Venerdì 10 Febbraio 2012
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Ratificato l'accordo pre-adesione

La Serbia vuole l'Europa, ma l'Unione
è ancora lontana

10 Settembre 2008
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Il presidente serbo Tadic

“Se tutto procede secondo quanto previsto e tutte le condizioni vengono rispettare, nel 2009 sarà possibile conferire alla Serbia lo status di paese candidato”. Queste le parole del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso pronunciate la settimana scorsa. Tali rassicurazioni provenienti da Bruxelles hanno suscitato molti commenti da parte della stampa internazionale, ma allo stesso tempo hanno dato la necessaria dose di speranza e di fiducia ai governanti di Belgrado che negli ultimi giorni se l’erano vista brutta. 

Mentre ascoltavano Barroso, il presidente moderato, Boris Tadic, e il suo premier, Mirco Cvetkovic, lanciavano sguardi preoccupati al Parlamento serbo, dove tra veti incrociati e accese discussioni si decideva il destino dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (ASA), firmato lo scorso 29 aprile – documento fondamentale per il cammino di avvicinamento del Paese balcanico all’Europa. A mettere i bastoni tra le ruote ancora una volta i radicali e i compagni dell’ex premier Kostunica, acerrimo avversario di Tadic. La minoranza voleva di nuovo far rivivere vecchi scenari, abbindolando con slogan superati una società che invece vuole sempre più guardare avanti per avanzare politicamente, economicamente e socialmente. 

Il presidente della Commissione è stato profetico, mentre l’Unione europea si è dimostrata anche in questa caso un fattore determinante nella vita politica serba (per la seconda volta dopo le ultime elezioni parlamentari). L’ha spuntata infatti la coalizione di governo formata dal Partito democratico dello stesso Tadic, dai socialisti dell’epoca post Milosevic, alla ricerca di una riabilitazione internazionale, e da altri alleati minori. Grazie al voto favorevole di 139 deputati su 250, ieri l’assemblea ha dato così il via libera alla ratifica dell’accordo di pre-adesione che prevede un potenziamento dei legami tra Belgrado e Bruxelles, con particolare accento sulla cooperazione economica, commerciale e culturale; sono previste inoltre notevoli facilitazioni per quanto riguarda il regime di visti. 

Il governo di Cvetkovic, sponsorizzato fortemente dal capo dello stato, non solo è riuscito a garantirsi la sopravvivenza confermando il suo corso, ma ha inflitto anche un colpo pesante all’opposizione. Il tabellone dell’aula parlamentare segnava, infatti, solo 26 voti contrari, è ciò significa che – la matematica non è un’opinione – almeno 12 dei componenti delle forze nazionaliste hanno votato “sì” all’accordo. Tra questi vanno sicuramente annoverati i seguaci di Tomislav Nikolic, che in piena bufera ha dichiarato le proprie dimissioni dal Partito radicale serbo. Nikolic si era reso nei giorni scorso protagonista delle trattative con il fronte del governo volte a garantire un voto bipartisan. Il suo partito però ha preferito ascoltare la voce del suo leader storico Voijslav Seselj, che dalla sua cella dell’Aja, dove attualmente risiede per accuse di genocidio, ha esortato i suoi a non cedere alla tentazione. I radicali, alla fine, si sono astenuti, oramai orfani del loro elemento più moderato Nikolic che ha parteggiato per l’ASA. 

Ma affinché l’accordo si concretizzi pienamente, la Serbia ha bisogno della ratifica dell’Ue, che dipende da diverse condizioni e paletti. In primo luogo, la collaborazione di Belgrado con i magistrati della capitale olandese, che continua ad essere una questione assai delicata per i rapporti tra Belgrado e Bruxelles. La Serbia sperava che l’arresto di Karadzic a luglio avrebbe scongelato il processo di avvicinamento all’agognata membership, ma presto queste speranze si sono rivelate troppo affrettate. Questo perché il principale indiziato, Ratko Mladic, si trova ancora in libertà (forse anche lui dà lezioni di biomedicina o lavora semplicemente come calzolaio o idraulico chissà dove). L’Ue ha già dichiarato che prima di fare un ulteriore passo in avanti aspetterà nei prossimi giorni la pubblicazione del rapporto del procuratore del Tribunale penale per l’ex Jugoslavia, Serge Brammertz, sui progressi compiuti dalle autorità di Belgrado. 

L’ostacolo più duro da superare rimane l’intransigenza dell’Olanda, mentre da altre capitali europee cominciano ad arrivare appelli sempre più intensi a dare via alla ratifica. A tal fine si è impegnato lo stesso Barroso, auspicando che i Paesi membri sapranno riconoscere il merito della Serbia dopo la cattura di Karadzic.

A dare man forte a Belgrado potrebbero essere anche la Germania e la Francia. Il ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, ha effettuato una missione lampo nella capitale tedesca e in Francia ove ha cercato appoggio. In realtà, questa fervente attività diplomatica serba è molto utile all’Europa, che in tal modo può tenere sotto controllo la questione del Kosovo. Da Belgrado si continua ad insistere sulla “gestione separata”, ma è più che chiaro che la questione del Kosovo e quella dell’ingresso della Serbia in Europa vadano a braccetto. La ragione è molto semplice: più la Serbia è vicina alle strutture europee, più le soluzioni condivise saranno a portata di mano e più la missione Eulex potrà prendere piede senza temere eventuali ritorsioni o impedimenti da Belgrado. Il gioco è più che aperto. Dai suoi risultati dipenderà anche la capacità dell’Ue di dimostrare a Mosca che la questione del Kosovo è veramente diversa da quella dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.

Commenti
24/09/08 10:48
Kosovo: riconoscimento alla mafia
Ma perche' oggi la Bonino non grida alla "Schindler's list" ? Ecco finalmente la verita' sul Kosovo : Tutto ciò è stato possibile grazie all’estrema correttezza e disponibilità del giornalista R. Iacona, un vero e indipendente professionista dell’informazione, che ha avuto il coraggio ed il rigore di non accettare per buone le “verità” e le ricostruzioni precostituite sulle tragedie dei popoli jugoslavi e del popolo serbo in particolare. Con questo lavoro di Iacona si rompe a livello mediatico di massa una vergognosa cappa di silenzio e falsificazioni sulla questione del Kosovo Metohija. Iacona ricostruisce minuziosamente la terribile pulizia etnica di cui sono stati vittime i kosovari di etnia serba. Dal 1999, da quando la NATO ha vinto la guerra contro la Serbia e insieme alle Nazioni Unite ha preso il controllo del Kosovo, 250.000 serbi sono stati cacciati dal Kosovo solo per ragioni di odio etnico, solo perchè serbi. Le loro case sono state bruciate, le loro terre sono state devastate, le loro chiese sono state distrutte, anche le più antiche e preziose, quelle del 1300, i loro cimiteri sono stati profanati a colpi di pala e di piccone, interi quartieri sono stati messi a fuoco solo per impedire ai serbi che vivevano lì da centinaia di anni di poterci ritornare. Nonostante la presenza della Nato gruppi armati di kosovari di etnia albanese hanno messo in atto una delle più sistematiche e feroci pulizie etniche che l’Europa ha vissuto dopo la seconda guerra mondiale, distruggendo così l’idea stessa di un paese multietnico che pure era stata all’origine della campagna militare della NATO contro la Serbia. Ma c’e’ di più: in questi nove anni il Kosovo e’ diventato la porta principale di ingresso della droga nel nostro Paese e in tutta Europa; e, sempre nonostante la presenza della Nato e delle Nazioni Unite il Kosovo si e’ trasformato in una piccola Colombia, un Narcostato nel cuore dell’Europa. I numeri sono impressionanti: l’80 per cento di tutta la droga prodotta in Afghanistan per entrare in Europa passa dalle valli e dalle montagne del Kosovo “liberato”. Le enormi ricchezze accumulate con il traffico della droga hanno reso potenti all’estero e in patria i clan mafiosi kosovaro albanesi, capaci di inquinare in profondità i partiti che oggi guidano il Kosovo, gettando così un enorme punto interrogativo sulla natura democratica del nuovo Stato nato il 17 febbraio di quest’anno con un atto unilaterale. Ma le strade aperte della droga e delle armi che la Nato non e’ riuscita in questi nove anni di protettorato a chiudere, sono anche quelle da cui passa il terrorismo internazionale di matrice islamica.
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