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Si chiamava Frank Davis, l’amico comunista di Obama alle Hawaii

21 Agosto 2009
Obama e, alle spalle, Frank Davis e la madre Ann

Il giovane Obama guardava alla politica estera del suo Paese e non gli piaceva. Nel ’75 gli americani erano fuggiti da Saigon e il comunismo dilagava in Indocina. Nello stesso periodo trionfavano i movimenti di liberazione nazionale ispirati da Mosca, dall'Angola al Mozambico, mentre Cuba sembrava una fortezza inespugnabile.

Il suo ultimo anno a Honolulu fu anche quello della rivoluzione khomeinista e poi degli ostaggi americani a Teheran. Nel dicembre del ’79, i sovietici invasero l’Afghanistan. L’America sembrava sempre più debole e l’Urss sempre più forte. A questo si aggiunga la crisi interna, la fuga dalle industrie tradizionali che costò milioni di posti di lavoro, due “shock petroliferi” ravvicinati, e una rivoluzione nel mondo del lavoro che spiega come mai anche lui sia finito a lavorare in un fast-food.

Il presidente Carter disse che l’America era vittima di “una crisi di fiducia che colpisce l’anima e lo spirito della volontà nazionale”. Gli storici lo chiamarono a mezza voce il discorso sul “malessere americano” e per molti fu una dichiarazione d’impotenza nei confronti dell’arcinemico sovietico. Secondo altri, un tradimento bello e buono della Rivoluzione Americana (Carter avrebbe comunque cercato un suo spazio di manovra in politica estera, combattendo la battaglia per i diritti umani).

Fu in quegli anni alle Hawaii che il giovane Obama conobbe Frank Marshall Davis. Quest’ultimo era arrivato sull’isola negli anni Quaranta, prima che Honolulu entrasse a far parte dell’Unione. Marshall era un poeta e intellettuale nero, oltre che un rappresentante sindacale. Aveva conosciuto i Dunham quando si erano trasferiti sulle isole dal Kansas, e incontrato il giovane Obama, che gli stava particolarmente simpatico.

Nelle sue memorie, Obama parla di Davis chiamandolo solo per nome - Frank - indicando quindi una certa familiarità con il poeta. Davis era arrivato alle Hawaii precisamente nel ’48, dove aveva aperto un negozio di grossista di carta che però era stato dato alle fiamme. Non si era arreso e aveva continuato a lavorare nel settore. Scriveva per l’Honolulu Record, il giornale dei sindacati locali, e denunciava puntualmente le diseguaglianze sociali e razziali sull’isola.

Prima di allora, negli anni Trenta, Davis aveva trasformato l’Atlanta Daily World nel più diffuso quotidiano nero degli Usa, e pubblicato una silloge – Black Man’s Verse – che gli era valsa alcuni riconoscimenti. L’anno in cui andò a vivere alle Hawaii uscirono i suoi 47th Street: Poems, una raccolta di componimenti sulla vita nel South Side di Chicago, con cui si assicurò un posto nel pantheon letterario afroamericano.

Davis era un comunista. Nel ’50 venne indagato dalla Commissione per le Attività Antiamericane per alcuni articoli apparsi sul giornale di Honululu e per i suoi collegamenti con il Partito Comunista americano. Nelle sue memorie, Obama racconta di aver ascoltato a lungo Davis che declamava le sue poesie e di aver parlato con lui di come andavano le cose in America e nel mondo.

Il poeta gli avrà parlato dello scontro di classe che si stava combattendo dentro e fuori il Paese. Come pure dell’imperialismo americano, del neocolonialismo e del potere delle multinazionali. Davis era un apostolo della sinistra radicale, della solidarietà, dei sindacati, del pacifismo, dei diritti civili. Praticamente l’intero orto coltivato ad arte dalla disinformazione sovietica dell’epoca.                 

Nel 2004, Obama ha deriso il senatore repubblicano Alan Keyes che lo aveva accusato di essere un “accademico marxista”, ma ha ammesso di essere entrato in contatto con esponenti del mondo comunista e socialista. Dell’influenza di questi modelli durante la sua adolescenza risentiamo l’eco nei passaggi dei suoi discorsi quando fa autocritica sulle colpe della politica estera americana del XX secolo. Qualcuno, un giorno, dovrebbe impegnarsi a scrivere un vero racconto sull’amicizia fra Barry e Frank. E’ uno degli elementi più interessanti della improbabile e bizzarra biografia giovanile del presidente.

Purtroppo quando si parla di Obama prevalgono solo le beatitudini: “Sapevamo tutti che era destinato a qualcosa di prominente – ricorda una delle sue insegnanti a Honolulu – Era solo il resto del mondo che stentava ad accorgersene”.

Il resto della storia lo conosciamo tutti. L’impegno contro l’Apartheid e gli studi alla Columbia University; tre anni e mezzo come “community organizer” a Chicago lavorando con i preti delle chiese nere per migliorare le condizioni di vita dei cittadini poveri nel South Side (lo stesso di Davis); la direzione dell’autorevole Harvard Law Review; la carica di Civil Rights Attorney e l’insegnamento di diritto costituzionale alla Scuola di Legge dell’Università di Chicago; l’elezione al Senato dell’Illinois nel ’96 e il posto di Senatore al Congresso degli Usa nel 2004. La presidenza. (fine)

Commenti
Carlo
25/08/09 11:31
Obama
L'ha prescritto il medico che non si deve usare il termine negro? in italiano non è spregiativo come in inglese, mentre nero, riferendosiesclusivamente al colore della pelle è veramente razzista. Ah, la cultura del piagnisteo!
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