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Vento del Nord

A Milano non esiste più la rassicurante solidarietà di una volta

14 Dicembre 2009

 

Nel Nord non manca affatto una grande rete di solidarietà, uno sforzo continuo e generoso. Basta considerare quanto la sanità lombarda debba ai suoi “volontari”: sia nel finanziamento delle attività (le centinaia di fondazioni finalizzate alla lotta di questo o quel male, il sistema delle donazioni nelle eredità) sia nel lavoro di supporto (baralletieri, turni di notte, assistenza in corsia ai bimbi, agli anziani, ai disabili) sia nei contributi più vari a partire dai donatori di sangue. Molte attività culturali, poi, procedono a Milano grazie alle generosità della borghesia. Molte attività educative e di assistenza reggono grazie a reti di attività non profit, ora di ispirazione cristiana ora di sinistra.

Se si calcola l’attività prodotta da questo sterminato esercito di persone che vogliono “far del bene” al loro prossimo, non si può che essere ottimisti. Eppure pur in presenza di un mondo composito e di grande consistenza, in molti a Milano avvertono una certa carenza di significatività di questo genere di attività. La borghesia che nell’Ottocento sapeva istituzionalizzare il suo impegno compassionevole, in istituti che hanno fatto la storia della città a partire dai Martinitt il centro di educazione e assistenza degli orfani, all’Asilo Mariuccia il luogo di sostegno per le minorenni prostitute o per le giovani provenienti da “famiglie a rischio”, o l’Umanitaria, non ha più quella vena. Letizia Moratti alla fine punta le sue carte principali solo sulla pur meritevole San Patrignano, dall’Assolombarda non vengono iniziative ispirate. Quello che si fa (e non è affatto poco) è frutto della iniziativa dei singoli, mancano più concentrati sforzi collettivi di borghesi. Né la Lega Nord come movimento in cui si riconoscono settori importanti della piccola e media impresa, riesce a creare qualcosa in più di minori attività di collateralismo.

Anche la tradizione solidaristica di matrice socialista è sofferente: ci sono ancora molte iniziative che proseguono l’antico spirito che nell’Ottocento, con le prime amministrazioni socialiste e poi ancora nel dopo fascismo, dettero grandissimi risultati, ma la Cgil dorme, la Lega delle cooperative priva di un movimento che la sostenga in questo senso, si concentra su iniziative principalmente economiche o comunque un po’ marginali. Anche l’area della ribellione giovanilistica che con alcuni centri sociali aveva dato vita a realtà di un certo spessore culturale, o si è aziendalizzata (in parte così è successo al Leoncavallo) o si è frantumata in realtà senza più vero spessore.

In parte rilevante questa tendenza alla disorganizzazione della solidarietà nasce proprio dalle difficoltà della Chiesa ambrosiana che di fatto era il modello sia per la borghesia filantropica (anche laica e massonica) sia per le organizzazioni socialiste. Lo spirito cristiano è senza dubbio ancor largamente ispiratore di molto del volontariato solidale in campo oggi. E c’è tutta la realtà ciellina che è di prima qualità ma come spesso avviene con i seguaci di don Giussani, l’impegno di ottima qualità tende un po’ a richiudersi tra i già organizzati. Mentre la Chiesa ambrosiana e borromaica aveva un effetto trascinatore più generale. Certo non mancano iniziative di solidarietà esaltanti, né il cardinal Tettamanzi si è tirato indietro sotto questo aspetto anche dal punto di vista finanziario. Ma dalle migliaia di iniziativa non esce più quella spinta collettiva che a lungo è stata fondamentale nella città di Ambrogio. Se si riflette anche sulla qualità dei quadri che il cattolicesimo più impegnato nella società produce, si coglie immediatamente la debolezza, innanzi tutto “egemonica” del sistema ambrosiano. Tutta la Dc degli anni cinquanta, sessanta, settanta ha visto uomini intelligenti e aperti che aiutavano anche la destra e la sinistra ad orientarsi. Oggi in politica i cattolici sociali sono settari, chiusi, incapaci di guidare le persone comuni. E questo appare un riflesso di un’attività solidaristica dei cattolici ambrosiani che per quanto ancora molto intensa non riesce più a produrre cultura, senso comune. In parte invece questo avviene a Torino dove le parrocchie influenzano molto di più la vita della città.

E’ inevitabile chiedersi se un certo sforzo generoso di ecumenicità, se un eccesso di politicizzazione (in cui la critica è sempre agli altri e mai a se stessi), se un’impostazione culturale sbagliata (più mirata al moralismo che alla morale) abbiano prodotto questi visibilissimi effetti. Non si sa se si deve sperare su una correzione o su una maggiore e più aperta influenza ciellina. Sono problemi che toccano i fedeli ma investono poi chiunque viva nella società milanese.

 

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Commenti
stefano Quadrio
14/12/09 10:53
commento
L'articolo è in gran parte condivisibile, tranne l'augurio di una maggior influenza ciellina, rispetto alla quale è preferibile quasi tutto
Anonimo
14/12/09 14:26
I ciellini sono un bene da
I ciellini sono un bene da tutelare. E' per questo che in curia li combattono. Anzichè i vari Branca e dossettiani (leggi prodiani) il vescovo dovrebbe promuovere loro, onde evitare che si ripeta sempre la solita solfa dal 94 (anno del Berlusconi politico): parrocchie cattocomuniste contro le opere di cielle, a danno dei bisognosi.
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