Marcello Dell'Utri, ormai tutta l'Italia dovrebbe averlo capito, è un gentiluomo. Ma questa è e resta un'opinione personale, su cui è difficile svolgere un dibattito pubblico. Mi piace tuttavia iniziare cominciare questa riflessione a partire da un'attestazione di stima e considerazione verso un uomo che - per evidenti ragioni di ordine politico - è oggi perseguitato da una congiura giudiziaria. Con questo non intendo fare di Marcello Dell'Utri un eroe o un martire: è solo un cittadino come tutti gli altri, la cui vicenda diventa facilmente il paradigma di quanto rischioso sia stato (e sarà?) opporsi alla marcia trionfale della sinistra italiana verso il potere.
Sul piano del dibattito pubblico, dobbiamo tuttavia attenerci alle sentenze, a ciò che di oggettivo la magistratura giudicante fornisce all'opinione pubblica e al suo giudizio. Cosa dicono - in sostanza - le motivazioni della sentenza contro Marcello Dell'Utri? La lettura delle motivazioni della sentenza svelano con chiarezza che il suo rapporto con la malavita organizzata - se c'è stato - è stato frutto indiretto dei suoi tentativi di proteggere la famiglia Berlusconi dalla violenza, dalla minaccia di rapimenti, dall'invadenza della mafia nei progetti imprenditoriali di Fininvest. La verità dell'Italia di quegli anni era anche questa: dello Stato non ci si poteva fidare, per difendersi dalla violenza occorreva trovare degli spazi di convivenza e mediazione. Una verità probabilmente tremenda, ma con la quale occorre fare i conti. Dopo il 1992, secondo la sentenza, Dell'Utri interruppe i suoi rapporti indiretti con la criminalità, perché ormai divenne chiaro a tutti che con Cosa Nostra non si poteva più patteggiare.
In un paese con una legislazione normale, Dell'Utri sarebbe forse accusato di avere ceduto al ricatto della mafia, di avere commesso un errore morale, non certo un crimine. La sua posizione sarebbe insomma quella di una vittima che non ha denunciato e ha cercato di salvarsi con le proprie mani più che quella di un criminale. Ci sarebbero forse dei rimproveri da muovergli, la sua posizione come uomo politico potrebbe essere legittimamente messa in discussione, ma non ci sarebbero gli estremi per accusarlo di avere commesso dei crimini penali. Non più dei tanti imprenditori taglieggiati attraverso il pizzo, che certo non possono essere incriminati come sodali della mafia. Per Dell'Utri, tuttavia, è giunta una condanna a sette anni di reclusione, in virtù di un reato - quello di concorso esterno in associazione mafiosa - che costituisce un vero aborto giudirico, almeno in mancanza di una chiara e solida capacità dei magistrati di limitarne oggettivamente la portata. E i magistrati italiani non sempre dimostrano questa capacità di giudizio.
Dalla sentenza contro Dell'Utri - cosa ben diversa da una sentenza per la giustizia - emerge un fatto chiaro: secondo i giudici sarebbe accertato che Dell'Utri diede 50 milioni di lire l'anno a Cosa Nostra per mantenere incolume la famiglia Berlusconi da rapimenti e violenze. Da qui la magistratura passa - con un salto logico degno di un triplo salto mortale - all'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. In sostanza, la vittima, avendo tentato di mediare con il suo carnefice, si tramuta d'un tratto in complice. Nel famigerato paese normale - e l'Italia non lo è - una simile sciocchezza sarebbe denunciata da tutta l'informazione libera e l'opinione pubblica si sarebbe ampiamente sollevata contro una bestialità tale da compromettere i principi fondamentali dello stato di diritto.
Ma nella sentenza c'è di più, molto di più. Di fatto, il dispositivo storico e argomentativo messo in campo dai giudici mostra come tutte le famigerate accuse contro il senatore e Silvio Berlusconi - mosse da personaggi squalificati e senza alcuna credibilità - a proposito di un cointeresse di Cosa Nostra nella nascita di Forza Italia sono delle semplici baggianate. Di fronte a questa dichiarazione, gli apostoli e i catecumeni del giustizialismo all'italiana, che per anni hanno pontificato con le loro sciocchezze, dovrebbero compiere un atto di pubblica scusa. Invece vige il silenzio assoluto, come se niente fosse accaduto, come se tutte le più strambe teorie messe in piedi dalla macchina del fango in questi anni fossero ancora verità vera, verità certificata.
Marcello Dell'Utri, si appresta ora ad affrontare il giudizio della Cassazione. Nel suo processo, fondato su dichiarazioni di pentiti, in cui il riscontro oggettivo è assente, si è incarnato il peggio della tradizione giustizialista italiana. Un'inchiesta fondata su sbuffi di fango si è tramutata in una sentenza stirata, che sarà probabilmente cassata a breve dalla suprema corte. Ma quel che appare chiaro è che si tratta di una vicenda in cui si concentra in modo assoluto tutto il male - giuridico, giornalistico e politico - di quest'Italia contemporanea. Un male da cui dobbiamo ancora liberarci.


Il Re è nudo!!!! Leggete di
In un paese normale...
Altre anomalie Italiane
@Ruggero
Non scrivete che "Dell'Otre"
@Franco Cazzaniga
Dell'Utri
Il paese normale che vuole
in un paese normale...
Sono
E a me qualche lettore
Desiderio comune
@anonimo: se continui a
@anonimo: se continui a