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Il dopo Obama negli USA è già iniziato/2

Se Obama continua così farà presto la fine dell’anatra zoppa

31 Luglio 2010

Lo shock del ritornare negli Stati Uniti dopo un’assenza di quattro mesi è constatare quanto siano precipitati il rispetto e la fiducia nei confronti del presidente Obama in questo lasso di tempo. Già a marzo non andava bene; ora l’effetto di quel che un blogger ha definito la sua manifesta “impotenza” ha preso il sopravvento. E quel che il presidente sta davvero facendo non è chiaro. Non è impegnato con l’economia; di certo non è impegnato con la politica estera; ha abbandonato la speranza di un progetto di legge sul cambiamento climatico per quest’anno (e con ogni probabilità per sempre); ha visto il suo progetto sulla sanità diventare legge, ma adesso l’America aspetta di sapere come verrà messo in atto; è sotto attacco per l’approccio disinvolto all’immigrazione clandestina, in particolare quella dal narco-Stato messicano. Si è soltanto preparato alla campagna per il proprio partito per le elezioni di medio termine. La scorsa domenica sono stati i cento giorni al via, e politicamente qui si parla di poco altro. Joe Biden, il vicepresidente, è stato nominato “campaigner in chief”. Perché? Cosa sta facendo il presidente?

Sembra stia leggendo giornali e blog e guardando la televisione. La scorsa settimana un perverso avversario ha messo in giro un video, montato con criterio, di una funzionaria di colore del dipartimento dell’Agricoltura, Shirley Sherrod, che in apparenza ammetteva discriminazioni ai danni di agricoltori bianchi. Mrs Sherrod non aveva fatto nulla di simile – né la discriminazione né, pertanto, l’ammissione di questa – ma è stata immediatamente licenziata, nel timore che Fox News fosse in procinto di diffondere il video. Questo atto scandaloso è stato seguito, il giorno dopo, da scuse ancor più scandalose da parte del presidente perché Mrs Sherrod non si è vista restituire immediatamente il suo lavoro. Si dice che alla Casa Bianca ci siano state fervide reciproche congratulazioni (per cominciare) per la pronta azione che avrebbe impedito a tutto ciò di trasformarsi in “un articolo”. Bene, adesso è un articolo, non in ultimo perché esemplifica l’incompetenza e la sconnessione dell’amministrazione. Il fatto che il marito di Mrs. Sherrod sia stato un importante attivista per i diritti civili e che suo padre sia stato assassinato dai razzisti bianchi nel 1965 dà a questa storia un fastidioso riverbero.

Tale immediata prova di cattiva amministrazione si aggiunge alla sensazione cumulativa su così tanti altri fronti che il presidente Obama e la sua squadra semplicemente non capiscano il governo. Il mese scorso Ben Bernanke, il presidente della Fed, ha avvertito l’America che senza una maggiore attenzione ci si potrebbe ritrovare con un problema di debito in stile Grecia. Il presidente ha dato l’impressione di ritenere questo avvertimento così palesemente assurdo che ha subito chiesto al Congresso altri 50 miliardi di dollari per vari progetti sociali. La scorsa settimana, i benefit per i disoccupati a lungo termine sono stati estesi per altri sei mesi al costo di 34 miliardi di dollari. Si prevede che il programma di assistenza sanitaria costerà almeno 863 miliardi di dollari. Il deficit totale per quest’anno dovrebbe essere di 1,47 milioni di milioni di dollari. Entro il 2020 il debito americano arriverà probabilmente a 18,5 milioni di milioni di dollari. E sarà così basso soltanto se la crescita verrà mantenuta al quattro per cento. Ora come ora è al tre per cento, e anche piuttosto debole.

La disoccupazione è al 9,5 per cento e per adesso si prevede che resterà dov’è. Da quando Mr. Obama è andato al potere ci sono tre milioni di disoccupati in più, e fra i teenagers la disoccupazione è intorno al 25 per cento. Ed è proprio l’elettorato al quale lui aveva rivolto il suo più grande appello, i giovani e gli emarginati, a soffrire ancora. Tutto ciò a dispetto dei 787 miliardi del piano di stimolo dello scorso anno, gran parte dei quali sono stati fagocitati dal sistema governativo locale, corrotto e inefficiente, o utilizzati per fare favori a senatori e congressmen o per omaggiare i sindacalisti di favolosi giorni di paga. Oppure, in alcuni casi, tutt’e tre le cose insieme. Il presidente aveva ricercato lo stimolo in base al fatto che questo avrebbe arrestato la crescita della disoccupazione oltre l’otto per cento; in questo modo il fallimento è stato dispendioso. Tutto quel che Mr Obama sembra aver fatto è stato è dare l’addio ai soldi. La settimana scorsa, cercando di non dare l’impressione di essere stato provocato, Bernanke ha annunciato una “insolita incertezza” riguardo alla ripresa economica. Il dollaro è caduto di fronte alla sterlina e persino all’euro.

Bernanke vuole un rinnovo dei tagli alle tasse dell’era Bush per chi guadagna più di 25mila dollari l’anno, tagli la cui scadenza è fissata per il 31 dicembre. Lo stesso vogliono molti democratici, i quali temono che togliere incentivi e potere d’acquisto ai più ricchi possa ridurre la ripresa riducendo i consumi e l’occupazione. Si tratta di argomenti familiari che vengono dal Regno Unito riguardo al tasso al 50 per cento, tanto dannoso quanto inutile. Anche la risposta di Timothy Geithner, il segretario al Tesoro, è familiare: i “ricchi” devono assumersi le loro responsabilità. E qui è altrettanto speciosa: colpire con violenza i più facoltosi va chiaramente oltre ciò che è bene per l’economia statunitense.

Un fautore del rinnovo dei tagli è Newt Gingrich, l’architetto del “Contratto con l’America” del 1994, che adesso minaccia di candidarsi alla nomination repubblicana nel 2012. È il genere di avversario che Obama dovrebbe temere: è una persona d’esperienza, un intellettuale il cui nome gode di ampio riconoscimento. Eppure alcuni democratici (compreso Howard Dean, il chairman del partito) lo esortano a candidarsi, non foss’altro che per assicurarsi che i repubblicani adottino certe politiche che i democratici possano attaccare: perché, al momento, il Grand Old Party sta semplicemente attaccando chi è in carica senza proporre alcuna soluzione. Sperare in Gingrich (o in qualcuno come lui) è comunque un grande azzardo: tutto ciò che sembra possa impedire a Obama di essere confermato come presidente non rieletto è l’assenza di un repubblicano credibile contro di lui.

Si ha la sensazione che i democratici stiano sminuendo le probabilità di successo alle elezioni di medio termine al fine di dare un’impressione migliore se le cose dovessero andare meno male del previsto. È possibile che perdano il controllo del Congresso, anche se vien da pensare che la cosa sarà piuttosto combattuta. Di certo non vogliono perdere la loro maggioranza al Senato, sebbene i repubblicani dovrebbero ottenere un sufficiente numero di seggi per fare ostruzionismo sulle leggi che non gradiscono. Un Congresso azzoppato (lame duck) come quello enfatizzerebbe la realtà di un presidente azzoppato (lame duck). A Wall Street alcuni ex finanziatori dei democratici, molto irritati per quelli che percepiscono come tentativi maligni e ignoranti da parte di Obama di ri-regolamentarli, hanno smesso di dare soldi al partito. Qualcuno dice che se il mid-term dovesse andare male Hillary Clinton potrebbe rassegnare le dimissioni da segretario di Stato e palesare l’intenzione di correre per la nomination democratica nel 2012. Il che è altamente improbabile; ma il fatto che se ne stia parlando seriamente in quella New York roccaforte della Clinton dovrebbe terrorizzare il presidente.

Un sondaggio della scorsa settimana riferisce che non solo Obama è meno popolare di Mrs. Clinton (che, col suo passare tanto tempo fuori dal Paese, riesce a sembrarvi solo vagamente collegata), ma è meno popolare anche del marito di lei, al quale la Costituzione proibisce di candidarsi di nuovo per la più alta carica dello Stato. Il presidente Clinton è molto richiesto per la campagna di medio termine, ma sarà interessante vedere quale ruolo gioca sua moglie. Non esistono vacanze estive per quelli che perseguono la rielezione a novembre, che lavoreranno duramente durante tutto il mese di agosto per far passare il loro messaggio. A settembre torneranno a Washington per vedere uno dei più anziani membri democratici del congresso, Charlie Rangel, ottantenne da New York col fisico da carrettiere, processato per reati etici per 831mila dollari; il che a suo modo riassume quel che i democratici hanno fatto per l’America nell’ultimo paio d’anni. In quella estatica alba del novembre 2008 non avrebbero mai pensato che le cose sarebbero andate così. Ma è proprio quello il problema della moderna mente politica: una cosa del genere non la pensa mai.

© Telegraph
Traduzione Andrea Di Nino

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