Le dimissioni di Claudio Scajola aprono i giochi per la successione. Che la poltrona dello Sviluppo Economico faccia gola a tanti è un dato di fatto. E già poche ore dopo la decisione”irrevocabile” del ministro berlusconiano finito al centro delle polemiche per la vicenda della casa con vista Colosseo (la procura di Perugia ha confermato che non è indagato), nella maggioranza si scatena la ridda di ipotesi sul “dopo” e di aspettative sul “chi”.
Al momento lo scenario è molto fluido. Anche perché c’è da capire su quale tra le due opzioni ritenute più verosimili il Cav. deciderà di orientarsi. L’ipotesi “a” è quella di una nomina nel segno della continuità con l’operato dell’ex coordinatore nazionale di Fi e in questo senso salgono le quotazioni di Paolo Romani attuale viceministro al dicastero di via Veneto. Ma se la promozione di Romani appare la via più lineare per risolvere la questione, non è poi così scontata dal momento che dovrebbe lasciare ad altri l’importante delega alle Comunicazioni che il Cav. gli ha affidato.
Il premier potrebbe anche decidere di allungare i tempi prima di riempire la casella vacante assumendo l’interim, magari col supporto dello stesso Romani. L’ipotesi “b” prevede una nomina “nuova”, ma in entrambi i casi il criterio sarebbe lo stesso: assegnare la guida di un ministero strategico che sovrintende a importanti dossier a un fedelissimo, in grado di portare a compimento e senza intoppi gli obiettivi programmatici. Uno su tutti: il nucleare.
Non solo, sarebbe un modo per evitare un rimpasto di governo che, inevitabilmente, comporterebbe l’apertura di una fase più o meno lunga di trattative politiche nel Pdl e dentro la maggioranza, col rischio concreto di rallentare l’azione dell’esecutivo. Rischio che il premier non può permettersi di correre. Non è un caso se la Lega con Matteo Salvini ha già messo almeno una mano avanti facendo sapere di essere pronta con “uomini e donne all’altezza della situazione”.
In questo momento – è il ragionamento di molti esponenti pidielle che ieri in Transatlantico commentavano il caso - con le tensioni interne scatenate dai finiani non è opportuno introdurre un nuovo elemento di dialettica (e di potenziale competizione) pure all’interno della squadra di governo. E una mossa che potrebbe riaprire la partita con la Lega sarebbe quella di “trasferire” il neo ministro Galan dall’Agricoltura allo Sviluppo Economico: a quel punto, infatti, il Carroccio tornerebbe alla carica per rivendicare la poltrona lasciata libera dal governatore veneto Zaia sulla quale finora ha investito molto, politicamente e in termini di consenso elettorale.
Da parte sua, Galan si è affrettato a smentire qualsiasi ipotesi di una sua eventuale successione a Scajola, anche se durante la campagna elettorale per le regionali non era sembrato affatto disinteressato. Ma se il partito di Bossi tentasse di “prenotare” la poltrona di Scajola, dal Pdl la risposta è che si tratterebbe di “un’eventualità irricevibile”, dal momento che il Senatur ha già ottenuto la presidenza di due importanti regioni del Nord, oltre a dicasteri “di peso” a Roma.
Oltretutto, osservano alcuni dirigenti Pdl, la componente di Fi è uscita “fortemente penalizzata” dalla tornata elettorale per l'indicazione dei candidati presidenti (Lazio, Campania, Calabria, Piemonte e Veneto), e questo rappresenterebbe un elemento in più per “compensare” il gap con l’inserimento di un altro forzista nella squadra di governo. In questo senso, la partita che si sta aprendo per il “dopo-Scajola” sembra tutta interna al Pdl e in particolare tra gli ex azzurri.
Già circolano i primi nomi. Nella rosa dei papabili viene dato in pole position Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, il quale – osservano nel centrodestra – da tempo ambirebbe a un riconoscimento prestigioso come quello dell’ingresso nella compagine di governo. Ma in lizza ci sono anche il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto e il presidente della Commissione Trasporti di Montecitorio Mario Valducci, oltre allo stesso Galan.
Si parla inoltre dell’attuale sottosegretario allo Sviluppo economico Saglia, ex An ma “scajoliano” doc, che finora ha gestito il dossier sull’energia, anche se questa opzione non sembra troppo convincente come invece potrebbe essere l’idea di una promozione a rango di ministro per il senatore Giampiero Cantoni, ex Fi con competenze specifiche nel settore bancario. Il suo nome circola da ieri nel caso in cui il Cav. possa propendere per un profilo più tecnico che politico. Ipotesi, quella di un tecnico, che comunque viene tenuta sullo sfondo (ieri i rumors si sono concentrati anche sul nome di Paolo Scaroni in attesa di essere confermato alla guida di Eni) anche perché – si ragiona nella maggioranza – l’impianto dell’esecutivo ha una forte connotazione politica e l’ingresso di un “esterno” dovrebbe ottenere un placet convinto dagli alleati.
Per questo, la convergenza su Cantoni potrebbe essere l’unica soluzione possibile per unire la provenienza politica alle competenze più tecniche. Nella ridda di ipotesi che in queste ore si accavallano, in ambienti esterni alla politica si parla anche di un’altra candidatura: quella di Luca Cordero di Montezemolo ma non ci sono conferme ufficiali né una simile eventualità viene giudicata verosimile nei ranghi pidiellini. Contatti, invece, ci sarebbero stati con ambienti confindustriali e sindacali: una sorta di giro d'orizzonte per sondare gli umori del mondo economico rispetto a un ministero di peso per i rapporti col settore produttivo.
Nei prossimi giorni si saprà se l’orientamento del Cav. sarà mettere mano in tempi rapidi alla casella di Scajola oppure prendere più tempo per gestire con maggiore tranquillità la situazione. Ieri il ministro è stato ricevuto a Palazzo Chigi dal premier che ha definito la sua decisione "sofferta e dolorosa ma che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato, per poter dimostrare la sua totale estraneità ai fatti e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito".
Una decisione che poche ore prima Scajola aveva confermato in una conferenza stampa che in realtà, si è rivelata solo l'occasione mediatica per l'annuncio, visto che il titolare del dicastero si è limitato ad argomentare le ragioni del suo gesto senza tuttavia rispondere alle domande dei cronisti che non hanno mancato di criticare il modo in cui l'incontro è stato organizzato e gestito. Davanti ai microfoni e alle telecamere, ha spiegato di vivere "da dieci giorni una situazione di grande sofferenza. Sono al centro di una campagna mediatica senza precedenti e non sono indagato''.
Il caso ruota attorno all'acquisto di un appartamento al Colosseo utilizzando - è l'ipotesi dei pm di Perugia - assegni in nero provenienti dell'imprenditore Diego Anemone, finito nell'inchiesta sugli appalti per il G8. Scajola ha ribadito che a lui non risulta che la casa sia stata pagata da altri, ma se dovesse ''acclararlo'' la lascerebbe senza esitazione: ''Non potrei come ministro, abitare in una casa pagata in parte da altri. E' la motivazione che mi spinge a dimettermi''.
Le dimissioni sono state accompagnate da attestati di stima e solidarietà da parte di esponenti della maggioranza e da un coro di critiche dell'opposizione, ma non hanno suscitato particolari discussioni nell'esecutivo: il premier le ha accolte dopo un colloquio col ministro al quale è seguito un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi in cui ha espresso il suo apprezzamento e quello del governo per quanto fatto in questi due anni.
Un modo per chiudere in tempi rapidi una vicenda ancora tutta da verificare sul piano giudiziario ma che dal punto di vista politico ha creato più di un imbarazzo nel centrodestra e, al tempo stesso, ha rischiato di indebolire l'immagine del governo e del premier. Certo è che il caso Scajola ha tenuto alto il dibattito nel Pdl, soprattutto per la posizione assunta dalla pattuglia dei finiani a Montecitorio che da giorni rivendicano un’accelerazione sul ddl anti-corruzione, anche alla luce della vicenda che ha coinvolto il ministro.
Lo hanno ripetuto ieri nella riunione del direttivo del Pdl con Carmelo Briguglio (Italo Bocchino ha rilanciato il tema sul suo sito "Generazione Italia") che ha chiesto una corsia preferenziale alla Camera per il provvedimento. Richiesta respinta dalla maggioranza che vuole evitare di prestare il fianco a strumentalizzazioni che peraltro già si sono palesate dalle file del centrosinistra. Piuttosto, è stata la decisone finale, meglio accelerare sul disegno di legge sulle intercettazioni quando Palazzo Madama lo invierà a Montecitorio. Il no incassato dai finiani per ora non ha lasciato ulteriori trascichi polemici, nonostante Briguglio lo abbia definito “un errore politico perché non si tratta dell’iniziativa della minoranza finiana ma di un atto proprio del governo”.
Ma nella riunione si è parlato anche di altro. In particolare di regole ferree per evitare incidenti d’Aula su provvedimenti del governo come quelli che nelle scorse settimane hanno visto la maggioranza andare sotto per le numerose defezioni nei banchi del centrodestra. L’idea è quella di affidare a coordinatori ad hoc (due per regione, uno di Fi e l’altro di An) il monitoraggio costante sui deputati non solo in Aula ma anche nelle commissioni. Nessun riferimento, invece, al caso Bocchino e all'elezione del nuovo vicepresidente vicario del gruppo Pdl, anche perché come ha spiegato il capogruppo Fabrizio Cicchitto “quella del vice è una faccenda più politica che organizzativa”.
Una faccenda, insomma, tra Berlusconi e Fini.



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