Fra i diversi caduti che ha lasciato sul campo il tragico epilogo della vicenda Eluana, ve ne è uno forse meno vistoso ma che rischia di essere particolarmente ingombrante nei prossimi mesi. Dopo la giornata di ieri è definitivamente stato fugato ogni dubbio sul ruolo che il Presidente della Camera intende giocare nel prosieguo di questa legislatura.
La durissima accusa lanciata ieri da Fini nei confronti di Maurizio Gasparri presidente (per di più in quota AN) del Gruppo PdL del Senato dimostra in modo inequivocabile l’avvenuto completamento del processo di autonomizzazione del Presidente della Camera dal Governo e dalla sua maggioranza parlamentare.
Finora era un venticello che poteva essere iscritto nel gioco dei ruoli che inevitabilmente caratterizza la vita delle istituzioni (polemiche contro l’abuso della decretazione d’urgenza, o proteste per la posizione della questione di fiducia, o indignazione di fronte ad un ritardo del Ministro Rotondi in una seduta di question time). In altre situazioni (immigrazione, riforma della giustizia, intercettazioni) si poteva pensare all’invincibile tentazione narcisista di un leader politico costretto in un ruolo istituzionale rigido con una bassa resa in termini di immaginario collettivo
L’episodio di ieri è sicuramente diverso. Diverso perché la polemica è stata durissima e rivolta contro un leader di primo piano del PdL e di Alleanza Nazionale. Diverso perché registratosi su un tema come il caso Englaro dove l’intero PdL (con la sola eccezione di Benedetto Della Vedova) si era ritrovato unito.
Ma diverso soprattutto perché gratuito: se il Presidente Gasparri rivolge frasi non riguardose nei confronti del Presidente della Repubblica nel corso di una seduta del Senato particolarmente tesa dovrà essere eventualmente il Presidente del Senato ad intervenire per riportare il tono del dibattito parlamentare entro confini di maggiore rispetto istituzionale. Il fatto che a Fini abbia deciso di intervenire immediatamente, battendo sul tempo lo stesso Schifani, dimostra che la sua sia stata un’uscita intenzionale, in alcun modo dovuta ad un dovere istituzionale, e quindi frutto di una meditata scelta politica.
Ma quale è la strategia politica sottostante il comportamento di Fini? Sorge legittimo il dubbio che il Presidente Fini non sia riuscito ad evitare quella che potremmo definire la “trappola del Presidente della Camera” nella Seconda Repubblica. A ben vedere dal 1994 tutti i Presidenti della Camera (Pivetti, Violante, Bertinotti e Casini), ad un certo punto del loro mandato, hanno cominciato ad esercitare la propria delicata funzione istituzionale in contrapposizione con il Governo in carica, per accumulare un proprio personale potere contrattuale politico da giocare, come “riserva della Repubblica”, di fronte alla crisi dell’equilibrio politico in atto.
Il caso più evidente è stato quello di Pierferdinando Casini nella XIV legislatura durante la quale è stato la spina nel fianco del Presidente del Consiglio. Ma la scelta di Casini, che si è rivelata fallimentare ex post, appariva politicamente sensata ex ante. Se grazie alla sua azione fosse andata definitivamente in crisi l’alleanza di centro destra, questo avrebbe consentito all’UDC di svolgere un ruolo ben più importante nella ridefinizione degli equilibri politici dell’area moderata. Nelle speranze casiniane il collasso del mai effettivamente digerito bipolarismo all’italiana avrebbe aperto autostrade politiche al sogno restauratore neo-centrista. I fatti gli hanno dato torto. Il risultato elettorale del 2006 è stato per lui il peggiore: non una vittoria netta del centro destra che gli avrebbe preservato la rendita di posizione del partito cerniera, non una vittoria netta del centro sinistra che gli avrebbe consentito di contestare legittimamente la leadership berlusconiana. Ma, se solo i risultati elettorali fossero stati diversi, diversa e molto migliore sarebbe stata la sorte di Casini.
Al contrario appare oscura la logica della strategia di Fini. Nel peggiore dei casi la sua strategia si rivelerà un fallimento. Nel migliore avrà successo e la lenta ma costante azione di logoramento dell’azione del Governo potrà mettere in crisi l’attuale equilibrio politico e far naufragare lo stesso progetto del PdL. Ma anche in questo secondo caso non è chiaro quale sarebbe il vantaggio politico che Fini potrebbe ricavarne. Gli si chiuderebbero tutti gli spazi nel centro – destra, sia a livello di gruppi parlamentari che di opinione pubblica, ed è del tutto improbabile che egli, “scavalcando a sinistra” Berlusconi possa aprirsene di nuovi al centro. In questa prospettiva sarebbe certamente lui il leader politico a pagare il prezzo più alto.
Il Presidente Fini (allievo del compianto Pinuccio Tatarella) possiede innegabili doti di furbizia e di sapienza tattica, ma come Tatarella ben sapeva la furbizia e l’abilità tattica rischia di risultare sterile o addirittura controproducente se non accompagnata da una lucida lettura della situazione e da una intelligente strategia politica.
Antonio Mambrino


fini
Già, ma una lucida lettura
Fini mantiene una sua
Pensieri cattivi
Fini è stato a lungo
Furbizia?
Potrebbe darsi che Fini,
per giovanni amodei
Fini