È un anniversario di approfondimento, riflessione e ripartenza quello che oggi attende Nicolas Sarkozy. Ad un anno dal trionfo della salle Gaveau, del «Sarò il Presidente di tutti i francesi» e del «Questa sera, la Francia torna in Europa» il Presidente della rupture deve innanzitutto fare i conti con quel livello di gradimento che dall’agosto scorso ha preso a scendere e si è arrestato oramai da alcuni mesi sotto la barra del 40%. Anche l’ultimo rilevamento OpinionWay per «Le Figaro» conferma che, considerato nella sua totalità, l’operato di Sarkozy lascia insoddisfatto il 58% dei francesi. Il dato si fa poi paradossale se si pensa che ogni singola riforma completata o avviata riceve un forte sostegno dagli intervistati. Ad esempio l’insieme dei provvedimenti fiscali è apprezzato dall’82% dei cittadini (73% all’interno del fronte socialista). Addirittura anche la spinosa riforma pensionistica (che dovrebbe uniformare a 41 gli anni di contribuzione per tutte le categorie) supera abbondantemente il 50% di risposte positive. Quindi il vero problema è Sarkozy e il metodo scelto per attuare le riforme?
Probabilmente la questione delle riforme è il primo vero punto di criticità di questo primo anno di presidenza Sarkozy. L’attivismo e il movimento portati all’interno di una società bloccata come quella francese, che aveva vissuto l’ultimo tentativo riformista (poi fallito) nel periodo 1995-96 grazie ad Alain Juppé, è senza dubbio il merito maggiore di questi primi trecentosessantacinque giorni di cura Sarkozy. Il Presidente della rupture ha installato la parola d’ordine «riforma» al centro del dibattito politico francese, sia per quello che riguarda i rapporti economici, che per quelli sociali ed istituzionali e gli effetti di questa ondata di cambiamento si faranno sentire sul lungo periodo. Sarkozy peraltro, grazie ad un’ottima pedagogia elettorale, aveva preparato il Paese allo choc da riforme e anzi, ma questo è stato forse il primo errore, aveva creato un eccesso di aspettative.
Emblematico a questo proposito il caso della legge Tepa (travail, emploi, pouvoir d’achat). Vero e proprio faro del progetto di riforma sarkozista, la legge sul lavoro e sul potere d’acquisto varata il 21 agosto 2007 ha finito però per simboleggiare l’impasse del primo anno di presidenza Sarkozy. Da un lato lo choc indotto dagli sgravi fiscali, la detassazione delle ore straordinarie e la cancellazione delle tasse di successione non ha dato i frutti sperati soprattutto a causa della crisi economica-finanziaria importata dagli Stati Uniti. D’altra parte, un insieme di provvedimenti attento a bilanciare detassazione per le imprese e sgravi per le classi meno abbienti è stata tramutata dalla propaganda dell’opposizione socialista e sindacale nella «legge per i ricchi» e per gli amici industriali del President bling bling. Da questo momento in poi le falle nella macchina comunicativa del Presidente si sono sommate al suo modo disinvolto di incarnare la posture presidentielle e la politica mediatica che aveva fatto la sua fortuna in campagna elettorale ha finito per tramutarsi nel più spinoso dei suoi problemi.
Riforme, comunicazione e in terzo luogo rapporto con la maggioranza parlamentare. Questo è un altro passaggio fondamentale del primo anno di presidenza, magari meno visibile e meno sottolineato da media e commentatori, ma assolutamente decisivo. Nell’assecondare e accelerare la presidenzializzazione del sistema della V Repubblica, Sarkozy ha finito per dimenticare che ad oggi quella francese resta una «democrazia parlamentare a guida presidenziale» e da ciò ne deriva che il vero capo della maggioranza parlamentare resta il Presidente in carica. Questo significa che il capo dell’Eliseo non può dimenticare che esiste un partito che lo ha fatto eleggere e lo ha sostenuto e una maggioranza che appoggia il suo governo. Sarkozy al contrario, con la pratica diffusa dell’appoggiarsi su collaboratori poco legati all’Ump (Guaino, Gueant, Mignon, ecc.) e soprattutto con l’ampio utilizzo dell’ouverture a personalità della gauche, ha finito per trascurare questo dato decisivo. Le elezioni municipali e i continui dissidi con la maggioranza parlamentare hanno mostrato quanto sia necessario ristabilire un rapporto sereno e collaborativo tra il Presidente e il suo partito.
L’impressione è che Sarkozy abbia colto questi segnali e sia pronto ad agire di conseguenza. Dal punto di vista delle riforme l’intenzione è quella di gerarchizzare gli interventi ma comunque di rilanciare, anche perché Sarkozy sa di non poter «rompere con la rupture». Lo zoccolo duro dell’elettorato che ha visto in lui la possibilità per aprire una fase nuova della politica francese non glielo perdonerebbe. L’idea di «faire Mitterrand» (distacco dalle questioni quotidiane e operato che guarda solo al lungo periodo) non è nel temperamento di Sarkozy e non è in linea con i tempi rapidi della politica moderna. «Normalizzare» Sarkozy significherebbe tarpare le ali alle sue doti migliori: l’attivismo e il volontarismo politico.
Fondamentale sarà vedere come il presidente riuscirà ad uscire dal braccio di ferro sulla riforma delle istituzioni in discussione in questi giorni all’Assemblea. Se dovesse passare il progetto uscito dalla Commission Balladur, le potenti iniezioni di parlamentarismo nel sistema della V Repubblica potrebbero finalmente permettere quel rapporto più stretto tra Assemblea Nazionale e Presidenza della Repubblica, mancato a Sarkozy nel suo primo anno di mandato. In aggiunta i problemi di comunicazione, sia verso l’esterno che nei confronti della maggioranza Ump, saranno anche affrontati da una vera e propria «cellula politica» guidata dall’ex giornalista di «Le Point» Pégard, fidata collaboratrice del Presidente.
Infine, decisivo per il rilancio dei quattro anni che ancora restano a Sarkozy sarà il semestre di presidenza francese dell’Unione europea che si aprirà il primo luglio prossimo. Il Presidente vi si presenta come legittimo protagonista (insieme a Merkel) della ripartenza europea e vero e proprio inventore della formula di «mini-trattato», poi sfociato nel Trattato di Lisbona. L’Eliseo ha già annunciato i cinque cantieri sui quali imposterà la sua presidenza semestrale: ambiente, immigrazione, riforma della Pac, accelerare su difesa comune e Unione Mediterranea. Accanto a questi cinque progetti strutturali deve poi aggiungersi la preparazione del terreno diplomatico per le decisive nomine europee del 2009 (Presidenza dell’Unione, Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa e rinnovo probabile di Barroso alla guida della Commissione europea). Una serie di sfide ambiziose che capitano in un momento propizio. Potersi dedicare alle grandi questioni di politica estera in una fase di bassa crescita, con prospettive ancora peggiori per la seconda metà del 2008, potrebbe significare per Sarkozy riuscire a risalire nel gradimento dei francesi per poi ripartire nel 2009 con una seconda massiccia dose di riforme, magari con un nuovo Primo Ministro e una squadra di governo rinnovata.
Tra i tanti spunti di riflessione che emergono guardando al primo anno di presidenza Sarkozy, uno infine balza agli occhi in maniera quasi allarmante: la perdita di quasi 30 punti percentuali di gradimento in meno di sei mesi (65% in agosto 2007-38% ai primi di marzo). In epoca di politica post-ideologica la volubilità dell’elettorato è un dato assolutamente da non trascurare, soprattutto, verrebbe da dire, quando tutto sembra andare a meraviglia.

