Giovedì 24 Maggio 2012
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Libertà e democrazia restano in Occidente

Nobel a Liu Xiaobo: ad Oslo il mondo si spacca in due

11 Dicembre 2010
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Il premio Nobel per la Pace, Liu Xiaobo.

Mancavano 18 paesi alla cerimonia di conferimento del Premio Nobel per la pace svoltasi a Oslo il 10 dicembre, data in cui, come di consueto, il mondo celebra la Giornata mondiale dei diritti umani. Mancava anche, e soprattutto, il dissidente cinese Liu Xiaobo al quale il premio è stato conferito e che sta scontando una condanna a 11 anni di carcere per attività sovversive, reo di aver redatto un manifesto, la ‘Carta 08’, in cui si chiedono democrazia, riconoscimento dei diritti umani e delle libertà personali, una riforma liberale dell’economia e, ovviamente, elezioni e la fine del regime a partito unico.

Tra gli stati che, per solidarietà con la Cina offesa e infuriata, hanno declinato l’invito del Comitato per il Nobel troviamo Russia e Kazakhstan, che forse temono di potersi trovare un giorno nella stessa situazione di Pechino. Delude e molto, invece, la mancata partecipazione di Iraq e Afghanistan, paesi che, dopo tanti sacrifici, si vorrebbero saldamente affidati a istituzioni democratiche e inequivocabilmente impegnati nella tutela dei diritti umani. All’ultimo momento hanno invece deciso di presenziare Ucraina e Serbia, benché quest'ultima non con il proprio ambasciatore a Oslo. Soprattutto Belgrado spera di entrare nell’Unione Europea e la decisione di intervenire alla premiazione risponde molto probabilmente a questa logica. “In Europa ci sono dei valori – aveva infatti commentato l’UE in una nota – chi non li rispetta, non può farne parte. L’assenza alla premiazione di un attivista per le libertà civili e politiche perseguitato dalla dittatura comunista cinese, è una scelta di campo”.

Poiché la loro scelta di campo è ben nota, non ha destato meraviglia la decisione di disertare la cerimonia di Oslo presa da Cuba e Iran, due regimi che reprimono il dissenso con gli stessi mezzi usati da Pechino. Né ha sorpreso la solidarietà dell’Arabia Saudita, esempio estremo di ‘apartheid’ di genere, e dell'Autorità Nazionale Palestinese, che si conferma culturalmente ancora distante dai valori di democrazia e libertà. Quanto al Sudan, il suo governo non poteva rifiutare un favore alla Cina: e per tante ragioni. Le istituzioni democratiche sudanesi dissimulano un regime autoritario che infierisce da decenni sulla popolazione civile tanto che la Corte penale internazionale nel 2009 ha spiccato un mandato di arresto per il suo presidente, Omar Hassan al Bashir, accusato di crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità. In più il Sudan vende circa due terzi del suo petrolio alla Cina. Per finire, Pechino sostiene Khartoum fornendogli finanziamenti e armi e pronunciandosi spesso in suo favore in sede di Consiglio di sicurezza ONU.

La buona notizia, riferisce il Comitato per il Nobel, è che comunque più di due terzi dei paesi invitati all’evento hanno accettato di partecipare. C’è da domandarsi, allora, che cosa sarebbe successo se l’invito fosse stato esteso a tutti gli stati membri delle Nazioni Unite e non soltanto a quelli che hanno sedi diplomatiche in Norvegia. Forse il rapporto si sarebbe invertito, con circa i due terzi degli stati schierati con la Cina, mossi da interessi economici o politici o per entrambe le ragioni. Non a caso, Pechino ha parlato di più di 100 paesi a suo favore. Ci sono i governi dell’Africa subsahariana, ad esempio: quanti di questi, molti dei quali notoriamente tutt’altro che democratici e rispettosi dei diritti umani, avrebbero sfidato la collera di Pechino che riversa a vario titolo miliardi di dollari nel continente, per giunta senza le fastidiose richieste di buon governo, lotta alla corruzione e rispetto dei diritti umani avanzate dall’Occidente?

Last but not least, tra coloro che hanno respinto l’invito alla cerimonia di conferimento del Premio Nobel figura niente meno che l’Alto commissario ONU per i diritti umani, Navy Pillay. L’assenza è stata motivata con precedenti impegni e il giorno prima la signora Pillay, nel corso di una conferenza stampa, ha sollecitato la liberazione di Liu Xiaobo il più presto possibile. Questo non ha risparmiato all’Alto commissario accuse di aver in realtà ceduto alle pressioni della Cina. Senza dubbio la sua presenza sarebbe stata un’occasione per affermare con fermezza la condanna di ogni violazione dei diritti umani, tanto più preziosa in quanto alle Nazioni Unite quei diritti che si proclamano universali ormai si difendono in modi non sempre convincenti, rendendo ogni giorno più evidente che agli occhi di molti governi e di molti popoli restano valori occidentali, del tutto o in parte non condivisibili.

Non giova il fatto che, in nome di un’equa rappresentanza di tutti i continenti, nelle agenzie ONU i paesi democratici siano in minoranza. Ne è un esempio la recente formazione dell’UN Women (United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women), dedicata alla lotta contro le discriminazioni di genere e alla promozione della condizione femminile nel mondo. Il suo Executive Board di 41 membri comprende soltanto 5 paesi appartenenti al raggruppamento ‘Europa Occidentale e altri stati’: oltre ai 6 membri scelti tra i maggiori stati finanziatori dell’agenzia, ben 10 cariche spettano all’Asia, 10 all’Africa, 6 ad America Latina e Caraibi, 4 all’Europa dell’Est.

Commenti
esseti10
12/12/10 01:21
usque tandem abuteris
Le recenti vicende di Sakineh in Iran e del premio nobel Liu Xiaobo in Cina costringono a considerazioni che vanno al di là dell'istintiva ribellione di noi occidentali. Negli ultimi decenni lo scenario internazionale ci ha proposto più volte il problema dei rapporti fra culture e religioni diverse. Se fino agli anni '70 non esisteva un problema di coinvolgimento reciproco, la globalizzazione dei rapporti economici e delle comunicazioni ci costringe a inserirci, con inevitabili interferenze, nei reciproci affari di casa. Probabilmente fino a 40 anni fa ai musulmani interessava poco che le nostre donne lottassero per il femminismo o per la libertà sessuale, come noi vedevamo come un irrilevante dato folkloristico le vicende di Allah, il taglio della mano ai ladri, o la moglie che camminava due passi indietro al marito; per non parlare delle vedove indù, che onoravano la vedovanza ardendo nella pira assieme al marito defunto. Ancora, suscitavano solo un distaccato sorriso gli ascensori di Tel Aviv, che, nei quartieri più ortodossi, il sabato viaggiavano incessantemente fermandosi ad ogni piano per consentire agli integralisti di non toccare il sacrilego tasto di chiamata. Pian piano Internet e la globalizzazione economica e mediatica hanno generato una ragnatela internazionale che non consente più tranquilli isolamenti, né a noi occidentali, né all'Islam, né all'estremo oriente, tutti impegnati a decidere se censurare o meno la Rete. Noi, che dopo medioevo e inquisizione, passando attraverso Cartesio, Voltaire, l'Illuminismo e Beccaria abbiamo individuato dei diritti umani cui abbiamo dato la patente di inviolabilità, non possiamo girare la testa di fronte a un premio Nobel non consegnato o a una condanna alla lapidazione senza garanzie processuali. Hanno voglia gli ipocriti contestatori del nostro mondo, i cosiddetti progressisti, a predicare il rispetto per le autonomie sociali e politiche, per le rispettive tradizioni, sono tutte sozze menzogne: l'unico vero problema è sul "come" intervenire, non sul "se" o sul "quando", perché non è tollerabile che per impedire a un democratico dissidente di andare a ritirare il suo Nobel, l'impero cinese pretenda di nascondere l'evento a tutta la nazione, e metta in carcere preventivo, così, solo per non farli muovere, figlio e parenti del destinatario del premio, compresi due giornalisti accusati di spionaggio ovviamente senza prove e senza difesa. Così come la comunità internazionale non può tollerare la vicenda di Sakineh, punta dell'iceberg di un indecente regime islamico integralista: qui, senza entrare nel merito di come sia stata estorta una confessione di adulterio e di complicità nell'uxoricidio, visto che il processo (mi vergogno un po' a chiamarlo processo) si è svolto senza garanzie e senza pubblico, il virtuosismo degli ineffabili ayatollah è arrivato a incarcerare l'avvocato difensore e il figlio, per i quali non sono tenuti a pubblicare i capi di imputazione. Ecco, di fronte a questi episodi, valutati nel nostro attuale contesto storico, si pone prepotentemente un dilemma concreto: eticamente non è possibile accettare la violazione dei diritti fondamentali da parte delle dittature e degli antistorici integralismi, in concreto, però, non è possibile intervenire in molte situazioni dove la nostra democrazia presenta le sue debolezze, quali il rispetto dell'autonomia territoriale o, come spesso succede nelle conferenze internazionali del terzo mondo, la necessità di accontentare dittature criminali per evitare genocidi interni, pulizie etniche, massacri di intere etnìe. Non spaventiamoci dei termini, il rispetto dell'autonomia territoriale è, in alcuni casi estremi, una colpevole debolezza delle nostra ipocrita società globale, perché in realtà gli ultimi decenni spesso ci hanno presentato situazioni, la Somalia per tutte, dove le organizzazioni ufficiali non si sono volute sporcare le mani e hanno lasciato ai vicini più bellicosi il compito di far pulizia e di ricreare una parvenza di potere centrale, di governabilità.
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