fino a sei anni, dove imparò a giocare a baseball, mentre nonna “Toot” gli instillava il senso del dovere e della disciplina, il valore della responsabilità. Ma anche la forza dell’ambizione: Toot era una manager in carriera che sarebbe diventata vicepresidente della Banca delle Hawaii.

Sua madre Ann, invece, era una delle tante donne americane che ormai vivevano sole e libere, allevando i loro figli all'ombra della pediatria del dottor Spock. Nel ’63, Betty Friedan pubblicò La mistica della femminilità e dieci anni dopo la NOW (National Organization for Women) contava 40.000 iscritti. Non  sappiamo se mamma Ann sia stata una femminista convinta, in ogni caso visse in un periodo in cui le donne continuavano a guadagnare al massimo il 60 per cento rispetto ai loro colleghi maschi, nonostante le politiche per la parificazione come l’affirmative action. Nel 1960 c’erano solo 2 donne al Senato degli Usa. Vent’anni dopo il loro numero non era cambiato.  

Nel 1967 Ann si risposò con Lolo Soetoro, prese Obama e la sorellina per andare a vivere qualche anno in Indonesia. “Cinque giorni alla settimana – ha scritto Obama in Dreams from My Father – mia madre veniva nella mia stanza al mattino, mi costringeva a fare colazione e poi mi faceva lezioni d’inglese prima che io andassi a scuola”. Tornarono alle Hawaii nel ’71 e lui ci sarebbe rimasto fino alla maggiore età.

A 10 anni, questo ragazzino dai capelli afro che ascoltava soul, divorava libri e lavorava saltuariamente in in un fast-food, entrò alla prestigiosa Punahou School di Honolulu. Era una scuola privata che preparava al College. Sarebbe presto diventata la più grande “scuola indipendente” degli Usa (oggi conta circa 3,700 studenti). Un posto costoso, fondato dai padri missionari, che diede a Obama l’opportunità di confrontarsi con bambini di altre minoranze che erano lì da più tempo di lui.  

Con la madre e la sorella vivevano in un appartamento nei paraggi della scuola. Obama era uno dei nuovi iscritti all’anno di corso 1971 e all’inizio non dev'essere stata un’esperienza facile. Era pur sempre uno dei pochi studenti neri della scuola e non conosceva i suoi nuovi compagni, che invece erano cresciuti insieme fin dall’asilo. I suoi professori comunque lo ricordano così: “Barry era un ragazzino felice – dice Pal Eldredge, il suo prof di scienze e matematica – aveva un buon senso dell’umorismo e sorrideva sempre”.

Chissà che sensazione avranno avuto i compagni del giovane Obama quando la professoressa Mabel Hefty, che aveva trascorso un anno sabbatico in Kenya, chiese a “Barry” di raccontare al resto della classe cos’era l’Africa. Già da allora parve in grado di mesmerizzare l'uditorio col suo eloquio, parlando di riti tribali e della lotta dei kenyoti contro l’oppressore coloniale britannico.

In questo che possiamo considerare un anticipo del discorso di Accra, Obama parlò della battaglia per la libertà dei popoli africani, di quanti neri erano stati schiavizzati solo per il colore della loro pelle… ma non è chiaro se con questa storia abbia avvinto tutti i suoi compagni o li abbia resi solo un po’ più invidiosi verso il primo della classe. Qualche antipatia l'avrà suscitata, anche se oggi chiunque l’abbia incontrato alle Hawaii si professa come il suo miglior amico.

Intanto Obama cresceva. Cantava nel coro, iniziava a giocare a Basket, scriveva per il giornale letterario della scuola. Presto avrebbe indossato sandali aperti e vestiti afro, girando come se fosse in un'eterna Saturday Night Fever.

“Era il tipo di ragazzo che i professori amano avere in classe – spiega Bob Torrey, il suo insegnante di storia – Era attento durante le lezioni, ma non potrei definirlo uno studente ‘intellettuale’”. Ma è probabile che i compagni di classe lo vivessero proprio così, come un piccolo sapientino. Obama era pur sempre il figlio di una coppia che veniva dal mondo accademico. Aveva quel che si dice una “visione del mondo” ad un’età in cui i ragazzi, di solito, pensano a come scroccare l’auto di papà per portare la morosa al cinema.

Lui invece avrebbe potuto parlarti per ore delle condizioni di vita in Pakistan ed era sempre informatissimo sul Medio Oriente. Leggeva molta filosofia e discuteva con il prof di storia di politica ed esistenzialismo. Ha scritto di quel periodo: “Ero impegnato in una vera e propria battaglia interiore. Stavo cercando di collocare me stesso con un uomo nero in America e, dietro le apparenze, nessuno intorno a me sapeva esattamente cosa significasse”.

Non avendo modelli a disposizione, il giovane Obama per un po’ prende in prestito quello che gli offre la cultura popolare dell’epoca. Lo stereotipo dello studente nero della high school. Messi da parte i libri va "in cerca di rispetto" e inizia a praticare un sacco di sport. Il Basket è la disciplina in cui le questioni razziali dominavano meno, così impara a fare “ciuf” e lo impara tanto bene da eccellere anche in questa disciplina, com’era sua abitudine.

“Viveva, mangiava e dormiva con il suo pallone di basket. Palleggiava a scuola, tra le aule, durante la ricreazione. Barry aveva una vera passione per questo gioco”, ha detto il suo allenatore di allora. “Era un leader. Sembrava capace di richiamare la gente alle proprie responsabilità quando sbagliavano. Avrebbe potuto essere un coach meraviglioso”. Si appese un poster di Doctor “J”, Julius Erving, nella stanza e per un po’ non pensò ad altro se non agli Earth Wind & Fire e a “Guerre Stellari”.          

Eppure era un giovane complesso, una persona in cui la confusione razziale, il fatto di sentirsi un meticcio, il senso di alienazione, si alternavano a una forte ambizione e ad un’intelligenza prensile, in grado di adattarsi mimeticamente alle cose. Cercava la “sua” identità in un’isola dove viveva gente dalle origini più disparate, dove collidevano culture, modi di essere e comportamenti, e tutto questo comportava uno sforzo di negoziazione continuo.

Sentiva che avrebbe potuto vivere insieme agli altri, ma che sarebbe stata una convivenza imperfetta. Aveva comunque il carisma per apparire convincente: “Quando lo abbiamo visto parlare alla Convention democratica – ha detto uno dei suoi professori – abbiamo riconosciuto lo stesso ragazzo che ci parlava allora”. Negli ultimi anni alle Hawaii non mancò di scrivere poesie, fumare marijuana e studiare il multiculturalismo, in attesa che la madre tornasse a casa per assistere alla cerimonia del diploma.

Il giovane Obama guardava alla politica estera del suo Paese e non gli piaceva. Nel ’75 gli americani erano fuggiti da Saigon e il comunismo dilagava in Indocina. Nello stesso periodo trionfavano i movimenti di liberazione nazionale ispirati da Mosca, dall'Angola al Mozambico, mentre Cuba sembrava una fortezza inespugnabile.

Il suo ultimo anno a Honolulu fu anche quello della rivoluzione khomeinista e poi degli ostaggi americani a Teheran. Nel dicembre del ’79, i sovietici invasero l’Afghanistan. L’America sembrava sempre più debole e l’Urss sempre più forte. A questo si aggiunga la crisi interna, la fuga dalle industrie tradizionali che costò milioni di posti di lavoro, due “shock petroliferi” ravvicinati, e una rivoluzione nel mondo del lavoro che spiega come mai anche lui sia finito a lavorare in un fast-food.

Il presidente Carter disse che l’America era vittima di “una crisi di fiducia che colpisce l’anima e lo spirito della volontà nazionale”. Gli storici lo chiamarono a mezza voce il discorso sul “malessere americano” e per molti fu una dichiarazione d’impotenza nei confronti dell’arcinemico sovietico. Secondo altri, un tradimento bello e buono della Rivoluzione Americana (Carter avrebbe comunque cercato un suo spazio di manovra in politica estera, combattendo la battaglia per i diritti umani).

Fu in quegli anni alle Hawaii che il giovane Obama conobbe Frank Marshall Davis. Quest’ultimo era arrivato sull’isola negli anni Quaranta, prima che Honolulu entrasse a far parte dell’Unione. Marshall era un poeta e intellettuale nero, oltre che un rappresentante sindacale. Aveva conosciuto i Dunham quando si erano trasferiti sulle isole dal Kansas, e incontrato il giovane Obama, che gli stava particolarmente simpatico.

Nelle sue memorie, Obama parla di Davis chiamandolo solo per nome - Frank - indicando quindi una certa familiarità con il poeta. Davis era arrivato alle Hawaii precisamente nel ’48, dove aveva aperto un negozio di grossista di carta che però era stato dato alle fiamme. Non si era arreso e aveva continuato a lavorare nel settore. Scriveva per l’Honolulu Record, il giornale dei sindacati locali, e denunciava puntualmente le diseguaglianze sociali e razziali sull’isola.

Prima di allora, negli anni Trenta, Davis aveva trasformato l’Atlanta Daily World nel più diffuso quotidiano nero degli Usa, e pubblicato una silloge – Black Man’s Verse – che gli era valsa alcuni riconoscimenti. L’anno in cui andò a vivere alle Hawaii uscirono i suoi 47th Street: Poems, una raccolta di componimenti sulla vita nel South Side di Chicago, con cui si assicurò un posto nel pantheon letterario afroamericano.

Davis era un comunista. Nel ’50 venne indagato dalla Commissione per le Attività Antiamericane per alcuni articoli apparsi sul giornale di Honululu e per i suoi collegamenti con il Partito Comunista americano. Nelle sue memorie, Obama racconta di aver ascoltato a lungo Davis che declamava le sue poesie e di aver parlato con lui di come andavano le cose in America e nel mondo.

Il poeta gli avrà parlato dello scontro di classe che si stava combattendo dentro e fuori il Paese. Come pure dell’imperialismo americano, del neocolonialismo e del potere delle multinazionali. Davis era un apostolo della sinistra radicale, della solidarietà, dei sindacati, del pacifismo, dei diritti civili. Praticamente l’intero orto coltivato ad arte dalla disinformazione sovietica dell’epoca.                 

Nel 2004, Obama ha deriso il senatore repubblicano Alan Keyes che lo aveva accusato di essere un “accademico marxista”, ma ha ammesso di essere entrato in contatto con esponenti del mondo comunista e socialista. Dell’influenza di questi modelli durante la sua adolescenza risentiamo l’eco nei passaggi dei suoi discorsi quando fa autocritica sulle colpe della politica estera americana del XX secolo. Qualcuno, un giorno, dovrebbe impegnarsi a scrivere un vero racconto sull’amicizia fra Barry e Frank. E’ uno degli elementi più interessanti della improbabile e bizzarra biografia giovanile del presidente.

Purtroppo quando si parla di Obama prevalgono solo le beatitudini: “Sapevamo tutti che era destinato a qualcosa di prominente – ricorda una delle sue insegnanti a Honolulu – Era solo il resto del mondo che stentava ad accorgersene”.

Il resto della storia lo conosciamo tutti. L’impegno contro l’Apartheid e gli studi alla Columbia University; tre anni e mezzo come “community organizer” a Chicago lavorando con i preti delle chiese nere per migliorare le condizioni di vita dei cittadini poveri nel South Side (lo stesso di Davis); la direzione dell’autorevole Harvard Law Review; la carica di Civil Rights Attorney e l’insegnamento di diritto costituzionale alla Scuola di Legge dell’Università di Chicago; l’elezione al Senato dell’Illinois nel ’96 e il posto di Senatore al Congresso degli Usa nel 2004. La presidenza.

Commenti
Robin Hood
10/08/10 14:35
Santoro, sei complicato!
Caro Santoro, non è necessario tutto questo spiegone per capire da dove viene Barak Hussein. È sufficiente vedere quello che fa, non trovi? Robin Hood
l'Occidentale è protetto da Kaspersky
© 2007-2011 Occidentale srl. Tutti i diritti riservati. redazione@loccidentale.it
L'Occidentale è una testata giornalistica registrata. Direttore responsabile: Giancarlo Loquenzi.
Registrazione del Tribunale di Roma n° 141 del 5 Aprile 2007
Concessionaria in esclusiva per la pubblicità: Arcus Pubblicità srl